2015년 6월 1일 월요일

Passeggiate per l'Italia 23

Passeggiate per l'Italia 23


Strano, diss'egli; i celesti confondono sempre le sorti degli
uomini, il flagello della Furia colpisce le teste dei potenti, mentre
intorno al capo dello schiavo essa si trasforma per incantesimo in
una ghirlanda. La morte diventa vita, la porta della tomba si cambia
in un'eccelsa porta di trionfo! Oh te beato! Io ti esalto: come una
fenice risorgesti dalla cenere di Pompei, e Iddio die' compimento a
quel che tu presago modellasti. Tu sei libero e sfuggisti anche tu
al labirinto della morte; io ti chiamo Dedalo ed Icaro ad un tempo,
perchè i Geni ti prestarono le ali di entrambi. Oh! sollevate al cielo
le mani, sollevatele in segno di ringraziamento, voi, che i celesti
stessi guidarono sulle ali nella mia nave. E tu, o nobile e rassegnata
fanciulla, che cosa scegli tu adesso? Non più vi sono vie per ritornare
in patria; a novella vita e più grande risorgerai. Perchè colui che
ha superato tali cose, ha ricevuto dalle eterne potenze una elevata
destinazione, sempre più in alto nella vita. Vuoi tu andare a Roma
col fratello? Colà abitano molti amici di tuo padre, o vuoi piuttosto
scegliere la città di Napoli? Parla, io ti guido volentieri nella
mia nave, dove desideri. Oppure comprendo esattamente quel che già
presentivo, e che voi stessi ora mi date a intendere con lo sguardo e
con l'unione fraterna delle mani?»
 
Non rispose a ciò la figlia dell'infelice Arrio, ma, immersa in
profondi pensieri, abbassò lo sguardo, silenziosamente. Ed allora
Euforione: «Ben hai tu presentito il vero, tu che ci fosti mandato
per pilota dagli Dei, o santo ospite amico. Sì, noi veniamo teco, tu
stesso l'hai predetto. Ma non come uno schiavo fuggiasco io monto a
bordo della nave salvatrice, giacchè mi segue Ione, come compagna di
viaggio all'uomo che essa stessa ha liberato dall'infamia della trista
schiavitù. Colei che mi prometteva la vita, mi è stata ora legata dalla
morte, ed il Vesuvio ci ha fuso, ohimè! le indissolubili catene. È
forse un sogno? O Dei, come intendo io il subitaneo mutamento! Voi, sì,
mentre io me ne sto pieno di meraviglia, mi vuotate sul capo ambedue
i corni dell'abbondanza, mischiando il dolore al piacere e la morte
alla vivificante salute. Oh come rimango confuso di vergogna dinanzi
a voi, io che solo fra tutti soffrii meno! Io debbo sembrare ora come
un misero mortale, che dai luccicanti rottami estrasse i più preziosi
tesori, rubandoli ai caduti, e fu arricchito dalla prodiga morte.
Perciò non so pronunziare alcuna adatta parola; mi batte il cuore
nella speranza, eppure il dolore lo seppelisce in un raccapricciante
silenzio. Questo solo io sento: Ione, tu vivi, e tu vivi per me, o
fanciullo! E se ancora la preghiera dei vivi scende giù nell'Orco, ben
udrà il padre gli ardenti voti, e si volgerà a me accennando dai campi
elisi l'ombra placabile di Arrio. Lungi ora navigando sul mare noi
andiamo in esilio, c'è di guida il dolore, e nel tempo stesso anche la
speranza e l'amore, che di mezzo alle rovine ci costruisce di bel nuovo
la patria. Poichè anche oltre il mare fiorisce incantevole la terra
ospitale, anche colà risplende Eos e sorge per gli uomini d'azione
anche Elio e Selene nell'amica sera».
 
Disse e indicò il mare e i monti luccicanti di Calabria, che dal vapore
ondeggiante sollevavano la cima violacea. Lungi ridevano le onde e
bello brillava il promontorio merlato della Licosa; qualche nave a vele
spiegate correva giù verso il sud in una corsa beatamente alata. Ma
ad Euforione sembrò come se il cielo di smeraldo risuonasse di festosi
inni e come se echeggiassero di canti i rapidi flutti, che con ansante
mormorio si rincorrevano sull'estesa assolata. Così stava egli commosso
sulla riva crestosa di Capri, agitando la mano verso il mare porporino,
mentre gli splendeva nell'occhio la celeste fiamma del desiderio.
 
E l'afflitta Ione sollevò il suo pallido volto e disse: «Ahimè! lungi,
o amico, tu guardi, e le ali della speranza sollevano il tuo spirito
coraggioso; ma nel mio petto il cuore sepolto come sotto le macerie, si
è cangiato in un'urna, ripieno della cenere di morte. Io cerco vincere
l'angoscia, e apprendo l'umiltà dal dolore, piegando religiosamente il
mio povero capo innanzi alla triste necessità. Ma il grido del cuore,
oh questo grido disperato mi ridesta sempre dal muto silenzio, ed
allora mi rivolgo ai celesti domandando: ma sarà Pompei sempre coperta
dalla cenere? E ritornerà mai a noi il nobile padre? Ed è per sempre
sprofondato nei frantumi? E copriranno questi frantumi eternamente
gli amici e le case ed anche la fiorente città? Io vivo sempre nel
sogno ed orfana stendo le sospirose braccia verso la patria, verso i
vani fantasmi della tomba. Perchè come sulla sabbiosa pianura il vento
distrugge con la polvere per ischerno la traccia del piede frettoloso
al viandante, così copre la sabbia tutta la mia vita ed i miei sensi.
Tutto divenne intorno a me caos, e mi vacilla nel petto il cuore
senza patria, strappato quasi alla sua ancora e spinto nell'onda del
cordoglio verso il velato avvenire. Ahimè! della casa di Arrio sono
questi gli unici avanzi, io e tu, Euforione, ed il piccolo Ion, a me
carissimo sopra ogni altro!
 
Ed a ciò Ion: «O Ione ed Euforione, io ora vi amo doppiamente, perchè
voi mi sembrate i genitori, essendo il padre disceso nell'Orco. Ma
tosto che noi fabbricheremo la casa sulle rive del purpureo Nilo, sia
essa com'era la nostra, chè non mai io dimentico la nostra abitazione,
la quale s'ergeva sì bella con le colonne splendenti dell'azzurro del
mare. Sabbia e frana la ricoprono, e ricoprono anche il podere e i
tesori che il padre accumulò e la diligente madre raccolse. Di tutto
posso consolarmi, solo non posso dimenticare i tuoi preziosi regali,
o sorella, che poco fa mi portasti da Roma. Ed anche il candelabro
di bronzo io piangerò, o amico; mi appare sempre agli occhi la bella
figura e ripenso alle lampade scintillanti nella sala, al padre che
stupito ivi sedeva ed agli amici che guardavano ammirati. Ma ora esso
sen giace coperto di cenere, e nessuno attizza le incantevoli lampade,
allietandosi del loro scintillio. Si affrettò subito un demone a trarlo
giù nel profondo dell'Orco, fra le lare, per la regina Persefone, dove
ora sta accanto al trono e illumina le orride tenebre».
 
«Lo ricopra pure la polvere, rispose sorridendo Euforione, e sia ora
lampada sepolcrale per Arrio e per tutti gli amici: ormai mi ha già
bell'è compiuto il destino. Esso era per me l'araldo della luce, un
amico salvatore dell'amore; e un tempo, quando saranno trascorse le
età e molte generazioni di uomini, quando noi tutti saremo dispersi
coperti dalla polvere, i posteri lo ritroveranno; allora dinanzi ai
tardi nepoti esso starà come uno straniero e un divino mistero. Ma
forse un uomo, un osservatore, lo contemplerà, e con malinconia dirà
allora: di chi erano le mani, le preziose mani che ne intesserono
le forme e quali sensi commovevano il maestro, quando nell'officina
modellava il lampadaro dedalico? Per chi esso infiammò e illuminò
l'anima innamorata? Ed allora il mio bronzo racconterà a questo nipote
stupefatto anche il destino di Pompei e la nostra storia passionale.
 
«Ma io stesso, soggiunse il fanciullo, apprenderò subito da te a
modellare il bronzo, perchè anch'io diventi maestro di plastica,
che ognuno onori ed ammiri con lode e celebrazione. Bello mi sembra
pure che l'uomo si eserciti in tutto ciò che nessun destino, nessuna
improvvisa distruzione può strappargli. Noi, ahimè, i figli del
benestante Arrio siamo adesso come i più poveri del popolo, che sulla
via polverosa chiedono l'elemosina. Ma tu unico e solo rimani ricco,
tu porti teco tutti i beni, l'arte che rende felice il mortale ed il
lavoro che crea e che ora nutrirà anche noi, orfani smarriti». Così
disse il grazioso fanciullo ed Euforione se lo sollevò al cuore, lo
strinse dolcemente al petto e guardò nel cielo commosso.
 
«Bene, gridò subito Ione, bene ci siamo noi scambiata la propria
forma della felicità. Prima io stava altera e piena di splendore, e mi
pareva che nessun desiderio soddisfatto mi bastasse, per quanto fossi
circondata di ogni cura. E riuscii ad ottenere che la mia bocca potesse
liberarti, o caro. Ma dei doni, o amico, che per l'innanzi offriva
la figlia di Arrio per rendere gli uomini felici, questo, ahimè, era
l'ultimo ed il più bello. Io son povera adesso, il mio tesoro d'un
tempo è ora soltanto affanno e cordoglio. Mai tacerà questo immortale
dolore, per quanti anni possano scorrere, perchè, dovunque io sia, la
mia anima sarà rivolta alla tomba dei perduti amici, e dovrò piangere
il padre e sempre piangere Pompei. Ma tu quale un celeste donatore mi
porgi la salvezza. E come saprò io esprimerti i sensi del mio cuore che
palpita? Poichè, come finalmente appare al nocchiero, sbattuto dalla
tempesta, la più propizia pace nel porto, così tu sei per me il rifugio
del dolore. Noi siamo tuoi, noi veniamo con te; ciò che oltre il mare
lontano Iddio ci prepara, noi ce lo prenderemo con un amore operoso. Ed
ora vieni, il mio cuore si strugge dal desiderio della partenza. E già
satura di dolore io voglio piangere me stessa nella polvere di Pompei,
poi prendici tutti, o vecchio, e facci viaggiare sulla tua nave amica
ed ospitale».
 
Odi! e risuonò dalla spiaggia un canto, l'allegro e giulivo saluto del
mare. Dalla nave rabberciata gridarono su verso la roccia i figli del
Nilo, sollecitando il vecchio; dall'albero di abete sventolavano le
banderuole, nel nord-ovest le bandiere fluttuavano e a bordo pendevano
le corone d'ulivo e i rami dei sacri pini.
 
«Orsù! disse l'Egiziano, perchè lì basso la solerte ciurma mi chiama
con strepito e si apparecchia a partire. L'animo di tutti aspira
con ardente desiderio alla patria sicura. Affrettatevi dunque e
calmate l'ansia affannosa del petto, o partenti, che è sempre dolce
il piangere, dolce il dolore di ogni partenza; ma di là al capo di
Pallade io mi fermo, finchè voi torniate a casa dai ruderi di Pompei.
Alcuni giorni io vi permetto di restare colà per informarvi degli
amici, ovvero per prendere delle disposizioni, nel caso che vi siano
rimasti migratori, che il medesimo destino discaccia dal patrio lido.
Io mi reco a dedicare qualche pia offerta nel tempio, com'è costume dei
naviganti, perchè favorevole gli Dei ci mandino il vento da far vela e
ci spingano la nave verso il divino Nilo, dove in un'agiata casa i miei
vi tratteranno con ogni sorta di premure, finchè Pallade in seguito non
vi erigerà la propria abitazione. Ma tosto che sarò a casa, mi farò
dipingere da un pittore, che ben ne esegua il lavoro con arte, due
preziosi quadri, indove si ammirino la città sprofondantesi col monte
che vomita fiamme e la mia nave, così come i celesti me l'hanno tratta
fuori dal gorgo vorticoso. Io voglio ch'ei ben mi riproduca questi
quadri, e l'uno consacrerò colà nel tempio di Minerva, l'altro nel
tempio d'Iside, dov'esso si eleva alto presso Canopo sulla gialliccia
pianura di sabbia».
 
E qui discesero la sassosa scala del palazzo, che s'incurvava a mo' di
porto intorno ai rossi scogli dell'isola. Lento seguiva il vecchio;
tenendosi per mano, i due scendevano, e innanzi a loro saltellava
rapido il roseo fanciullo, simile nell'elegante figura al ricciuto
Amore, che guida gl'innamorati nell'azzurra lontananza della vita.
 
Subito saliron sulla barca, che rapida corse verso la riva di Pompei
fendendo coi remi i tersi flutti. Ma la nave di Serapione passò
fremendo lo stretto di Capri, e ben presto approdò presso il bel tempio
di Minerva che s'innalzava accanto al lido del mare coi luccicanti
merli, segnale al nocchiero e sacro e da tutti onorato fin da tempo
immemorabile. Lo fondarono i coloni di Tafo, quando dalla terra
ellenica veleggiarono per edificare sulla spiaggia di Napoli e nei
campi di Cuma. E molti doni che per riconoscenza i nocchieri piamente
consacrarono colà come offerte, vasi di bronzo, ornamenti di bionda
ambra e tavole votive dipinte per l'improvviso scampo, si vedevano
intorno nel tempio accumulati presso ogni altare. Molti ve ne consacrò
il vecchio, distribuendo ai sacerdoti ricchi doni di oro e preziosi
drappi di festa.
 
Erano già passati otto giorni; quando però giunse il nono e trascorse e
già Elio tramontava in sulla sera, ecco, la barca si allontanò dal lido
di Pompei. Con una gagliarda corsa passò daccanto agli scogli dell'alta
Sorrento e Serapione la vide con piacere accostarsi. Euforione
sorreggeva tra le mani la curva urna di bella forma campana, che lungi
risplendeva rossa, di luccicante argilla ed ornata di leggiadre figure.
Perchè della sacra cenere di Pompei Ione vi aveva dentro raccolto la
polvere, qual funebre ricordo della patria. E adesso invece dei lari,
invece del fuoco del focolare, presero seco la polvere nell'orciuolo,
per metterlo un giorno nella nuova patria, religiosamente, come
segnacolo della propria abitazione.
 
Serapione con gioia guidò subito sulla sua nave gl'innamorati, perchè
più gagliardo spirava il vento di ponente col fresco della sera. I
bruni figli dell'Egitto sollevarono ora le ancore pieni di desiderio,
mentre il vento riempiva e gonfiava le vele. E la nera nave prese la corsa come il migrante Ibi.

Passeggiate per l'Italia 22

Passeggiate per l'Italia 22


Alto tuttavia urlava il mare percosso dal turbine impetuoso, fuori
presso il roccioso lido, e già avevano i balzanti flutti trascinato
quei fuggiaschi di Pompei nel naviglio del vecchio egiziano, che
ora coll'albero infranto giaceva gettato sulla spiaggia salvatrice
di Capri. Non lungi da Napoli si eleva la bella roccia dedalica
dell'isola aprica. Ivi Amore si compiace di sognare nelle grotte di
zaffiro origliando alla camera nuziale delle sirene del mare, dove,
con delicato sorriso, le onde tremolano nel fosforo e l'aria narcotica
intesse tranquillamente di azzurro il grazioso crepuscolo. Ma fremeva
ora il mare intorno al lido tutto inarcandosi di onde cristalline, e
la schiuma schizzava fin sulla cresta dell'isola. E come una nebbia,
la cenere compatta e crocchiante copriva gli scogli, e lontano sulle
onde l'uragano agitava un vortice di nubi. Rosse splendevano le rocce e
rosso il golfo ribollente, ma fosco si agitava il mare nello splendore
solfureo, impetuosamente illuminato dai lampi e poi di nuovo coperto
subito dalla notte. E con luccicanti creste s'avvolgeano i sibilanti
cavalloni, sbuffavano in alto inalberandosi e risuonando poi sulla
scogliera, sì che intorno ne rintronava la spiaggia ed echeggiava con
rimbombo l'isola.
 
Così passava rapido il tempo, non più partito dal mutare delle stelle
nel cielo. Poichè non era nè giorno nè notte, e solo rossi bagliori
raccapriccianti solcavano la terra che fumava. Se le ore scorressero,
se i giorni si spegnessero nella notte senza misura di tempo, nessuno
dei mortali avrebbe saputo.
 
Finalmente venne la calma; presso agli scogli di Capri cessava di
fremere, stanco, il mare, e la tempesta delle nuvole ammainava le vele.
E le nebbie squarciate, già tutte infrante a brandelli, affollandosi a
mo' di schiera correvano e si spingevano al mare come corrono le flotte
di ritorno alla loro patria dopo la terribile battaglia navale, serrate
a schiere anch'esse ed affollandosi al suono delle tube, mentre le vele
sventolano rotte intorno all'antenna e foschi sporgono i tronchi degli
alberi spezzati; e le navi, stanche dalla lotta, tirano giù le vele
stridendo come gru e sempre più lontano nereggia la fitta squadra sul
mare.
 
E già dai crepacci della grigia nuvolaglia appariva l'azzurro del
cielo, quando spuntò timido l'astro del mattino e dall'azzurra notte
di ambrosia emerse con tutte le stelle la lampada degli Dei, Orione.
E subito splendette l'aria, il chiarore divenne sempre più limpido,
un vapore colorato si levò dalla sponda gialliccia del levante,
morbido come il chiarore dell'Iride, quando affrettandosi al mare si
trascina dietro il lembo della sua veste variamente ricamato a fiori
e la traccia luminosa delle ali. Come un brivido corse un alito di
vento e dalla scogliera si precipitò con alte strida il gabbiano,
a tuffare nei flutti le sue ali strepitanti. Un grazioso sorriso
mattinale rischiarava adesso il cielo, e spuntò rosea la magnifica
Eos vivificatrice della città, mentre in largo s'accendeva il mare e
risplendeva la cresta di Sorrento, come s'accende l'ebbro e sanguigno
capo del fiammante papavero. Timide ricomparvero le rive, avvolte come
in un velo d'incerto vapore: colà la riva di Pesto e qui gli scogli
delle Sirenusse, di là la riva di Napoli e il giallo monte Miseno.
Ma il dominante Vesuvio se ne stava lì maestoso nella sua pompa di
porpora, tranquillo come un eroe che silenzioso contempli il campo
di battaglia e i morti, niente affatto rannuvolato dal rimorso e
appoggiato alla lancia luccicante della zuffa.
 
Appena spuntò Elio per sanare della sua luce la terra, il vecchio
veleggiò subito con la sua nave verso la riva di Pompei, per osservare
con i propri occhi e cercare tra i superstiti e i morti.
 
Ma chi può dire quale orribile e violento dolore assalisse ora i
figli di Arrio, che si abbandonarono alla piena dell'affanno, quando,
simili a naufraghi, si svegliarono sull'estraneo lido, privi di
speranze, poichè il compagno svelò loro la sorte del padre e non cercò
d'illuderli in nessuna maniera? Strappandosi i ricciuti capelli e
percotendosi il petto, il fanciullo emise un profondo grido di dolore
che si ripercosse lontano negli scogli di Capri.
 
Arrio! risuonavano le rupi, ed Arrio! ripeteva l'Eco. E con i sensi
smarriti Ione vagava lungo la riva: ora, silenziosa contemplando le
coste di Pompei, sollevava il braccio in alto verso il cielo con le
labbra aperte senza profferir parola e pazza di dolore, ora lanciava
nell'aria un grido improvviso. Non così nello spasimo del cordoglio
uscì un giorno un canto di dolore dalla bocca di Cassandra, che
contemplava i ruderi di Ilio, seduta sul lido nemico, e versava nel
mare il suo affanno triste come la morte, impennando le aure del
suo sacro grido di malinconia, come ora si lamentava Ione cercando
il padre, gli amici, la patria, che senza tomba erano profondamente
sepolti sotto la lava vomitata dal Vesuvio. Ed ella supplicava la
morte, e spesso saltava avida di sprofondarsi nel mare; però la
stringeva gemendo il fratello Ion e forte talvolta la cingeva con le
braccia Euforione, versando lacrime di raccapriccio e unendo gemiti a
gemiti. Essi passavano nel pianto il giorno come passavano anche nel
pianto la notte, storcendo le mani con sospiro ed errando intorno alle
rupi dell'isola, così come i figli del cigno, che seggono raccolti sul
rossastro promontorio presso il mare e battono le ali e gridano senza
fine con un gemito rassomigliante al suono dell'arpa nell'azzurra
solitudine dei flutti, poichè il cacciatore uccise loro i genitori
distruggendoli insieme col nido.
 
Di nuovo si fe' giorno. Quand'ecco ritornò anche Serapione, mentre
quelli ansiosi, immoti nel sordo dolore, vuoto il petto di sorgenti
di lacrime, tristi pensieri volgendo, sedevano sul giallo scoglio,
sui gradini di marmo del palazzo, che Tiberio, il demone di Capri,
un giorno si fabbricò cingendolo di magnifiche colonne, da' cui
piedistalli scintillanti intorno alla scala si specchiavano giù nel
mare immagini di numi tacite e severe.[11] Colà li trovò il vecchio,
ei venne inerpicandosi per l'erta della riva e subito, come un uomo
del quale lo sguardo precursore della parola accenni a qualcosa di
triste, Serapione cominciò perplesso in tali accenti: «Infelici, oh che
cosa debbo io ora riferirvi? come potrò riuscire ad esprimervi tutto
ciò con parole? Un ammasso di polvere è diventata Pompei, inghiottita
la città e sotterrata anche la sua gente! Nè il padre, nè la casa, nè
gli amici, nè la patria sperate di vedere; l'inarcantesi terra tutti
insieme li ricopre. Ahimè! nessun occhio li vide, e chi è sfuggito
alla rovina dice che è morto Arrio, e morto anche Pansa ed è morto
anche Ismeno! Chi discerne fra i molti che perirono? Da ogni parte
imperversa la distruzione ed il caos, sembra che tutto sia una fossa
sola. Le macerie coprono colà il paese sfigurato come con le onde
fangose del Nilo. Plumbei si elevano gli ammassi della lava rappresa;
monti vomitati dal monte seppellirono i campi e le città, e la terra
fusa indurisce selvaggia, orribilmente compressa nelle sue zolle. E
d'intorno deserto; un pantano di zolfo, un indicibile ammasso a strati
di cenere e sabbia e frane e frantumi infiniti! La città precipitò nel
profondo del Tartaro senza lasciare alcuna traccia; così del Vesuvio si
distese su di essa un lenzuolo di polvere e una nera coltre di cenere,
che non un tempio si scerneva, non il teatro, non la piazza, neanche
una casa. Ma qua e là dal flutto di cenere un dorico capitello sporgeva
il suo capo tentennante come un ebbro, e si vedeva l'orlo merlato d'una
torre infranta. Ahimè! e di morti un esercito! gli uni fissi nella lava
e gli altri nella sabbia, ovvero accomunati nelle onde fangose con le
bestie marine, che il mare ora rivolge con raccapriccio negli orribili
flutti insieme coi percossi alberi e le caviglie delle infrante navi.
E il vento solleva un turbine di polvere; come nel deserto di Libia,
su Pompei la cenere danza le furiose danze della morte. Napoli e Nola
mandarono in fretta delle schiere di fossatori, se mai riuscisse loro
di liberare qualcuno dai frantumi; ma questi uomini rimangon lì fermi,
con le zappe inerti ai loro piedi, pieni di orrore e guardano la nera
campagna flegrea. E come i corvi d'autunno riempiono di strida il
terreno dissodato, accoccolandosi a stuolo, così seggono colà le donne
gemendo fra i rottami, con monotone grida, e versano sul loro capo la
polvere solfurea. Il dolore, segugio della morte, manda alti gemiti
colà e cerca la via nella cenere ammonticchiata; la fame con lucente
sguardo gironza intorno e fruga tra i rottami con urlante delirio.
Oh come basterà la parola ad esprimere tutto ciò? Intorno al grazioso
golfo ora la morte intreccia nere ghirlande; anche altre città caddero;
caddero Ercolano ed Oplonti,[12] Stabia è coperta dalla notte. Da che
la terra popolata uscì fuori del caos, giammai occhio mortale vide così
violenta ed orrida distruzione! Cessate, deh, cessate dal lamentarvi!
nessun dolore può misurare questi abissi vertiginosi e senza fondo.
Muto sta l'uomo innanzi all'opera dei celesti, compreso di stupore
e d'irresolutezza, e lascia compiere ciò che non può arrivare mai a
capire. Lasciate che i morti riposino tranquilli e che il padre dorma
nella sepoltura della casa, beati loro che non videro la caduta e lo
squallore di Pompei, perchè un demone del cielo li rapì di mezzo alla
festa».
 
Così il vecchio. Ancora alto gridava il giovanetto Ion con voce
risuonante e con volto nascosto amaramente sospirava. Ma Ione, con le
mani tese verso la sponda azzurro-velata di Pompei, d'un volto simile
alla morte, rabbrividito e pallido, sparsa sul petto la chioma fluente,
stava ferma a guardare nel mare, finchè le braccia non le si piegarono
per istanchezza ed il capo non s'appoggiò alla spalla dell'amico
Euforione, il quale sollevò per mano dal suolo anche il fanciullo.
 
E intenerito vide il vecchio come le giovani figure legasse insieme
la catena del dolore e la catena dell'amore. E a lungo esse rimasero
così silenziose nell'ansimante dolore e contemplarono malinconicamente
la vita, quando a un tratto il vecchio proruppe: «Ben vede oggi il
sole della trasformazione tante cose che i popoli istituirono, le età
consolidarono, la repentina morte disciolse. Il povero ora si unisce
al ricco e il signore chiama fratello lo schiavo. Che sono i desiderî
degli uomini e che è mai l'affaticarsi per il futuro? Che cosa è il
tuo dolore, o Euforione, che poco fa scagliasti selvaggiamente contro
il cielo per una meschina figura di argilla? Ecco, Pompei giace nella
polvere frantumata, rotta come un vaso che un fanciullo scherzando
getta giù dal piedistallo. Ora vi abitano le larve e striscia pei muti
palagi il verme schifoso, sedendo sull'oro e sulla seta di Tiro. E la
notte eterna copre le preziose meraviglie della bellezza. Così come
i ciottoli della roccia, il tempo rotola costantemente le opere degli
uomini, schernendo i figli di Prometeo che, poveri creatori, formano
polvere dalla polvere. I nipoti ereditano le macerie e la posterità
dolente raccoglie anche la più sublime azione come un rottame di mezzo
ai frantumi».
 
A ciò subito levò il capo il Greco e disse con commozione: «Ben
dicesti tu il vero! Un sol minuto basta a dileggiare i nostri titanici
dolori e i più eccelsi sensi divini, giacchè anche dietro la mano e
l'opera di Fidia stava un giorno motteggiando la morte e placidamente
si prendeva gioco dei rottami in cui quella si sarebbe ridotta. Pure
tutto ciò che nel petto aspira con forte desiderio alla luce, ciò
che tende all'immortale con la lieta brama del creare, o vecchio,
non è un soffio della dileguantesi ora mortale! Cadono le città e i
popoli, muoiono le opere degli uomini, ma rimane il potere dell'arte
ed il lavoro che redime; i quali, sacerdoti celesti della luce e
della libertà, peregrinano come messi andando dai padri alla vegnente
generazione dei nepoti. E l'uomo si rinnova eternamente, ammassa
opere su opere, attendendo pacifico alla perfezione del fiore della
terra, con santa umiltà. Così io la penso, e quantunque ancora l'anima
mi stilli di morte, pure mi è rimasta la forza e la brama infinita
dell'operare. Anche a me han distrutta i celesti l'officina e le
opere, e nel medesimo tempo il dubbio ed i miei piccoli dolori puerili.
Eternamente adunque le macerie coprirono le opere dell'apprendista, per
sempre quelle figure del sogno e della brama che lottava con energia
giovanile. Ma come quando nella vampa del Vesuvio io tuffai l'anima,
sì che essa, liberata dalla scoria della pesante materia e purificata
dalla torbida miscela, tende ora alle vette apriche, così io son
divenuto, così mi sento rinnovato, così ringagliardito dentro di me».
 
E l'Egiziano guardava lieto l'insigne giovane così entusiasta,
ammirando com'egli, con ancora la veste di schiavo sulle vigorose
forme, se ne stesse colà virilmente col capo sollevato e coperto da
riccioli neri, simile al figlio di Dedalo che aveva modellato nella
creta, ma più tranquillo e più grave; e l'ospite amico si compiaceva a
guardare come per mano ei si tenesse la più bella fanciulla di Pompei.

Passeggiate per l'Italia 21

Passeggiate per l'Italia 21


Così il vecchio. Dagli occhi suoi caddero le lagrime della malinconia.
E come se per il mondo si fosse diffusa la calma della sera, onde
rabbrividisce dappertutto la campagna e tacciono i canti nel bosco,
così tutto si chetò nella sala: non una parola, non un bisbiglio
si udiva. All'intorno serpeggiava il raccapriccio come il passeggio
della morte, ma a volte rompeva il silenzio un rimbombo qual dei carri
strepitosi della battaglia campale e s'udiva in pari tempo il ruggito
delle tigri e dei leoni, che la città custodiva nelle gabbie per la
lotta dell'arena, cupo e lontano, come sulla sponda del libico mare di
sabbia s'ode nella tranquillità della notte echeggiare il ruggito delle
fiere.
 
«La parola che dicesti, o vecchio, gridò Arrio alla fine sbalordito,
risuonò ottenebrando la gioia; pure sappi che la Parca continua a
filare benignamente nella nostra casa delle fila dorate».
 
Senonchè Ismeno guardò calmo verso il Vesuvio e disse: «O fortunato
colui al quale parve nella vicenda dei tempi che le Ore avessero tutto
compiuto! Ma fluttua e ondeggia la vita dietro leggi oscure. Alla cieca
l'uomo oscilla nel dubbio come la canna, e alla notte oscura solo gli
Dei annodano per lui il giorno. Così all'apparir d'ogni giorno se ne
stia l'uomo devoto e pronto a ringraziare e consideri maravigliando il
celestiale incremento della vita, come un dono della fortuna, sul quale
giammai ha contato».
 
Disgustato riprese Arrio: «I vecchi cantano alla morte sempre il
loro canto del cigno; poichè ad essi il tempo spense la fiaccola
dell'Amore. Questo roseo ragazzo sen vola rapido, e non mai appare
al cospetto dei vecchi; egli si cerca una preda migliore; Bacco però
inghirlanda sempre di edera le bigie rovine. Vecchio, e come hai potuto
dimenticare completamente il fido amico, che sulla tersissima base
ha modellato l'artista per richiamarcelo alla memoria? Ecco, quella
base significa la terra tutta inghirlandata di grappoli, e, araldo
del piacere, sulla magnifica pantera si eleva Lieo, con in mano il suo
corno splendente come la luna; perchè la natura non ci ha chiamato a
vivere nell'indigenza, ma bello ci ha apparecchiato il mondo alla festa
della vita fuggitiva. Goda dunque l'uomo; rapide passano le ore e più
rapidi folleggiano i piaceri, come le rapide rose dell'amore. Condite,
o ospiti, il vino! e qui a me si arrechino freschi fiori, perchè l'aria
ci ha fatto appassire le corone sulle tempie». Disse e versò il falerno
nel corno e ne offrì al vecchio.
 
«Se qualcuno può uguagliarti, o divino, aggiunse l'altro, è necessario
ch'egli sappia offrire agli ospiti meravigliati il fior della parola.
Una cosa sola ti è sfuggita, il fiammeggiante altare che Euforione ha
qui modellato, al sommo della base. E chiuda il nostro discorso anche
l'allegoria dell'altare: gli Dei bramano i sacrifizi, accostisi perciò
il mortale volenteroso ai loro altari, pensando come presto fugga
l'ora, acciò gli si conservi la luce e la gioia nobile e moderata!»
 
Così il vecchio; Euforione lo strinse affettuoso fra le braccia,
profondamente commosso. Lucido splendeva il candelabro, sembrava
il genio della vita terrena, vivificato dalla parola del sublime
cantore. Nessun lume scintillava ancora nella sala, esso soltanto
risplendeva lontano. D'intorno sedevano come ombre gli ospiti che,
taciti e seri, guardavano le lampade. E Ione fissava incantata ora il
bronzo, ora lungamente gli occhi dell'amico; e nel profondo del cuore
agitato entrambi sospiravano di stringersi le mani. Quand'ecco si levò
dalla sedia, col suo bel volto raggiante e sospiroso, coi neri occhi
irradiati dallo splendore dell'alto sentimento, con le mani sollevate
essa gridò come l'indovina: «Se al nobile s'addice il nobile, anche
all'opera sia nobile la lode! Libero quindi sen vada l'uomo che gli Dei
elessero araldo della loro luce immortale, anche lui onorino gli uomini
come gli Dei. Libero ora tu sei, o Euforione, libero e sciolto dalla
condizione di schiavo!»
 
E subito ricadde sul guanciale l'impallidita donzella. Allora il padre
la contemplò e gli ospiti stettero ammirati ad osservare com'ella
sembrasse convulsa ed agitata nell'anima e nel viso.
 
Come rumoreggiando il lampo dinanzi agli occhi di un uomo sbalordito
guizza giù pel cielo nella terra crassa di vapori, così ora questa
parola penetrò nell'anima di Euforione, ed egli vacillò, indi stette
con lo sguardo verso il cielo, poi nascose il capo fra le mani e con
profuse lagrime si buttò ai piedi di Arrio.
 
E vide piegarsi verso di lui il volto amico di Arrio, quand'ecco si
fecero fosche le tenebre in un momento, fosche oltre ogni dire! Come se
il mondo si spaccasse, dal Vesuvio si scatenò una bufera: il vasellame
precipitò tintinnando, con fragore caddero le tazze e con rombo
profondo risuonò anche il candelabro di bronzo, stramazzando giù nella
sala, mentre all'intorno volavano schegge di marmo. Lontano rotolarono
le lampade, sfuggite alle lacerate catene, facendo diguazzare l'olio in
esse contenuto, e guizzavano le fiamme nella notte.
 
E un alto e orrido grido echeggiò nella sala, selvaggio come il capo
di Medusa stava il rosso Vesuvio. Con fragore scoppiò il monte, e
una figura di fuoco usciva dalla voragine, come il turbine del mare,
e lambiva l'etere con le fiamme. Aveva l'aspetto di un pino, così
s'inarcava una volta gigantesca di fiamme e cresceva, finchè ad
un subito non s'agitò un rabbioso uragano di fuoco e con rimbombo
sprofondò nelle viscere dell'urlante cratere.[8] E a un tratto una
fosca caligine, con cupi fragori gorgogliava e ribolliva il fuoco
interminabile, si sollevava di bel nuovo rapidamente, s'aggirava in
vortice, e volavano i massi incandescenti come astri e come lune, d'uno
splendore fantastico, come un esercito tuonante di comete che con la
coda piena di scintillio sferzavano l'aria che mandava dei gemiti,
finchè non si riversavano simili ad una spaventevole grandine di
fuoco. Rosso come il sangue spumeggiava il monte, vomitando un'onda di
metalli, e ne rotolavano cascate di fuoco e ardenti cateratte di lava.
 
Oscurità profondissima e nera al cielo si levava la polvere.
Scrosciando come pioggia cadeva e ricopriva la fumante città, sì che
questa si dileguava allo sguardo; soltanto orride luccicavano le torri
mandando vampe, e lottavano contro il fumo e il buio della cenere. Alto
or mugghiava il mare, spaccandosi nel fondo, e rovina si assommava a
rovina e s'alzava polvere su polvere nel nero orbe terrestre. Così
in un subito precipita giù nella valle una catena di monti per il
terremoto che tutto all'intorno sconvolge, così turbina il vorticoso
caos della nera polvere, sì che tutto si offusca il cielo e versa sulle
case e su gli abitanti fuggiaschi una pioggia interminabile di sabbia
infocata, come ora scrosciava la cenere e fremeva e strepitava con
fracasso, scorrendo simile al mare, rovesciando le porte della casa di
Arrio.
 
E discese nella sala la notte flegrea e la morte versava la cenere
nei bicchieri. Tutta l'aria buia si riempì di zolfo soffocante. E
un indicibile grido di dolore echeggiò all'intorno, spaventevole;
selvaggia si udiva la voce di Arrio, di Pansa, le stridule voci delle
donne e degli uomini fuggenti; terribile era il grido di Euforione,
mentr'egli, errando a tastoni lungo le colonne, faceva echeggiare del
nome di Ione tutta la casa avvolta dal fumo. E qua e là cadevano e
sporgevano le mani frugando in cerca della via, avvolti dal nembo di
polvere e di crocchiante lapillo. Rosse faci, simili ai saltellanti
fuochi fatui delle maremme, erravano e sparivano; e d'ogni parte
orrende figure, simili alle larve del Tartaro e allo stuolo delle
anime che gemono, quand'esse passavano, il torrente di fuoco fuggendo
in mezzo al vapore gorgogliante, andavano a tentoni, correvano e
precipitavano nella fuga e nella lotta disperata.
 
E come tutto fu spento, nella sala si vedeva fiammeggiare tranquilla
una delle lampade, come scintilla un astro nel buio delle nuvole.
Poichè dalla catena del candelabro essa cadde giù contro una sedia
che la trattenne, e lì rimase sospesa, trattenuta dal braccio della
sedia metallica, la luce vivificante di Pallade. Ed Euforione la prese
disperatamente, la sollevò nella destra e subito corse via con un grido
rimbombante.
 
Pure qui tu indugi, o Musa, e con profonda mestizia abbassi il tono
della lira; mostri il tuo capo nella polvere azzurriccia, che ancora fa
rabbrividire i posteri nella sala di Arrio, e lo pieghi cogitabonda e
taci.
 
 
 
 
CANTO IV.
 
TANATO ED EIRENE.
 
 
Com'è placido, o morte, e come è bello il tuo regno colorito qui fra
le rovine di Pompei, nel recinto della cenere che si inarca![9] Ben
altra tu mi apparisti nelle macerie di Roma, come un Cesare maestoso
che dalla via Appia infili i larghi archi, tacito e tetro, trionfatore
del mondo e calpestatore dei popoli; ben altra nei campi di Siraco,
dove ancora Aretusa versa giù nel mare le melodiche lagrime per il
perduto dio e la rocciosa plaga giallognola mostra i solchi del tempo
con tracce di tombe all'intorno, per quanto il falco la domina con lo
sguardo.[10] Colà come Memnone tu mi apparisti, che manda dei gemiti,
quando la madre Aurora lo sveglia e lo bacia sul capo. Ma qui come un
ricciuto fanciullo, simile al sorridente Amore, tu mi appari, o Tanato,
nelle scintillanti macerie di Pompei, scherzando con la polvere di
oro e coi rottami dei vasi infranti. E coi lapislazzuli e i perduti
ornamenti delle fanciulle tu ricami il tuo sepolcrale mosaico di
figure fantastiche e favolose. Informami soavemente il canto e venga
qui benigna Eirene, la celestiale sorella, e mi aleggi intorno al
capo, eternamente. Ed ecco che aprì gli occhi Euforione; dove mai si
trovava egli? Una nube gli avvolgeva lo sguardo e il capo accasciato
dal dolore, e dello spruzzo delle onde grondava ancora la chioma e
la testa. Era in un'arcuata caverna di rocce dentate, rischiarata
in rosso dal vaporoso lume d'un tizzo acceso a mo' di fiaccola, che
un uomo teneva in mano, ricurvo, nel vello peloso del pescatore,
mentre gli sguardi inorridivano del raccapriccio di morte. Allora
terribile mugghiò il mare con urlo, e le onde, freneticamente agitate,
risuonarono intorno per le rupi sulla caverna scossa. Ivi pendevano
in gran copia alle caviglie reti brunastre, canne da pesca, gomitoli
di nasse e corde di paretelle. Ma al suolo sulla nera terra giacevano
figure, vinte dal dolore, in un rigido deliquio. Fra la ciurma ivi
sedea anche lo stesso Serapione, col grigio capo appoggiato alle
mani, senza forza per l'indicibile pena. Inoltre, nell'abbigliamento
di festa, coi lineamenti del tutto sformati, sconvolta e arruffata
la chioma, inzuppata di acqua salsa, giacevano distesi sull'alga
gl'infelici figli di Arrio, simili alla conchiglia di porpora che il
flusso spinge alla riva sull'alga scintillante del mare.
 
Euforione li guardava fiso, come fantasmi, e piegandosi sulle ginocchia
cercò di pronunziare queste interrotte parole: «Ohimè! dove siamo noi
infelici precipitati? ci hanno, ohimè! trascinato giù nel profondo del
mare gli urlanti gorghi? dove sono io mai? cadde Pompei, rovinò dalle
fondamenta il globo terrestre? È questa la fossa? Ci ha tutti ingoiati
la voragine del Tartaro?» E dagli occhi cercò di scuotere con forza il
deliquio; ma la ragione gli girava intorno smarrita. Come quando di
mezzo al fumo spuntano qua e là delle figure poco riconoscibili e di
nuovo si offuscano, così a lui errava confuso lo spirito sulle immagini
scomparse. Vide tutti gli orrori della notte, il Vesuvio e Pompei
ravvolta nel fuoco, la casa della festa e Ione presso il magnifico
candelabro, gli ospiti giulivi e l'improvvisa catastrofe. Vide Arrio
fra le rovine presso la volta della casa, piegato accanto ad Ismeno,
col capo morente tutto ricoperto di cenere. Vide uomini e donne,
distesi nell'arena che si ammucchiava all'intorno, il popolo fuggente
correre giù per la china delle strade a precipizio nelle nuvole di
fuoco e sferzato da una gragnuola di lapillo, strillando come uccelli
notturni, quando ne li caccia via lo scoppiettare dell'incendio. Ed ora
ei vide sè stesso, nel vortice di cenere, con Ione sulle spalle e Ion
appeso alla veste correre verso il mare di mezzo alla città in fiamme e
alla turba confusa degli uomini; ed echeggiava l'aria dei lamenti del
popolo che si precipitava nel mare, acceffando le barchette con grida
angosciose, finchè il flutto li allontanava e di nuovo il riflusso
li gettava sulla riva. E a lui pareva come se sprofondasse nel mare,
come se tutte le acque furibonde lo inghiottissero nel gorgo; ma ad
un tratto egli intese il rumore del bordaggio, un vociare confuso ed
orribile e nel mezzo il grido risuonante di Serapione. E subito vide il
vecchio, non più come l'illusione di un sogno febbricitante, sollevarsi
sul suolo della caverna, nell'aspetto simile al nero Caronte, e cercò
di chiamare per nome l'ospite amico, stendendogli con forza il braccio,
mentre prima barcollava pieno di angoscia; ma la notte fosca gli avvolse ben presto il capo ricurvo.