2015년 6월 18일 목요일

Ginevra 15

Ginevra 15


Non vorrei che voi credeste che, non già il cerusico, che non fu potuto
avere per essere in quei dì andato a Salerno, ma il medico, che fu
domandato in quello scambio, fosse venuto quel dì medesimo. Anzi venne
soltanto alle due pomeridiane del dì seguente, ch'era il quarto da che
il fiero accidente m'era intervenuto. Battevano, dunque, le diciannove
ore quando l'uscio della cameretta, spalancato furiosamente da un
usciere, vomitò dentro un'onda di giovani sconosciuti; i quali tutti,
all'abito, alla cera ed al portamento, rammentavano don Gaetano. Quando
costoro furono tutti dentro, non altrimenti che sogliono i soldati nei
loro esercizi, fecero ale di se, lasciando per mezzo di essi libera
l'entrata a un esimio barbassoro di provetta età e di rigogliosa
sembianza, che, con passo solenne, appoggiandosi a un bastone o
più tosto a una lunga mazza, incurvava affettatamente il dosso, non
perchè tale fosse l'abitudine della sua persona, ma come oppresso dal
gravissimo pondo della sua scienza. Come per consuetudine, e senza più
quasi avvertirlo, alternava i suoi sguardi quando alle svariate ragioni
di ciondoli che gli pendevano dal sinistro petto della giubba, dei
quali pareva che tutto si venisse pascendo, e quando a coloro nei quali
s'abbatteva. E veduto che da poter ammirare il suo smisurato sapere
non era quivi se non io e suora Geltrude, già cortesemente levatasi
in piedi al suo entrare, del suffragio delle quali stimo che poco si
curasse, inacerbì il viso sì considerabilmente, che quel conforto che
l'infermo sente all'appressarsi del medico, sola medicina talvolta del
male e dei rimedi, tornò in maggiore spavento.
 
Postosi a sedere e incavalcato l'un ginocchio sull'altro, que' suoi
novizi mediconzolini gli fecero siepe intorno. Ed egli non guardando
nè me nè suora Geltrude nè i mediconzoli, ma, per enfiatura, i muri e
il cielo della stanza, domandò, non si vedendo a chi e come uomo che ha
l'animo assai di lungi da quel che dice, quale fosse il male mio. Suora
Geltrude, rimessasi a sedere, gli venne narrando con eloquentissima
brevità il caso succedutomi, non tacendogli, com'io avessi già prima
il capo ferito, e come per ben quattro dì non fossi stata soccorsa per
modo veruno. Le quali ultime cose ella non potette dire altrimenti che
a fatica grandissima, perchè il barbassoro, alla novella dell'olio e
della buca, cominciò a sghignazzare strepitosamente, quasi invitando
que' suoi studenti a fare altrettanto. I quali sbellicandosi alla volta
loro delle risa, furono cagione che assai guardie e custodi e serventi
che si baloccavano scioperati per le scale e per la corte, e che insino
i cocchieri, i famigli, i donzelli, i mazzieri e gli altri straordinari
del duca, per l'appunto allora allora arrivato, traessero tutti al
portentoso romore.
 
Costoro, sbatacchiato violentemente l'uscio della stanzetta, che s'era
rinchiuso dietro al medico, chi potette capire nella stanzetta, entrò,
e chi no, sporse il capo dentro a più potere; di modo che furono
innumerabili le teste, che qual ritta e quale curvata, ci furono vedute
riempiere tutto il vano di quell'usciuolo. Del quale accidente il
medico, non che darsene alcun fastidio, fu anzi il più contento uomo
del mondo. E poichè per quella volta la fortuna non gli aveva posto
davanti un auditorio più scelto, risolse d'aversi quello, qualunque
si fosse, che poteva. Laonde, ritornato assai grave e circonspetto nel
viso, slungò un cotal poco più il ginocchio di sotto, e battendo della
mazza in terra, rivoltosi a me, senza però guardarmi troppo fisamente,
mi disse ad alta voce:
 
Andiamo, via: che ti senti?
 
Io poverina, scema più che mai di forze per la dieta di quattro dì,
già prossima a soffocare dall'aria mortalmente rarefatta di quella
cameruzza, e, nel tempo stesso, fieramente sdegnata degl'increscevoli
portamenti del medico e della sua scempiata domanda, stetti un momento
sopra di me, quasi risoluta di non rispondere. E nondimeno già, per
adolescente qual ero, assai ben avvezza a dissimulare gl'insulti della
bassa e della mezzana canaglia, gli risposi che mi sentivo vinta dai
patimenti e quasi moribonda; con voce così tenue e così fioca, ch'io
credo certissimamente ch'egli non aveva intese le mie parole, quando si
volse alla nobile udienza, e facendosi dai principii della medicina,
disse cose nuove ed incredibili, e parlò parole sesquipedali. E
discendendo da Ippocrate insino a Hanneman, fermò, più tosto in greco
che in italiano, la diágnosi del mio male, e concluse che l'acetato
di morfina, ministrato nella dose di un trilionesimo di grano, era
medicina certissima alle mie infermità.
 
Dopo la quale conclusione, confermata con innumerabili nomi francesi,
inglesi e tedeschi, tutti non facilmente pronunziabili, i quali
nondimeno, per il fato singolarissimo d'Italia, riuscivano assai
solenni e sonori a quella plebe, rizzatosi in piedi, senza degnare
tanto basso da salutare, non dico me, ma suora Geltrude, ci volse
rapidamente il tergo, e scomparve in meno che non lo dico, seguitandolo
la sua fiorente scuola, e tutto il restante di quella prestantissima
ragunanza.
 
L'usciolino si richiuse sopra di loro: e noi ci rimanemmo libere da
un così disonesto frastuono, ma assai più incerte di quel che fosse da
fare, e col capo assai più scempio e svanito, che mai prima non s'era
state.
 
 
 
 
XXXI.
 
 
La natura e le cure più che materne di suora Geltrude mi furono vero
medico e vera medicina. Appena, partita che fu quella marmaglia,
l'aria della stanzetta si fu alquanto rinnovata, e che la respirazione
cominciò a divenirmi più leggera, nè la mestizia di suora Geltrude, nè
la mia mortale debolezza, non bastarono a rattenere il riso, che surse
spontaneo sulle labbra di entrambe. Suora Geltrude, pigliato animo del
mio sorridere, mi recò incontanente una tazzetta di brodo, ch'io mi
sforzai di bere, e che bevvi. Nè avendone ancora ai miei dì assaggiato
gocciolo, dopo poco tempo che l'ebbi bevuto, sentii corrermi non so
che di mirabilmente vitale per le vene e per l'ossa, ch'io non aveva
mai più sentito. Adagio adagio potetti di nuovo sollevarmi a sedere nel
letto, di nuovo la ferita risaldò; e per non ve l'allungare, dopo una
settimana di questa cura fui in istato di levarmi.
 
Era l'aprile, e il sole, tutto pregno di vita e di speranza, percoteva
risplendentissimo su quel mio benchè assai misero finestrello. Suora
Geltrude, tutta lieta e serena di cogliere l'ultimo frutto delle sue
angeliche cure, fatta recare una conca ripiena d'acqua limpidissima e
tepida, mi tolse la camicia che avevo, ch'era anzi sudicetta che no,
ed appressata la conca al lettuccio, e fattami discendere in quella,
mi venne tutta lavando con una delicatissima spugna intrisa d'un fine
sapone di rosa. E rasciuttami bene la persona con un asciugatoio
nitidissimo, mi sciolse e ravviò, e lasciò stare sciolti in forma
di zazzerina, i miei foltissimi capelli, i quali, acciocchè il mio
capo capisse meglio nella buca, donna Mariantonia aveva ristretti e
rannodati, non senza un'infinita fatica; perchè avendomeli ella stessa
poco dianzi tagliati per venderseli, erano assai ben corti. Poscia
m'aiutò a mettere una camicia di bucato, un paio di calze, e, per
la prima volta della mia vita, le scarpe, e mi vestì di sua mano una
sottana e la vesticciuola. All'ultimo, cavatesi della tasca due belle
pezzuole scempie di seta, m'appuntò l'una al collo con uno spilletto
d'acciaio vermiglio, e dell'altra mi fasciò assai morbidamente la
fronte, ove la margine della ferita era ancora un cotal poco livida e
sanguigna.
 
Quando suora Geltrude m'ebbe così caramente vestita, prese
leggerissimamente il mio capo con ambe le sue mani, e rialzatolo un
pocolino, mi baciò nella bocca e nella fronte. Ed a me, che, oltre
alla consolazione di vedermi così abbigliata, imparavo per la prima
volta a conoscere i non dicibili piaceri della nettezza, mi pareva
sensibilmente di avere lasciato in quella conca, nella quale ero
primamente discesa dal letto, il grave fascio de' mali miei.
 
Suora Geltrude, presami per la mano, e condottami fuori della
cameretta, e fattami soavemente montare sull'altro pianerottolo
delle scale, per corridoi e viottoli molti mi fece riuscire in una
bellissima loggia, avanzo degli antichi giardini nominati della
Duchesca; che tutta ancora adorna e maestosa d'un bel colonnato dorico,
così come veramente era, così pareva una cosa reale. Quivi, per entro
il colonnato, interrotta dal quale è sempre più maravigliosa una
prospettiva, forse perchè ogni bellezza, se da alcun velo apparisce
tramezzata, viene più sovrumana, si vedeva il Vesuvio, che, quasi pegno
di pace alla terra ed al mare, facea grembo di se alle onde placide
e turchinissime del golfo; e mandando dalla bocca un gitto di fummo
sottilissimo e leggero, pareva in lontananza, non già il più orribile
dei vulcani, ma un vaso ove ardesse l'odorato profumo onde tutta
oliva l'aria che ne circondava. Quindi accompagnando dell'occhio il
dolcissimo declivio del monte, l'incontrava il colle di Camaldoli, come
un piccolo altarino, sul quale gli uomini della contrada venissero ad
offerire umili sacrifici al gran dio del fuoco, acciocchè fosse più
tardo a vomitare l'inferno sulle città e sulla campagna. Apparivano
finalmente le montagne di Stabia, di Castellamare e di Sorrento, ben
cerulee e bene spiccate dal cilestro dell'orrizzonte, e tutte terminate
a frastaglio ed a lineette greche: e Capri, all'ultimo, quindi
visibilmente divelta da un'antichissima rovina.
 
O Padre, quanto è mai vero, che tutte le maraviglie non sono nella
natura, ma in noi. Io, che, dal primo dì che fui menata via da
quell'ospizio, aveva e da Sant'Anastasia e dalla via Carbonara, e,
più che altronde, dalle altissime finestre di donna Mariantonia,
contemplate mille e poi mille volte quelle eterne bellezze, e mi erano
sembrate o insipide o nulle, ne presi quel dì una cosa così grande
e stupenda e più che umana impressione, che sempre che poscia me ne
rammentai, ed ancora ora che vergo qui queste carte, sono interrotta
dalle più cocentissime lacrime.
 
Il delirio in cui quella scena mi rapì, l'ora tepida e tranquilla,
quel senso ineffabile di dolcissima malinconia causato sempre dalla
convalescenza, e quel, direi quasi, soave tremito delle ginocchia
ch'ella porta sempre con seco, onde mi parea d'essere tanto leggera
che il mio piede non toccasse più la terra, mi fecero credere fuori
di questo mondo in un altro meno reo e meno infelice, ove mi fosse
conceduto alla fine di ricongiungermi per sempre al mio adorato
garzonetto, che in quel punto mi parve mio ab eterno, e mi parve
che senza lui io non fossi tutta, ma fossi la metà di me stessa. E
sentendomi per le guance le tenere mani di suora Geltrude, e stupida
guardandola nel volto, e parendomi ch'ella fosse un angelo di quel
paradiso nel quale io mi sentiva novellamente salita, già quasi le
confidava il caro segreto del mio cuore, quel solo che ancora non le
avevo aperto... allorchè venne un usciere del duca a dimandarci.
 
 
 
 
XXXII.
 
 
La stridula voce dell'usciere, e l'agitata perplessità del viso di
suora Geltrude, mi ruppero, a guisa d'una bolla d'acqua, la cara
visione che m'era apparsa. Suora Geltrude non rispose sillaba, ma,
senza mai lasciare di guidarmi per mano, s'incamminò tacitamente
appresso a quello.
 
Per corridoi e scale moltissime pervenimmo a un'immensa sala, dove,
presso d'un uscio grandissimo, ma perfettamente chiuso, erano altri
assai uscieri messi a nero, ritti in piedi, con le braccia ripiegate
sullo stomaco, e, quel che non è facile ai Napoletani, tutti taciturni.
Quivi giunte, l'usciere cui eravamo venute dietro, ci fe cenno del
viso e della mano di fermarci, quasi fosse dentro da quell'uscio la
dea Cerere d'Eleusi, de' cui misteri rompere l'augusto silenzio fosse
troppo grave peccato. Poscia, aperto, pianamente e il meno che gli fu
possibile, l'imposta destra di quell'uscio, e ficcatosi di traverso
nella sottile apertura come un'anguilla, se la trasse subitamente
dietro, quasi avesse temuta la profanazione del tempio. Riuscito poco
di poi, ci accennò con la mano che si fosse atteso un tantinetto.
Rientrò, riuscì, tornò ad entrare e tornò a riuscire non so quante
decine di volte, accennandoci sempre misteriosamente che si dovesse
attendere. Nè v'era sedia o panca veruna dove poter sedere, ed io già
mi sentiva tutta venir meno. Onde suora Geltrude, non ne potendo ella
stessa più dalla noia, volse le spalle a quel servidorame, risoluta, che che ne dovesse seguire, d'andarsi con Dio.

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