2015년 5월 31일 일요일

Passeggiate per l'Italia 17

Passeggiate per l'Italia 17


Euforione intanto guardava pien di mestizia il bel fenomeno, nè, pieno
di malinconia, l'opera sua prediletta lo rallegrava, quell'opera che
a lui più d'ogni altra avrebbe dovuto piacere. Ma tuttavia si calmò
e si addolcì l'impeto dell'animo. D'un attimo gettò sulla spalla la
sua sopravveste e uscì fuori dall'officina verso l'aperto, recando
nell'animo virile la dolce figura del dolore.
 
Età felice, quando ancora attorno agli occhi distende il velo il
seducente Dio del sogno; scorrono gli anni, la Parca che ronza lo
toglie e allora si presenta grave agli occhi il muto Destino. Ma
l'amore si diletta dell'impari sorte degli uomini, scocca allegramente
la sua freccia e nella notte che incombe soffia le segrete vampe con il
battere delle ali dei sogni.
 
 
 
 
CANTO II.
 
AMORE E PSICHE.
 
 
Già la notte avvolgea il mare e gli ombrosi monti della Campania che
mollemente s'innalzano intorno al golfo di Napoli, ricingendolo come
ghirlanda, placidi riflettendo le cime nelle acque eternamente azzurre.
Sempre tremola l'onda al bacio di Elio durante il giorno, sempre nella
tiepida notte al bacio ardente degli astri. Risplendeva ora un'intensa
luce rossastra sul Vesuvio; nuvole di fuoco aleggiavano attorno alla
cresta del monte rumoroso; lontano se ne accendeva al riflesso l'aria e
lo specchio del mare; lontano nella campagna guizzava anche un chiarore
sulle terre di Nola, dove sempre Flora ricopre i prati e i colli di
olezzanti germogli come di vampe, e l'albero di granato di Persefone,
dai rossi bocciuoli, arde dei riflessi del vermiglio fiore vulcanico.
E come se di nuovo fosse emersa dal mare la sera, dappertutto il cielo
e la terra divennero purpurei per il bagliore del Vesuvio.
 
Ma Euforione passeggiava lungo la sponda del mare, solitario ed
anelante, con trepido piede, e spesso tratteneva il passo ad ammirare
estatico l'incantevole quadro notturno di Pompei. Scintillanti
risplendevano i templi e nitido il grandioso foro; rossicci i pinnacoli
della città, i teatri e i portici marmorei. Le case allineate nei
vicoli che si dilungano per diritto, eleganti e piccole, come ville
e palazzine d'estate, sembravano davvero costrutte dalle divinità
marine del golfo, perchè vi abitasse una felice genía di uomini che
passa oziosa i giorni nel piacere e nel sollazzo, e simili a lampade
raccolte intorno al mare esse raggiavano di luce. Anche scintillanti
nel porto erano le navi nerastre, che se ne stavano ivi strette contro
un argine di tufo innanzi all'áncora. E con lo sguardo stanco, quasi
avesse trovato di là la nave di Serapione, riconoscendola al volto
raggiante di Iside, se ne stette ivi lungamente Euforione e gli sembrò
di vedere la nera figura del commerciante appoggiato al timone, in
atto di contemplare le stelle del polo e il chiarore del monte. E
subito si sottrasse dalla curva insenatura del mare, come un profugo
dai criminosi suoi pensieri. Ma per la notte errava un rumore insolito
e strano, come se una gru da lungi corresse sul mare con le sue ali
susurranti e l'aria risuonasse dal canto della migratrice.
 
Lungo la sponda s'ergeva la villa principesca di Arrio, in mezzo a
un boschetto di platani e di alti pini, d'ogni intorno circondata
di mura, donde sporgevano grossi vasi di fiori e statue seducenti
di delicato aspetto. Volentieri colà s'intratteneva il ricco uomo
durante l'autunno, per godere dei suoi possedimenti e dell'incantevole
campagna: dal Sarno al mare si stendeva a mo' di anello su anello il
suo podere. Ciò che i suoi superbi antenati avevano per lo innanzi
acquistato in terra straniera, case e campagne in Roma, nell'Apulia,
nel Sannio, ovvero lungo la spiaggia veneta, tutto vendè il nipote,
col proposito di accumulare quivi, in terra natia, il suo cospicuo
patrimonio in innumerevoli e fiorenti beni. E già mezza Pompei era sua,
già mezzo Ercolano gli apparteneva ed anche sino a Stabia intorno alle
falde del Vesuvio si prolungava le bella tenuta di Arrio.
 
Euforione si accostò ora pian piano alla porta spalancata; oh come
se ne stava accanto alla porta e guardava in alto nel cielo radioso,
tutto agitato, perchè mille pensieri gli turbinavano nella mente! E
allora lo prese subito per mano l'ilare Ion, il suo Ion che già lo
aspettava e gridò: «Come giungi tardi anche tu! Pansa ha ora mandato
a chiamare mio padre, perchè essi vanno alle falde del Vesuvio ad
osservare se mai muti la cresta del cratere, di ciò avendoci avvertito
i timidi vignaiuoli. Ma vieni a casa, stiamo lì insieme a chiacchierare
un'oretta; dentro, nella sala, le fanciulle danzano ancora delle
allegre danze, che provano per l'indomani secondo la moda di Roma, con
canto giulivo, e tutte le istruisce la intelligente sorella».
 
Così disse Ion e si avviò attraverso le arcate di bosso del giardino,
salendo la magnifica scala della casa che, fatta di pietra gialla, si
estendeva fino al portico. Essi ora attraversarono l'ombroso atrio,
dove ogni ospite si divertiva ad osservare le dipinte pareti e i
leggiadri fregi del suolo risplendente di mosaico. Dalla sala echeggiò
intanto un suono assai allegro, un cinguettio di flauti e uno strepito
di nacchere; nel medesimo tempo risa soffocate di fanciulle e i passi
cadenzati di piedi sparenti nella danza. Subito Ion condusse nella
camera interna il ritroso Euforione ed agile e furbo scappò fuori di
balzo e si allontanò.
 
Affascinante era la stanza e ombreggiata da una gradevole quiete, cui
rischiarava il fioco splendore di una lampada sospesa. D'ogni intorno,
sulla rossiccia parete come alla soffitta scintillavano figure belle
e scherzose, simili ad immagini della notte che il sogno soavemente
dipinge; poichè ivi un intelligente pittore aveva profuso sulle pareti
con senso artistico i colori della poesia. Qui sporgevano di mezzo ai
fiori maschere e svolazzanti farfalle, colà il grillo di Anacreonte
che guidava il leggiadro carrettino forzatamente tirato al passo da
un uccello variopinto; poi Amorini, che sedevano trasognati accanto
alla peschiera, adescando i pesci i quali si dimenavano nell'onda
di cristallo. Ma a preferenza delle altre seducevano lo sguardo
quelle Menadi sul fondo nerastro, che dolcemente si libravano nel
velo ondulato e spargevano scherzose la serica chioma alle aure, con
gli occhi fisi in alto, come se beate volassero al cielo. Tutto era
ricco all'intorno e disposto in un cumulo di bellezze. Dappertutto
scintillava oro, dappertutto avorio, perle e lapislazzuli; dappertutto
era un leggiadro ornamento di stoviglie, di tavole e di armadi. E là
scorreva gorgogliando da un'arcuata nicchia la polla di acqua fresca
giù nella conchiglia, che una ninfa di marmo ginocchioni le offriva,
una figura del celebre artista Menandro. Nel mezzo era una tavola
collocata proprio sotto la lampada, incastonata in alabastro; lucida
risplendeva la lastra come la luna. Ma essa non portava alcun fregio,
come sempre la desiderano le fanciulle, volentieri mettendo in mostra
delle cosette per farle vedere, le cassettine o le figurine di oro e
le variopinte conchiglie del mare. Sopra vi splendeva soltanto un vaso
d'unguenti, conformato a mo' di tulipano, da un bel calice ricurvo,
come quando esso, l'Ebe dei fiori, dopo che s'è imbevuto di rugiada, ne
porge alla cicala. Non però si sorreggeva sul gambo, chè una Pandora
lo teneva nelle mani sollevate, e sul coperchio si vedeva raffigurata
Venere come quando usciva dal bagno. Pien di gioia il maestro riconobbe
la sua opera e subito la prese dalla tavola fra le mani, quell'opera
che una volta, in un'ora di tristezza, aveva egli stesso modellata e
data a Ione come ricordo del commiato.
 
A un tratto stridè la porta, una veste ondeggiante dette un fruscio e
la padrona, Ione, la figlia di Arrio, si fermò subito davanti a colui
che estatico la contemplava. Come una diva, stava lì commossa l'alta
e piena figura della compagna d'infanzia. Stupefatta l'avvenente
fanciulla guardò Euforione, egli alzò gli occhi e si confuse, poi
con gli occhi fisi a terra rimase perplesso, con la bella immagine di
Pandora fra le mani, come s'ei fosse venuto, timido oblatore del cuore,
per offrirle la figura e lei per prenderla nella mano.
 
«Come tu pure, diss'ella sorridendo, mi richiami ora quell'età in cui
congedandoti e separandoti da me m'offristi l'opera scultoria! Innanzi
a me tu stavi allora come adesso nella medesima camera, di sera, ed
io con piacere ricevetti dalle tue mani l'opera che mi si offriva.
Vedi, son già passati e trascorsi gli anni, eccomi di bel nuovo, tu
mi t'aggiri dinanzi di bel nuovo nella medesima parvenza, come se sul
nostro capo si fossero fermate le ore. Sì, sempre come un oblatore,
o Euforione, tu mi passasti davanti, ed ora così ritorni, come un
donatore a chi è povera di doni».
 
Ma il giovane confuso aprì i neri e vividi occhi e li abbassò di nuovo,
quindi grave così parlò: «Ben fermo è il tempo che incessantemente
trasforma tutte le cose, per colui che resta solo, sempre stretto
dal cerchio uniforme del giorno: come potrebbe il tempo ed il mondo
cambiarlo? Taciturno ei custodisce i sacri tesori della ricordanza e,
fedele a sè medesimo, prova gli stessi piaceri ed anche gli stessi
dolori. Pure a chi spensierato passa i lunghi e instabili giorni,
lieto godendo la piena visione del mondo e della vita, ben dilegua il
passato come una nera e sperdentesi immagine di sogno. Anch'ei però
s'allontana, torna di nuovo a casa, poco la riconosce e non più gli
è sufficiente una piccola cerchia. Così sei anche tu mutata per me, o
nobile padrona».
 
A ciò subito rispose la giovane con assennata parola: «Sì! ben vissi in
Roma i volubili anni, lontana dalla patria e dagli ottimi amici; così
volle mio padre, allorchè rimasi orfana sì per tempo con la perdita
della madre affettuosa. Magnifica è la città e grande e oltre ogni dire
abbagliante la vita che vi serpeggia, però mi spaventa la confusione
della folla. Roma rassomiglia al caos, dove tutto s'agita e si dimena
confusamente. Spesso mi tremava il cuore colà, ed io mi sentiva sola,
pazzo il mondo sembravami, falsa ogni umana attività. Ma la zia mi
canzonava spesso schernendomi con pungenti parole, mentre io sospiravo
la patria più bella. Copiose lagrime versavo, così spesso mi richiamava
al pensiero la bella Pompei e il golfo e la placida spiaggia e questa
casa con i variopinti cubicoli. Sì, i miei mesti pensieri ritornavano
spesso sospirosi da Roma all'età della felice fanciullezza trascorsa
nella patria, così come le rondini ritornano in primavera in cerca
del nido ove crebbero senza pena, godendo degli scherzi del sole. Ma
morì, ohimè! la tua carissima madre Serena, la mia fedelissima dama, a
cui tutto io confidavo. Ora ella riposa lontano in Roma, lungo la via
Appia e non più guarda il figlio, consolandogli l'afflitto cuore coi
suoi sguardi amorosi. Ma un'amichevole parola di saluto anch'io voleva
dirti, perchè domani non mi stessi dinanzi pieno di uggioso rimprovero
quando converranno a festa nella sala i nobili amici».
 
Come quando un suono sprigionandosi da flauto eolico nella sera,
penetra giù nel cuore e vi desta il soave desiderio d'un sogno beato,
così volava a lui la parola, quella voce melodiosa. «Ma perchè io
dovrei sembrare afflitto? E non mi son io, così gridò egli, rischiarato

니글니글 거울과 얼굴 피부 mTm침 치료

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개그맨 송영길과 이상훈은 2015524일 개콘 니글니글에서 오늘 이상하게 여자 관객들이 많이 왔어. 왜겠어?” 라든가 어제도 연락 안 되고 그저께도 연락 안 되고, 대체 뭐 했어?” “거울 봤어속이 오글거리는 댄스를 췄다.
2015531일 방영된 KBS 2TV ‘개그콘서트-니글니글코너에서 느끼한 댄스를 선보였다. 이상훈은 어린이 시청자들은 '도찐개찐' 좋아하고, 어른 시청자들은 '민상토론' 좋아한대. 그럼 젊은 여자 시청자들은?”라는 송영길의 질문에 가자고 답였다. 그런가하면 송영길은 "나 영화 봤어. 120분동안 시간 가는 줄 몰랐다니까"라고 말한 뒤 "영화 봤냐"는 이상훈의 질문에 "거울 봤어"라고 답했다.
송영길이 이상훈에게 물은 건 이상형이 어떻게 돼”. 이상훈은 딱 한 가지면 된다. 나보다 예쁘면 된다.”라고 자신감 있게 답했다. 송영길은 무인도에 딱 하나 가져갈 수 있다면 뭘 챙기겠냐?”란 물음에 거울이라고 대답했다.
 
그런데 소재가 못생기고 느끼한 남자가 자신을 도취한 듯 거울을 쳐다본다고 했는데 남성의 경우는 거울이 내가 잘생겼다는 긍정적인 주관적 느낌 주지만 여성의 경우에는 거울을 볼수록 자신의 단점만 보이기 때문에 부정적으로 거울이 작용한다. 즉 여성은 세상에서 누가 가장 예쁘냐고 묻고 자신감을 가지는 것이 아니기 때문에 필자 의견으로는 여성은 거울을 많이 보지 않을 것을 권장한다. 필자 한의원에는 독일에서 수입한 특이한 거울이 있는데 고가이기도 하고 거울만 봐도 피부가 2-3배 확대해서 매우 잘보인다. 특히 얼굴의 모공이나 흉터는 매우 잘 보이는데 모공은 평생 치료되지 않지만 지속적으로 각질제거와 피부톤 개선등을 통해서 mTm침으로 효과를 많이 볼 수 있다.     

Passeggiate per l'Italia 15

Passeggiate per l'Italia 15


Ma in segno di amichevole saluto il giovane gli porse la destra e
subito rispose: «Sia il benvenuto, o Serapione, degno ospite ed amico!
Solletica forse questo enigma il tuo spirito egiziano? Caro mio,
tel dico subito: no! tu non mel compri neanche per tutti i tesori di
Ramesse! Molti giorni e molte notti taciturno e paziente ho io vegliato
accanto al lavoro e lungamente mi sono io stesso quasi fuso modellando
questo bronzo, e con esso ho diviso la mia vita. Ahimè! tutto quello
che arreca diletto sembra scaturito unicamente dal piacere; ma il
maestro che creò, sedette qui muto sull'opra, incombendo al lavoro,
e ne intesserono la varia tela la speranza, il dolore, il desiderio
della felicità, la desolante tristezza. Ora ne rendo grazie alle Ore:
dall'ondeggiante getto di bronzo mi uscì l'opera perfetta e corrisponde
ora pienamente al disegno, piacevole nella sua serietà».
 
A ciò muto rimase l'Egiziano, contemplando estatico l'immagine
meravigliosa, mentre il giovane Elleno dallo sguardo lampeggiante
ripigliava: «O vecchio, tu guardi estatico, eppure pressochè estranea
mi sembra la forma; essa se ne sta ora lì freddo e irrigidito bronzo
senza moto e senza vita, come un prigioniero ed uno schiavo dagli
sguardi più strani. Ma essa mi viveva calda e luminosa nel petto
infuocato, come l'immagine delle stelle che si disegnano librandosi
nel cielo. Son già quattro anni da che meditai questo candelabro, una
volta in sul vespro, quando la mia morta madre Serena veleggiò verso
Roma insieme con la figlia di Arrio. Ma io sedetti col più profondo
dolore sulla riva del mare, seguii con l'occhio la vela, finchè
l'allontanantesi nave disparve in un crepuscolo di porpora. Allora
vidi lassù nel cielo la sacra costellazione di Orione fiammeggiare
sugli ansanti flutti; come agitato da un nume stavo allora a guardare
la zona delle stelle celesti, quando mi si presentò al cuore la figura
di questo candelabro e l'immagine delle lampade. Tutto ciò come in uno
specchio mi rifletterono nell'anima le carezzevoli stelle, ma dormì la
mia opera e soltanto ora l'ho finita».
 
«Davvero, replicò il vecchio, fu allora la tua buona sorte a
fornirtela: oh te beato, nel cui cuore albergano le Grazie!»
 
«Ben dici il vero, o vecchio, rispose l'altro con rapido gesto, eppur
sempre con piacere sento agitarmisi nel cuore un impulso di gioia, un
impulso a modellare la superba figura: come una musica mi risuona di
continuo nel petto, tal che i pensieri mi si muovono incessantemente
in una nuova allegra danza di figure e di forme, intrecciando e
sciogliendo le arie come una lira melodiosa. Anche nel sogno, quando
stanco dal lavoro diurno desidero appisolarmi, mi s'agitano nello
spirito delicate immagini; come contemplo allora felice la forma della
pura bellezza, che mai arrivo a comprendere quando son desto. Ma ahimè!
ciò che di meglio l'uomo anela, gli penzola sul cuore, solo come un
sogno celestiale, ahimè! solo come una fuggevole brama! Io sento il mio
spirito così elevarsi in alto, allora vorrei, o Serapione, volando più
in alto e sempre più in alto, accostarmi agli antenati divini. Ma grave
e plumbeo mi si attacca ai piedi il mondo, e un affanno paralizzante
erra nel labirinto del mio cuore. Oh come mi addolora profondamente
quella frase dei motteggiatori, quand'essi, sparlando della graziosa
arte della mano che foggia il bronzo, disprezzano il lavoro manuale
come qualcosa d'ignobile e una bassa necessità umana. Ma per l'eterna
luce! Guarda l'artistico intreccio di queste agili forme! Anch'esse
sono l'immagine scolpita della Grazia, o amico, e dànno l'idea del
bello e del sublime. Perchè anche a me veglia sul cuore e sulle mani la
Musa».
 
«Che tu sia consolato! proruppe con gioia il vecchio, tu non eserciti
veramente alcun vile mestiere: io chiamo sempre magnifico il lavoro
delle mani. Ben t'invidiano molti; l'insieme di queste forme avvenenti
te lo dette la divinità; non più ricche si presentarono esse alla
mente dell'artista che infonde nel bronzo le forze vivificatrici della
Grazia. Duolmi però teco, che tu debba creare come uno schiavo servile
ciò che solo ai liberi si addice: la servitù arreca onta alla sacra
arte! Nè mai a questa dovrebbe accostarsi un uomo di oscura condizione,
ammantato di veste da schiavo: no, libero di corpo ei dovrebbe
essere e libero di anima, come i figli dell'etere, gli Dei placidi e
sorridenti».
 
Allora una vampa di vergogna salì in volto allo schiavo, sollevò con
rabbia la destra e gridò pieno di angoscia queste grame parole: «Hai
tu veduto le notti che io affannosamente ohimè! ho pianto sul
misero giaciglio, contorcendo il cuore e le mani? E quando di notte, sì
spesso sedendo come una vigile figurazione del dolore che strugge, io
accuso la mia vile sorte, oh! allora s'avanzano nella triste disabitata
officina le figure di Dei scintillanti in bronzo, in pietra e gridano:
qui stiamo noi! ci scolpì Fidia, ci scolpì Policleto, mi lavorò Mirone,
mi lavorò Prassitele, uomini dell'Olimpo. Or chi sei tu mai, infelice,
che osi stendere anche la mano alla fiamma di Prometeo? Allora ohimè!
esse sghignazzano sonoramente e con piedi di bronzo calpestano il mio
cuore che ansa. Al banchetto dei tetri dolori siede la mia anima, o
vecchio, cibandosi di un duplice affanno. Ma nel petto non mi vien mai
meno l'anima rovente, anzi nei dolori più forte si spinge sospirosa
solo alla luce. Allora mi sento battere dentro, allora mi vengono mille
pensieri; allora come per ischerno mi s'agita nello spirito la forma
snudata simile alla convulsa Menade, io contemplo l'immagine più bella.
Ma presto l'estasi svanisce, e di nuovo mi sembra tutto così meschino,
così insulso, e spregevole financo la forza e la propria attività, e
più non appaio a me stesso nobile, come chi con pesante martello batta
sull'incudine il suo ferro che sprizza scintille. Allora nello sdegno
manderei in frantumi le mie opere e strozzerei fin nel germoglio tutti
gl'impulsi divini».
 
A ciò serio e sarcastico soggiunse quegli: «Come sono vani e meschini
i dolori dei mortali! E intanto l'uomo sempre scontento ingrandisce
il suo misero pulviscolo fino alle proporzioni del mondo; sulla nuca
ei solleva la sfera del cordoglio e si crede ben presto un Atlante. E
ciò che di soave gli si desta nel petto, non più germoglia in un vago
fiore, non più in un placido frutto; ma solo l'istinto ne prorompe
pieno di bacchico furore, provocando gli Dei alla lotta, e così l'anima
diventa sempre un campo di battaglia».
 
Ma il giovane dal viso sconvolto, tutto iracondo, gridò: «Vuoi tu
vedere come il mio cuore è schiavo e come arido scorre in me il fonte
della forza immortale, da cui credevo di attingere? Mira: qui sta la
mia vergogna, umidi ancora sono i panni che avvolgono la mia opera. O
vecchio, io lavorai intorno alla figura, a lungo stetti ginocchioni e
pregai gli Dei perchè spandessero su queste immagini un raggio del loro
lume vivificatore che penetra fiammeggiando le opere. Ma nessuna vita
vi scese, nessun vezzo seducente, perchè dal cuore alla mano un demone,
schernendo, arresta ed impedisce all'artista da strapazzo la corrente
magnetica del suo animo. Sì, io riconosco d'esser non altro che uno
schiavo, e sebbene io circondi il mio animo del più caldo sentimento e
dello scintillio di entusiastici pensieri, pure, quando mi accingo ad
un'opera, mi si disvela con ischerno la mia impotenza».
 
E con un tratto violento strappò dall'immagine il panno, da
quell'immagine che alta e coperta si ergeva nell'officina. E si
offrirono allo sguardo, dall'argilla azzurrognola, due alte figure,
congiunte in un poderoso gruppo. Eran Dedalo ed Icaro, il suo celeste
figliuolo, che, imprigionati nel labirinto della roccia di Creta, si
fecero con la loro arte le ali per sottrarsi arditamente alla mortifera
voragine. Ma il padre, già vecchio divino, sedeva presso i crepacci
della rupe, tranquillo e intento a fabbricare con pratica mano le ali
dalle penne maestre del cigno selvatico. Sparpagliata ed a mucchi stava
a lui dintorno sul suolo una quantità di fioccose piume; ed Icaro, il
giovane entusiasta, era presso il padre, avido di desiderio, pronto
a volare, intollerante di freno. A lui già s'inarcavano, circondando
come di argini le rilucenti spalle, due agili ali di sirene, di color
cupo qual notte porporina, arditamente e saldamente connesse, forti per
dare impeto al volo. Ed esse si agitavano, già ventilavano come cigno
sollevantesi, quando la sua ala stride sui neri flutti. Così stava
l'ardente giovane, con gli occhi rivolti al cielo; ma lavorava ancora,
tranquillamente affaticandosi, il vecchio con una pensosa serietà...
 
Meravigliato contemplava l'Egiziano e stupiva come il sembiante dello
schiavo si rassomigliasse tanto ad Icaro per la giovinezza e per
la figura. «Robusta mi sembra, gridò egli, e grande, ma solamente
disarmonica quest'opera; manca qui lo spirito tranquillo ed anche
la sobria forma. Tu creasti un Dedalo senza vita, perchè l'impeto
dell'entusiasmo ti attirò ben presto la mano alla figura del focoso
figliuolo: tu elevasti a un Titano l'entusiasta Icaro che fu abbagliato
dal sole».
 
A ciò pieno di cattivo umore rispose l'offeso giovane: «No! tu non
comprendi giammai la mia alta e bollente natura, non mai tu intendi il
mio desiderio così potentemente alato. S'avvii pure la vecchiaia alla
polvere del sepolcro, limiti per bene la zolla del securo intelletto
e con ansia d'avaro calcoli la mercede della sua fredda arte che, con
la polvere della conoscenza, foggia i dolori terreni e i momentanei
piaceri. Ma lo spirito, che le superne Muse infiammarono, deve
liberarsi dalla notte greve e dal labirinto della polvere opprimente.
L'anima del poeta, attratta dalla luce, alza grida di gioia al cielo
ed ei non fa distinzione tra umano e divino. Sulle ali dell'amore
s'innalza al sole per accendere pel popolo mortale la sacra fiaccola di
Prometeo al raggio della bellezza immortale. Ardito siede tra gli Dei,
ardito squarcia il velo di Iside, osservando la ineffabile parvenza
divina. Non hai tu mai agognato le alte sfere della bellezza, quando
fuor del mondo hai guardato nell'etere scintillante? Non mai quindi nel
tremito ti sollevò in alto il petto bramoso? Ah! chi non volerebbe come
Icaro, chi non vorrebbe come lui respirare la luce celeste, quand'anche
dovesse pagare con la morte l'ebbrezza di tale entusiasmo e la voluttà
dei polsi librantisi a volo?»
 
Allora tranquillo sorrise il vecchio e dolcemente disse: «Assai bella
è negli occhi del giovane la fiamma dell'entusiasmo, bella la lagrima
del desiderio, nutrita nel profondo del seno per le occulte sorgenti
della luce e l'immagine primigenia e velata della vita. Ascolti pure
il barcollante mortale il canto delle sfere cullarsi sulla polvere
nella comprensione ampia del cosmo, ma sia pur certo che alla fine ei
non stringe che un sogno. Perchè noi uomini non siamo posti sull'aereo
delle nubi sì da contemplare oziosi le alate danze delle stelle. No!
noi stiamo tra l'incombente necessità del sepolcro e la terra nutrice!
Aimè! un atomo di luce e un pulviscolo luccicante dell'eterea fiamma
dell'anima scintilla nel petto caduco: ma per l'uomo esso è tutto ed
un profondo enigma. Come innanzi alla sfinge tebana, così sempre muto
innanzi al proprio spirito sosta almanaccando il mortale e vacilla
nell'oscuro labirinto del proprio cuore continuamente per un falso,
malsicuro e tortuoso sentiero. Guarda un po' Dedalo! quanto poco arrivi
a comprendere il saggio! Egli è il padre del lavoro manuale, un secondo