2015년 6월 1일 월요일

Storia degli Esseni 2

Storia degli Esseni 2


LEZIONE PRIMA.
 
 
Io debbo, diletti giovani, nell’esordire, revocare alla vostra mente
quei giorni al mio cuore carissimi, in cui per la prima volta erami
conceduto, la parola mia indirizzarvi. Voi il rammentate. Non appena
i primi passi muovevamo pel lungo e difficil sentiero, che il bisogno
faceasi sentire imperiosissimo, di una logica e razionale divisione del
nostro assunto. Simile alle colonne miliarie, che all’animoso viandante
additano il cammino percorso, e nuova lena gl’infondono e nuova speme;
noi pure, o signori, il cammino nostro in tre grandi stadj, in tre
grandi epoche, in tre grandi divisioni partimmo.
 
Nulla per ora delle ultime due calendoci, diremo solo della prima
epoca, del suo principio, del suo termine.
 
Quale era, o signori, la prima epoca della storia della ebraica
teologia?Era quella che dalla Mosaica rivelazione partendo, si stende
per tutto quello immenso intervallo, che da quel fatto memorando
trascorre, sino alla cessazione della nostra vita politica, sino, che
dico, o signori? sino al suggello dei Profeti e delle tradizioni, sino
alla compilazione del Talmud. In questa epoca, o signori, noi risalimmo
sin dove alcuna traccia per noi si scorgesse di movimento religioso,
di dogmatica vicissitudine; sin dove un sistema ci apparisse che un
compiuto avesse e particolare sembiante, di Dottrina e di pratica.
In quei remotissimi tempi, una setta ci fermava, ed era quella dei
Samaritani.
 
Noi togliemmo ad esame tutto ciò che ad essa appartiene, e comecchè
parecchie cose fossero da noi e per brevità, e per incompleta notizia
pretermesse, non è sì, o signori, che una cognizione voi non ne abbiate
acquisita generale e sommaria. Mestieri è ora muovere il piede in cerca
di nuovi liti e nuove genti, mestieri è, discendendo per la serie
dei secoli, quella setta, quella scuola tôrre a subbietto di studio
che prima si presenti, dopo i discorsi Samaritani. Voi ricordate, o
signori, di questa setta il nascimento. Ella sortì i natali in quella
epoca al popol nostro esiziale, quando la sua nazionalità venne per
la prima volta vulnerata, quando la via si apriva dell’esilio, quando
le dieci tribù schiudevano quel cammino di dolori e di spine, che le
rimanenti due tribù non avriano tardato a calcare.
 
Le ricerche nostre, o signori, debbono dunque oggimai da quell’epoca in
poi esercitarsi. Dobbiamo i tempi a quelli posteriori interrogare, e le
voci studiosamente raccogliere che ci porge la istoria. Quali furono
le vicende della ebraica religione nei secoli a quello successivi? La
risposta, o signori, troppo più tarderà ad udirsi, che alla vostra
impazienza non si convenga. Invano il chiederete all’esistenza incerta
e languente del primo tempio; invano alla cattività babilonese, invano
ai primi periodi del tempio secondo. Egli è, o signori, nei tempi di
mezzo della nuova Restaurazione, egli è durante le lotte fraterne degli
Asmonei, che la nuova scuola, la nuova setta apparisce con Giuseppe,
sul teatro della istoria. Egli è allora soltanto che la presenza ci è
dato costatare d’una forma nuova in seno alla ebraica religione.
 
Non vorrei però, o signori, che le parole mie fossero da taluno
fraintese. Quando io parlo di questo protratto silenzio, quando noto
una sì grande lacuna nella storia religiosa del popol nostro, quando
dico che solo collo storico Giuseppe la esistenza ci si appalesa di
nuova scuola; dire non intendo, o signori, che per tutto questo lungo
intervallo, le sètte da Giuseppe rammentate esistito non abbiano; che
quella specialmente che offrirà tra non molto al mio dire subbietto,
non spinga alte e profonde le sue radici in una ben altrimenti remota
antichità; che più vetusta esistenza non conti di quella che la
istorica menzione parrebbe assegnarle. No, o signori, questo nè dico
io nè penso. Che anzi le successive nostre conferenze vi chiariranno
abbastanza, come, a senso mio, certe scuole, certi istituti a cui i
documenti non porgono che una età posteriore, spingano oltre le loro
barbe negli strati, per così dire, più profondi del suolo ebraico; che
altro la cronologia dei documenti, altro quella sia veramente della
storica esistenza; che, benchè per nomi, per forme, per sembianze
diversi, i moderni agli antichi istituti si riappicchino mercè l’unico
genio, l’unica mente e, come oggi si dice, l’unico spirito. Ma questo,
o signori, sarà piuttosto corollario ultimo e postulato supremo dei
nostri studj, anzichè premessa da noi gratuitamente anteposta al
nostro discorso; sarà frutto anzichè radice; sarà comignolo anzichè
base e fondamento al nostro edifizio. Per ora, o signori, l’ordine
delle nostre trattazioni sarà quello ch’emerge dall’esame eziandio
più superficiale dei monumenti esistenti, sarà quello che scaturisce
dall’ordine, dalla successiva menzione delle sètte. Per ora, o signori,
quella stimeremo più antica che anzi le altre figura nelle istorie dei
tempi. Per ora quel nascimento soltanto le supporremo che la età ci
concede, della istorica menzione. Criterio falso, arbitrario, siccome
vedete, e che tanto vale a parer mio quanto il fissare che uom volesse
d’un’individuo i natali in quell’ora, in quella epoca, che le forze
sue attuava sul teatro del mondo.Ma noi, o signori, mentre ogni altro
sussidio ci vien meno, di questa data ci staremo contenti. Quale è la
setta che, nell’ordine di storica menzione, dopo quella immediatamente
figura che non ha guari insieme studiammo? Per ritrovarla, mestieri
è non solo valicare, siccome dissi, molti secoli e regni, ed imperi
diversi vederci prima scomparire dinanzi; ma penetrare eziandio è
mestieri nella santa città di Solima, e penetrarvi come vi dissi
mentre la guerra è bandita tra i due contendenti e rivali Asmonei. Che
spettacolo, o signori, non ci offre allora la santa città! Direste una
grande, una immensa officina in cui le arti tutte si adopran solerti
di guerra e di pace. Vedreste le divisioni politiche armare l’animo,
il braccio dei cittadini. Vedreste il fratello contro il fratello, e
talvolta, oh sciagura! il fratello ligio a strana signoria, contro il
fratello della patria libertà difensore. Vedreste alle politiche, le
religiose dissenzioni innestarsi, e quelle a dismisura esacerbare; per
quella legge che fa più vive ed accanite le lotte di religione, quanto
più il subbietto intimamente ci appartiene, e nulla più intimo di ciò
che ha seggio nel più segreto dell’animo; d’onde, o signori, la ferocia
unica anzichè rara delle guerre di religione. Vedreste tutte le forze
morali, religiose, intellettive, nazionali, civili, del popol nostro
in uno stato di aperta tenzone, di febbrile e prodigiosa esaltazione.
Vedreste un disordine, un antagonismo, un’anarchia; vedreste un caos
da cui il _Fiat_ divino dovrà forse a suo tempo suscitare un nuovo
mondo, e tutti gli elementi più generosi fervere in uno stato di
soluzione, nell’aspettativa di quel disegno, di quella forma, che
tutte dovrà forse comporle e armonizzare in bell’ordine.In mezzo, o
signori, a Gerusalemme in travaglio, in mezzo al romore delle armi, al
disputar dei Dottori, al piatire dei rivali, al ruggito delle fazioni,
inoltratevi, se vi dà l’animo, per le vie mal sicure di Gerusalemme,
impegnatevi per le sue vie, e se il pugnale non paventate dei
sicarj,[1] i più cospicui luoghi visitate della città e dei suburbj.
Qui è la setta dei Sadducei, e queste le sue aule. Nuovi giardini
d’Epicuro, primi furono tra noi a preludere a coloro che _l’anima col
corpo morta fanno_.Non son questi che noi cerchiamo. Ecco, o signori,
i centri, le accademie ove _rivive la sementa santa_, del Farisato,
eccone le porte, ecco a traverso le grate le immagini austere, le
fronti sublimi dei Dottori e dei Scribi.Inchiniamo e passiamo.
 
Ma ecco, o signori, nella parte più queta, nella regione più silente
della città rumorosa, pacifico presentarsi e maestoso abituro. Qui un
alternarsi di silenzio e di canto. Qui l’ordine, qui la regola, qui
la misura presiedere ad ogni atto, e tutta la interna e la esterior
vita informare. Qui le tempeste muggono alle porte incatenate; qui
si frangono impossenti i marosi delle civili discordie; qui l’animo
si leva a quelle alture in cui le nubi, come accade sulla cima dei
monti, ti si addensano ai piedi anzichè sulla testa, e quasi partecipe
della gloria di Dio, l’uomo assunto a tanta altitudine cavalca le
nubi e calpesta le folgori. Qui si maturano i grandi pensieri, qui
si elaborano le grandi dottrine, che esciranno salve ed illese dal
gran naufragio.Che casa è questa, o signori, che gente è cotesta che
l’abita? È cielo questo, è questa anticipazione di Paradiso? Sono
angioli cotesti, sono mortali?.... Sono gli _Esseni_.Esseni! nome
nuovo, inaudito forse per alcuni di voi.Nome che l’Ebreo non dovrebbe
mai obbliare, come a delitto imputeriasi al Greco Platone disconoscere
e l’Accademia; come all’Italo, Pitagora e gli Stoici; come ad ogni
popolo la più grande gloria, e il prisco vanto intellettuale de’ suoi
proavi.
 
Gli Esseni!Venerando nome per tutti quelli appo i quali sono in onore
Sapere e Virtù. Nome carissimo per noi figli, per noi eredi di loro
fama. Nome, lasciatemi aggiungere, nome santo per chi in essi vede,
come io già veggo, come voi spero tra non poco vedrete, negli antichi,
nei venerandi Esseni il fiore, il Patriziato, il Grado supremo nella
Gerarchia Farisaica;Il Farisato rivolto alla speculazione del sommo
vero e alla pratica del sommo bene; la falange, come la Macedone,
degli Immortali[2] che tra le fila si reclutava della comune farisaica
milizia.Io so, o miei giovani, che sì dicendo, io proclamo cosa che
il mondo non era usato sin qui ad udire; so che, come ogni idea nuova,
avrà pregiudizj, errori e rispettabili convinzioni da combattere. Io
so, o signori, che grave debito io mi assumo di somministrare a questa
mia teoria, carte e diplomi in regola per viaggiare pacificamente
per il mondo. Per ora mi contento di un _salvo condotto_. La
identità dell’Essenato col Farisato negli ultimi e supremi suoi
stadj, sarà, spero, frutto di una continua dimostrazione nel corso
di questa istoria; anzi, la storia stessa ne sarà la più concludente
dimostrazione. Epperò, appunto, egli è questo tema siffatto, a cui
troppo disconviene tempo e spazio ristretto. Il suo tempo, è tutto
quello che noi spenderemo intorno gli Esseni. Il suo spazio, tanto
si allargherà, quanto lungi andranno di questa storia i confini.Per
ora, il nostro passo dee procedere regolato e metodico. Noi abbiamo
pronunziato un nome bello, un nome onorando, e, se mel permettete,
dirò ancora onorante. Ma che vuol dire questo bel nome? Che significa
la gran parola di Esseni?Il suo significato logico, dottrinale,
storico, provvidenziale, non ha che una sola possibile definizione.La
storia stessa della _bella scuola_, così da or innanzi la chiameremo.
Il significato però che adesso cerchiamo è quello più ristretto del
vocabolo stesso; il significato gramaticale, filologico della parola,
il valore suo puramente etimologico. Questa è la definizione che noi
andiamo cercando. Ma questa, qualunque essa sia, non è tale che non
debba necessariamente colla prima connettersi; che anzi, l’armonia tra
le due definizioni, è tale criterio, che la verità dee porre in sodo
dei nostri resultamenti. Noi cerchiamo la definizione del vocabolo, ma
questa, per essere vera, dee armonizzare colla definizione della setta,
che è l’istoria. Una definizione gramaticale che non fosse la natia
espressione, e quasi lo invoglio naturale della definizione logica, un
nome che non esprimesse lo Essere, sarebbe improprio, sarebbe supposto,
sarebbe falso.Il nome è il Corpo, l’esteriorità dell’Idea, come il
Corpo è l’esteriorità dello Spirito.Ecco il criterio che noi dobbiamo
a guida proporci nelle ricerche che saremo per fare sul nome di Esseni,
nella cerna che fare dovremo degli infiniti supposti, delle origini multiformi a quel nome assegnate.

Storia degli Esseni 1

Storia degli Esseni 1


Storia degli Esseni Lezioni
 
Author: Elia Benamozegh
 
PREFAZIONE.
Le Lezioni che ora si pubblicano, risalgono all’epoca per me tuttavia
di dolce rimembranza, in cui mi era dato esporre alcune parti della
_Storia della Teologia ebraica_ ad una eletta schiera di giovani
livornesi, i quali, con perseveranza non comune in questa nostra città
dedita ai traffici, seguirono le mie conferenze per circa tre anni.
 
Queste cose stimava opportuno premettere, a spiegare la forma non
troppo consueta di questa Storia, ed a giustificarla eziandio.
Perciocchè non mancherà taluno, e forse non senza fondamento, il
quale osservi che più acconcia sarebbe stata la forma semplicemente
espositiva. Ma oltrechè per satisfare a questo bisogno sariami stato
d’uopo rifare quasi interamente il mio lavoro, parevami ancora che
ciò non sariasi potuto operare senza compromettere in qualche modo le
sue sorti. Chè il subietto presente sia per sè grave, e forse arido
per i lettori comuni, non vi ha, credo, chi nieghi. L’erudizione
storica, e teologica in ispecie, è cibo di pochi; e per farlo accetto
ai più, sarà forse senza niuna utilità uno stile men disadorno, più
drammatico e vivace quale s’addice a _Lezioni_? I fatti e le idee
che altronde riescirebbero ai schifiltosi indigesti, non divengono
pascolo più gradito, ove ai condimenti si mescano della imaginazione
e del sentimento? Non solo, e il dico a costo di parer puerile, gli
Esseni studiando con amore e con fede, perciocchè in essi intravvedeva
i predecessori della buona nostra Teologia, io sentiva nella nobile
indagine impegnate la Ragione e la Critica, ma la imaginazione altresì
e il sentimento, e spontanea dal labbro sgorgavami la parola viva e
affettuosa. Mai parvemi così vera ed acconcia la sentenza platonica,
non essere il bello che lo splendore e la veste del vero.
 
A che però, diranno altri, venir fuori con questi vecchiumi? Appena
trovano venia presso i comuni lettori le politiche o letterarie
lucubrazioni:qual sorte mai dovrà toccare agli _opliti_ della scienza,
alle scritture gravemente armate, alle dotte e severe indagini della
Storia e della Teologia?La Dio mercè però, questo linguaggio diventa
di giorno in giorno più raro. A dispetto di chi vorrebbe confinare la
mente umana nello studio e nell’amore delle quisquiglie letterarie e
degli arcadici vezzi, come i tiranni invitano il popolo a seppellire
le più generose potenze nelle tazze soporifere di Bacco, di Momo e di
Venere, l’uomo anela a cose più alte. Gli argomenti che, or si può dire
pochi lustri, erano il patrimonio di pochi, diventano ogni giorno più,
quasi comune proprietà. Le menti s’iniziano alle più alte e scabrose
indagini. Libri che altra fiata sariano giaciuti in eterno polverosi
negli scaffali delle Biblioteche, girano adesso per le mani di tutti:
avidamente si leggono, in ogni lingua si traducono: ed ove per mole
e scienza soverchie disdicano ai comuni intelletti, epitomi se ne
fanno e compendi. La scienza si fa piccina per trasfondere la vita nel
popolo, come Elia si contrae sul corpo morto del figlio della vedova, a
comunicargli la vita.
 
La storia presente non solo prende a considerare serio argomento, ma è
parte nobilissima e tema di gran momento nella questione religiosa che
ora preoccupa e divide gli animi nel mondo intero. La _Storia degli
Esseni_ è fonte ricchissima di documenti atti a spiegare l’origine
del _Cristianesimo_; e qualunque concetto di questo si formi, niuno
vi ha che si attenti di negare per la Storia di questa religione, la
importanza dello studio dello essenico Istituto. Perciò tu vedi tutti
i libri che prendono a trattare di quelle origini, assegnare posto
segnalatissimo all’esame dell’Essenato. Parevami dunque non fare,
anche per questo verso, inutile opera, mandando fuori questi miei
pensieri intorno una Scuola tanto studiata e tanto degna di studio;
e sopratutto non venire meno alle leggi di opportunità. Un altro
resultato, o ch’io m’inganno, mi sarà lecito sperare da questo mio
lavoro.Nelle ebraiche scritture da me finora pubblicate, vuoi in forma
polemica come le repliche contro l’antico Leone da Modena e l’illustre
amico professor Luzzatto, vuoi nelle mie Note al _Pentateuco_, vuoi
infine nel mio _Essai sur l’origine des Dogmes et de la Morale du
Christianisme_ premiato dall’_Alliance israélite_ di Parigi, pienamente
soscrissi e, quanto seppi e potei, crebbi forza alla sentenza intorno a
cui convengono non che gli scrittori ortodossi, ma i critici eziandio
più indipendenti, come Munk, Frank e Jost ed altri moltissimi, che,
cioè la Teosofia cabbalistica, che coltivò il nostro gran Pico
Mirandolano, ebbe per antichi rappresentanti gli Esseni e lo Essenato.
Questa Storia è destinata a porgere nuovo tributo a questo gran vero,
mercè un perpetuo confronto che si va facendo fra le une e gli altri.
 
E non meno parevami adempiere all’officio di buon italiano. Che se
ogni individuo ed ogni ceto debbono contribuire, per ciò che lor
spetta, a maggiore onoranza e gloria della Patria comune, perchè
questo dovere non incomberà egualmente agli Israeliti e alla scienza
israelitica? L’Italia ha il diritto di avere una _Scienza ebraica_
filologica, storica, teologica, erudita, quale da gran tempo posseggono
altre Nazioni sorelle; e in special modo la Germania. Ma a chi spetta
principalmente arricchire di questa gemma la sua corona, se non agli
Israeliti per cui l’Italia tanto fece e fa tuttavia? E chi tra gli
Israeliti più debitore di questo giusto tributo se non il Rabbinato? Il
quale in tanto lume di pubblicità, in tanto nobile pugnare di dottrine
e sistemi, in tanto strenuo combattere a trionfo del vero, deve a sè,
all’Italia, al mondo, alle sorti avvenire del genere umano, di alzare
la voce a proclamazione e difesa del suo Credo.
 
Nell’adempire però, nei limiti delle mie scarse forze, a questo
dovere, un pericolo sopratutto mi toccava cansare, quello cioè di
venir meno al rispetto delle altrui opinioni e di religioni dalla mia
diverse. L’ho io sempre felicemente evitato? Certo che costante mio
intendimento fu di fuggirlo, e certo del pari che per le continue e
delicate occasioni che ad ogni tratto mi si paravano dinanzi, ardua
impresa era il superarlo continuamente. Se mai talvolta la parola o
il pensiero suonano, più che non s’addice, liberi e severi, spero non
mi si vorrà apporre a colpa quando si rifletta che tra la tolleranza
fraterna da una parte, e la libertà dello speculare e la veridica
parola dall’altra, angusto e difficile è il calle, e rado è che tu
non pieghi talvolta o a un linguaggio alquanto severo, o a qualche
dissimulazione del vero. Fra i due mali, qual’è il lettore illuminato
che non preferisca il primo? La vera reciproca tolleranza è quella
che sa amare e stimare gli altri, pur serbando intatto il culto delle
proprie dottrine. Anzi, vero amor fraterno non si dà quando alto non
proclamisi ciò che vero si crede. Il primo diritto dei nostri simili, è
quello di udire da noi la verità.
 
Dopo le cose esposte, non mi rimane che a dire intorno i motivi di
questa pubblicazione. Non è sete di onoranza, che scarsa mi riprometto,
sì pel picciol merito dell’opera, come pel poco conto in cui questi
studii si tengono generalmente; non è amor di guadagno, che non si
trova per queste vie; non è vanità letteraria, che più agevolmente
e più sicuramente si può satisfare con più amene produzioni; non è
nemmeno quello che tanti autori protestano, la pressa dei loro amici
che non gli dan tregua se non ne veggono le opere su per le stampe. È
lo stesso motivo che m’indusse a sobbarcarmi spontaneo al ministero
religioso, che mi fe’ e fa lavorare intorno a subbietti difficili,
ingrati, spinosi; senza altro rimerito che il buon testimonio della
coscienza: _l’amore del sapere e della verità_.
 
_Livorno, Maggio 1865._
 
ELIA BENAMOZEGH.
 
 
 
 
INDICE
 
Pag.
 
PREFAZIONE iv
 
LEZIONE PRIMA 1
 
LEZIONE SECONDA 10
 
LEZIONE TERZA 19
 
LEZIONE QUARTA 34
 
LEZIONE QUINTA 45
 
LEZIONE SESTA 66
 
LEZIONE SETTIMA 75
 
LEZIONE OTTAVA 101
 
LEZIONE NONA 119
 
LEZIONE DECIMA 137
 
LEZIONE DECIMAPRIMA 152
 
LEZIONE DECIMASECONDA 185
 
LEZIONE DECIMATERZA 203
 
LEZIONE DECIMAQUARTA 236
 
LEZIONE DECIMAQUINTA 247
 
LEZIONE DECIMASESTA 261
 
LEZIONE DECIMASETTIMA 271
 
LEZIONE DECIMOTTAVA 284
 
LEZIONE DECIMANONA 292
 
LEZIONE VENTESIMA 300
 
LEZIONE VENTESIMAPRIMA 311
 
LEZIONE VENTESIMASECONDA 323
 
LEZIONE VENTESIMATERZA 335
 
LEZIONE VENTESIMAQUARTA 346
 
LEZIONE VENTESIMAQUINTA 357
 
LEZIONE VENTESIMASESTA 368
 
LEZIONE VENTESIMASETTIMA 378
 
LEZIONE VENTESIMOTTAVA 388
 
LEZIONE VENTESIMANONA 399
 
LEZIONE TRENTESIMA 409
 
LEZIONE TRENTESIMAPRIMA 419
 
LEZIONE TRENTESIMASECONDA 430
 
LEZIONE TRENTESIMATERZA 437
 
LEZIONE TRENTESIMAQUARTA 446
 
LEZIONE TRENTRESIMAQUINTA 457
 
LEZIONE TRENTESIMASESTA 468
 
LEZIONE TRENTESIMASETTIMA 478
 
LEZIONE TRENTESIMOTTAVA 483
 
LEZIONE TRENTESIMANONA 495
 
LEZIONE QUARANTESIMA 502
 
LEZIONE QUARANTESIMAPRIMA 512

상류층과 하류층 여성의 미모와 성형수술흉터치료

상류층과 하류층 여성의 미모와 성형수술흉터치료


미의 기준이 무엇인지가장 아름다운 것이 무엇인지를 쉽게 제시하기에는 다소 어려움이 있지만, ‘는 언제나 선호되어왔다. ‘아름다운 예술품은 그렇지 않은 작품과 달리 박물관에 고이 간직되며 시대를 초월하여 사람들의 심금을 울린다. 아름다운 대상은 자연물이든 인공물이든 관계없이 시인의 영감을 불러일으킨다. ‘아름다운 여성또한 사람들에게, 특히 시인과 같은 예술가에게 영감의 소재가 된다.
이러한 여성의 아름다움이 서구에서는 특권층의 상징으로 간주되던 시절도 있었다. 17 ~ 18세기의 프랑스에서 부와 권력을 지닌 상류층 여성은 무엇보다도 도덕성과 우아함에 대해 철저한 교육을 받았는데, 만약 그 여성이 아름답기까지 하다면 이것은 상류층의 특권을 강화시키는 장치가 된다. 왜냐하면 그녀의 아름다움은 그녀가 부, 권력, 도덕성, 우아함을 지니고 있어서 자연이 그녀에게 준 선물로 간주되기 때문이다. 당시 사람들은 만약 부, 권력, 도덕성, 우아함이 없었다면 그녀가 아름다움이라는 선물을 자연으로부터 받을 수 없었을 것이라고 추측하곤 했다. 그러므로 미는 재산, 높은 신분, 순백색 피부에 의해 상징되는 도덕적 순수함에 따라다니는 형식적 부속물로 간주된다. 아름다움은 특권층과 상류층의 여성에게는 그녀의 도덕성과 우아함에 빛을 더해주는 것이고 일종의 축복이다.
그러나 상류층 여성에게서만 미인이 탄생하는 것은 아니다. 하류층에서도 탁월한 아름다움을 지닌 여성은 얼마든지 태어날 수 있고, 얼마든지 발견된다. 그러나 하류층 여성의 아름다움은 상류층 여성과 반대로 축복이 아니라 불행의 씨앗이다. 왜냐하면 하류층의 미인은 조만간 그녀에게 다가오는 남성에게 자신의 육체를 바치고 그 결과 성적 욕구의 노예가 되어 타락의 길로 들어서게 될 것이라고 예측되기 때문이다. 당시 여성들은여성 교육 기관이 제대로 갖춰지지 않은 시기라서교육을 제대로 받을 수 없었기 때문에 세상과 남성에 대한 이해가 부족했고, 더군다나 하층민은 자녀에게 학교 교육뿐만 아니라 조신함과 정숙함에 대한 예절교육 및 성교육을 시킬 만한 정신적 여력이 없었다. 하류층 미인들은 도덕성, 우아함, 자존심을 내재화하지 못한 상태에 놓여 있기 때문에, 성적 탐욕만을 지니고서 그녀에게 접근하는 남성의 감언이설에 쉽게 넘어간다.
만약 성관계를 맺은 남성과 결혼으로까지 이어진다면 큰 문제는 없겠지만, 서구에서 근대 시기의 여성들은 결혼하려면 시댁에 상당한 지참금을 주어야 했기 때문에, 하류층 미인이 자신에게 접근하는 중,상류층 남성과 결혼하는 것은 사실상 어려웠다. ,상류층 남성과결혼하려면 그에 걸맞은 많은 지참금이 필요한데, 돈이 없는 하류층 여성이 무슨 수로 지참금을 마련할 수 있었겠는가? 한국 여성이 결혼할 때 마련해가는 혼수품을 지참금과 같은 맥락에 놓는다면 쉽게 이해할 수 있다. 가난한 여성이 부유층이나 권력층과 결혼하는 과정에서 혼수품 때문에 스트레스를 받고, 때로는 경제 수준의 차이로 인해 결혼 반대에 부딪히는 경우들이 있는데, 이것은 시댁에서 요구하는 상당량의 지참금을 마련하지 못하는 서구 근대 시기 하류층 여성의 비애와 별반 다르지 않다.
하류층 여성, 그 중에서도 뛰어난 아름다움을 지닌 여성은 성적 욕구를 충족시키려고 접근하는 이 남자 저 남자에 의해 성적 유혹을 당하고 성관계를 맺고 버림받는 과정을 반복한다.
수치심을 느끼는 여성은 그러다가 자포자기하여 자기 고향을 떠나는데, 타향에서 의식주를 해결할 방법이 묘연하다보니 끝내는 성매매 공간으로 유입된다. 18세기 프랑스에서는 아름다운 하류층 여성들이 파리로 도망쳐서 평생 아름다움에 대한 대가를 톡톡히 치르면서 살아가곤 했다. 하류층의 가난한, 그러면서 아름답기도 한 여성의 아름다움은 , 권력, 도덕성, 우아함의 부속물이나 축복이 아니라, 오히려 부의 부재, 권력의 부재, 도덕성의 부재, 우아함의 부재를 상징적으로 부각시키는 장치가 된다. , 그녀의 아름다움은 그녀가 앞으로 필연적으로 타락할 여자’, 때로는 이미 타락한 여자임을 상징하며, 마치 남성을 유혹하는 원죄처럼 스스로 타락할 수밖에 없는 운명을 지닌 자라는 죄와 불법의 기호가 된다. 그녀의 아름다움은 영감을 불러일으키기보다는 인간을 타락시키는 독소에 지나지 않게 된다. 탁월한 아름다움을 지닌 여성은 성을 팔고 성을 도구화하는 자로 전락하기 때문에, 성적 욕구의 노예라는 징표를 지니고 태어난 자가 된다. 그녀의 성적 욕구는 아름다움과 어울려서 에로틱한 분위기를 연출해내며, 이로 인해 남성의 이성적 판단과 평정 상태를 동요시키면서 남성마저 타락의 길로 유혹하는 이브의 욕구로 간주된다.
엄격하게 말하면 아름다운 하류층 여성이 타락할 수밖에 없도록 몰아가는 사회 분위기, 남성들의 탐욕, 무책임 그리고 지참금 제도가 무엇보다도 하류층 미인을 불행하게 만드는 원인이지만, 이런 부분은 쉽게 간과된다.
 
사랑의 철학, 이정은, 살림지식총서 073, 살림, 41-44페이지
 
상류층 여성은 이데아의 이상으로 그려지고 하류층 여성은 팜므 파탈처럼 결국 타락의 존재로 달리 해석된 것이 흥미롭다. 현재는 상류 하류를 막론하고 미인을 꿈꾸며 성형수술이 많이 시술되는 시기이다. 하지만 그 성형수술 횟수와 비례하여 성형수술의 부작용도 급격히 늘어나고 있으며 성형흉터도 증가하고 있다. 이런 가슴확대 수술 흉터, 코 성형 수술 흉터, 지방흡입 수술 흉터등 성형수술 흉터는 이미지한의원의 수술후 흉터침으로 진피 콜라겐 재생법으로 가능할 수 있다.

Passeggiate per l'Italia 24

Passeggiate per l'Italia 24


Era già sera: il sole già tramontava di là alla roccia lungisplendente
di Ponza, svanendo in un vapore di porpora con magnificenza e
grandezza, come si spegne la vita dei popoli e delle età, spargendo
sulla tarda generazione ancora un chiarore crepuscolare. Sempre più
calma diveniva la terra, e già si spegnevano i monti di Sorrento e di
là già si offuscava dolcemente e impallidiva l'alto Vesuvio. Ed essi
sedevano a bordo tenendosi per mano e guardavano indietro placidamente,
finchè disparve ai loro occhi la patria sepolta.
 
«Addio, Pompei! Addio o sacre tombe!» Così gridavano da bordo Ione,
Euforione, Ion. «Addio, Pompei!» e correva fremendo il naviglio
lontano e sempre più lontano nella vita. E scese la notte, magnifico
scintillava a ponente Espero, e le Ore celesti accesero subito
nell'azzurro la lampada degli Dei Orione, mentre le stelle dal cielo
con dolce scintillio mandavano giù sulla nave i loro raggi benigni.
 
 
 
 
NOTA DELL'AUTORE
 
 
Il candelabro, che forma il nucleo di questo poemetto, fu, com'è noto,
scavato nella casa di Arrio Diomede. Ora si trova al Museo di Napoli.
Io l'ho rifatto alquanto in ciò che costituisce l'essenziale di questi
canti, attribuendogli lampade di mia propria invenzione. Quelle che gli
sono appiccicate nel Museo sono altrimenti conformate; l'una è senza
figure, l'altra è adorna di due aquile, la terza presenta una figura
di toro a metà e alla quarta infine servono come anse d'ornamento
due delfini. Mi si vorrà scusare, quando si saprà che queste lampade
non appartenevano originariamente al candelabro, ma gli sono state
appiccate ad arbitrio. Le lampade primitive non si ritrovarono.
 
La figura del grazioso bronzo si trova nella Collezione del
Museo Borbonico, e il lettore non si annoi della dolce fatica di
scartabellare in quei volumi, finchè non l'avrà trovato. Egli sarà per
lo meno largamente rimunerato dalla quantità dei magnifici oggetti,
dovesse anche affaticarvisi intorno.
 
Coloro che hanno visitato la Pompei di oggi, non si meraviglino che
io abbia avvicinato il mare alle mura dell'antica città, poichè così
era il suo letto alla foce del Sarno, mentre dagli odierni avanzi di
Pompei il mare s'è ritirato d'un miglio in seguito al riempimento di
cenere, di lapillo e di lava. Del porto di Pompei parlano Floro, Livio
e Strabone; esso serviva di emporio anche a Nola, a Nocera e ad Acerra.
 
L'antico nome dell'isola d'Ischia era Enaria; io però (alla fine
del I Canto) ho conservato il nome odierno perchè più facilmente
s'intendesse.
 
Da ultimo ricordo che nella casa di Arrio Diomede, ancor sempre la
più bella di quelle finora scavate, sono stati ritrovati più di trenta
scheletri. Di questi diciotto si scoprirono nella galleria sotterranea,
uomini, donne e fanciulli: essi tutti avevano il volto coperto d'un
panno, segno questo di abbandono e di rassegnazione. Presso di loro
si ritrovarono collane, anelli, gemme e monete. Si scoprì il padrone
di casa accanto ad uno schiavo, presso la porta che conduceva alla
campagna: teneva una chiave in mano, mentre lo schiavo aveva preso con
sè molte monete di oro in un sacchetto di tela con l'effige di Nerone,
di Vespasiano e di Tito, e molte altre di argento e di rame. Pochi anni
da che erano stati scritti questi canti, il signor Fiorelli, direttore
degli scavi di Pompei, fece meravigliare il mondo con alcune immagini
vere e proprie di Pompeiani che nella catastrofe avevano trovato la
morte nella cenere. Egli le trasse alla luce del giorno con un metodo
per quanto semplice altrettanto geniale, versando del gesso nelle
incavature che le loro carni avevano lasciato sotto la cenere rappresa.
Così egli ottenne solidamente rappresentate come impronte plastiche le
figure di quegli infelici e il momento stesso e perfino l'espressione
della morte. Chi vide queste statue, le più meravigliose fra tutte
quelle che il mondo possiede, le avrà osservate non senza profonda
commozione, poichè quello di cui solo la fantasia del poeta può dare
un'idea, ei vide in piena e materiale naturalezza e realtà e come un
testimonio del momento.
 
Al lettore sarà nota la descrizione dell'eruzione del Vesuvio in Plinio
e Dione, e innanzi tutto egli si ricorderà degli _Ultimi giorni di
Pompei_ del BULWER. Una estesa descrizione di questa catastrofe non fu
toccata in questo poemetto, ed io ho lasciato alla Musa d'imitare quasi
l'esempio di quegl'infelici nella cripta della casa di Arrio Diomede;
poichè, incominciando a cadere la spaventevole pioggia di cenere, essa
si copre il volto presso il rovesciato candelabro ovvero le lampade di
Euforione, probabilmente per timore di essere soffocata, o almeno per
una disperazione e rassegnazione più moderna che antica.
 
 
 
 
INDICE
 
 
_Notizie sull'Autore_ Pag. 3
Girgenti » 11
I canti popolari siciliani » 69
EUPHORION (Poemetto pompeiano)
_Prolusione del Traduttore_ » 119
Canto I. _Oneiro_ » 131
» II. _Amore e Psiche_ » 157
» III. _Pallade Atena_ » 177
» IV. _Tanato ed Eirene_ » 205
Nota dell'Autore » 231
 
 
 
 
NOTE:
 
 
[1] _Canti popolari siciliani_, raccolti ed illustrati da LEONARDO
VIGO, Catania 1857.
 
[2] Questo splendido luogo ha alcune particolarità di linguaggio che
meritano d'essere notate. Mentre tutto intorno il popolo dice _domani_,
a Capranica dice _crai_ (da _cras_) ed invece di dopodomani, _biscrai_.
 
[3] Cfr. WIELAND negli _Abderiti_.
 
[4] Evidentemente quando il Gregorovius visitava Pompei e con l'anima
di artista interrogava i ruderi della civiltà passata, la casa
più bella ed elegante che colpisse l'immaginazione e la fantasia
del visitatore, era quella del liberto M. Arrio Diomede, posta in
capo al villaggio suburbano Augusto Felice. Difatti, quel grande
quadrato bislungo, scavato in tufo bigio ed in pietre vulcaniche, che
racchiudeva un vago giardino, un vestibolo dalle 14 colonne doriche,
e portici e terme e quanto si può immaginare di più sfarzoso ed
abbagliante per soddisfare alla umana ambizione, offre tuttora allo
sguardo uno spettacolo assai grandioso.
 
Se non che, oggidì, un'altra casa, da cui, certamente, il Gregorovius
avrebbe saputo attingere la sua materia di ispirazione per una scena
idillica o qualcosa di simile, gli contende, a giusta ragione, il
primato. È l'abitazione di una famiglia di Vettii, venuta fuori
alla luce negli scavi del 1894-95, che occupa il lato sud dell'isola
adiacente dal lato est a quella della casa «_del Laberinto_». Ricca
di decorazioni e pitture dell'ultimo stile, fatte con gusto squisito
e con finezza di particolari; adorna di candidi marmi che paiono
ancora animarla; ricinta d'un peristilio unico nel suo genere per la
gran copia di sculture figurate ed ornamentali conservateci; fornita
d'ogni sorta di comodità che l'arte e l'ingegno sanno escogitare per
rendere più delizioso ed ameno il soggiorno dei mortali, essa desta
un interesse ben più grande delle altre e supera, sotto vari aspetti,
quella di Diomede, che lo storico insigne scelse a teatro delle gesta
amorose del suo Euforione.
 
Chi desideri ampie e dettagliate notizie di questa importante scoperta,
legga la dotta relazione del Mau inserita nelle _Mittheilungen des
Kaiserliches Deutsches Archeologischen Instituts_, Roem. Abtheilung.
Bd. XI 1896, e la descrizione riccamente illustrata che ne fa il prof.
SOGLIANO nei _Monumenti antichi della Accademia dei Lincei_. (_N. d.
T._)
 
[5] L'immagine della vite come quella della pantera si può dire non
iscompagnino quasi mai la figurazione di Dionisio o Bacco nelle pitture
pompeiane. Così, per citarne un esempio, nella stessa casa dei Vettii,
il dio del vino, secondo l'intenzione dell'artista che ha voluto
riprodurre il trionfo di Dionisio, s'incontra sdraiato sopra un carro
a quattro ruote in guisa di dischi tirato da due caproni, sul quale
è stata messa sopra una pelle di pantera una _kline_ senza piedi col
basso fulcro avanti. E altrove, nel gruppo di Bacco ed Arianna, il
primo è vestito di nebride e di una veste paonazza svolazzante dietro
la schiena, con stivali alti ai piedi e lungo tirso sulla spalla destra
ed è coronato di vite.
 
Del resto, in tutte le antiche rappresentazioni mitologiche, Bacco si
dipinge qual fresco e rubicondo giovane (il _puer aeternus_ ovidiano)
con bionda capigliatura, una corona di ellera sulle chiome, con pelle
di pantera cascante sugli omeri, assiso sopra un cocchio a guisa di
botte tirato da tigri o da pantere, mostrando in una mano una bacchetta
cinta di pampini di vite (tirso) e nell'altra additando grappoli di uva
matura. Di qui le Baccanti nelle solennità religiose in onore del nume
si adornavano del pari della pelle di tigre e del tirso. (_N. d. T._)
 
[6] Di consueto, in quasi tutti gli scritti intorno ad Esopo, si
dipinge il favolista come un mostro di bruttezza, dalla statura piccola
e deforme; ma, molto probabilmente, questa pittura va dovuta anche
all'ingegno bislacco di quel monaco di Costantinopoli, che visse verso
la metà del secolo XIV, e che per il primo premise alla collezione
delle favole esopiane una biografia, nella quale volle accozzare alcuni
fatti, la maggior parte di una falsità stravagante e puerile. (_N. d.
T._)
 
[7] Giova qui riassumere i criteri fondamentali su cui poggia la teoria
estetica dell'arte del Gregorovius.
 
L'arte non è fine a sè stessa; la formula _l'arte per l'arte_ è un non
senso. L'arte, non animata dal soffio di nobili idealità, non ha valore
alcuno. Essa invece, quando seconda gl'impulsi generosi del cuore o i
palpiti ardenti di un ideale, sublima l'individuo, lo trasporta in una
beata contemplazione di gloria e di amore, gli prolunga ed abbellisce
la vita. Come, sotto l'impressione di un forte dolore, l'animo umano
è capace di attingere dal dolore stesso una gagliarda virtù; così,
individuandosi il soggettivo artistico in una passione, l'opera d'arte
verrà fuori più eloquente e suggestiva, se passata per il filtro delle
sofferenze morali.
 
All'arte va congiunta la più grande e nobile missione umana: non
solo solleva lo spirito, infondendogli entusiasmo e vigoria e quasi
indiandolo, ma ancora lo distriga dagli abietti ceppi del giogo, lo
redime dall'opprimente servitù, gli dona quella libertà, nel cui seno
è il segreto delle più eccelse cose. La libertà è infatti il suggello
e la consacrazione delle opere: per essa le opere ricevono uno stampo
durevole di forza e bellezza, per essa l'alato genio vi proietta sopra
i suoi sprazzi di luce.
 
L'arte poi non è soltanto quella che noi ammiriamo riflessa e come
emanante da una statua di Giove olimpico, grave e maestoso seduto sul
trono: anche un candelabro, una brocca orlata di figure, che servono
agli usi quotidiani della vita, entrano nei dominî dell'arte, purchè la
mano che li modellò sia stata mossa e diretta da una generosa passione,
da un plausibile intento. Gli è che il fine dell'arte non consiste
tanto nel dilettare, quanto nel riuscire utile in qualche cosa: essa
infatti, più che parlare e sedurre i sensi, deve conquidere i cuori; il
concetto del bene dev'essere contemperato e frammisto in larga misura
all'altro del bello.
 
In fondo, la teoria artistica del Gregorovius è calcata sulla dottrina
di quegli esteti, i quali sostengono a buon dritto che il principio
_in arte libertas_ debba intendersi con una certa discrezione, e che
le arti produttive del bello debbano essere subordinate al sentimento
morale e religioso dell'ambiente. Senza dubbio l'arte deve muovere gli
affetti, e muoverli in modo che arrechi piacere; ma questo piacere fa
d'uopo che sia per essa più mezzo che fine. Inoltre, l'arte sarà vera
solo quando sarà utile agli uomini, ed utile quando sarà conforme alla verità, essendo questa il suo principio.