2015년 6월 18일 목요일

Ginevra 16

Ginevra 16


Non eravamo appena mosse, che quell'usciere ci corse dietro,
bisbigliando nell'orecchio a suora Geltrude, che oramai sua eccellenza
il duca già ci sapeva colà, e che bisognava attendere a ogni modo. E
mentre suora Geltrude gli poneva in considerazione che le religiose
non si tengono ad aspettare le ore intere agli usci nè pure dalle
grandissime maestà, e ch'ella era ben ferma di partirsi, ed ecco sua
eccellenza, quasi avesse inteso il susurro e la causa di esso, dare
una furiosa strappata di campanello. L'usciere non ci consigliò più
ma c'impose di rimanere; e, levando le berze assai ridicolosamente, in
meno che non balena, entrò, riuscì, aprì ambo le imposte dell'uscio, e
ci chiamò dentro.
 
Allora apparvero i penetrali di Priamo, o più tosto apparve un'altra
ampia sala, e sua eccellenza con un gran latoclavo, con infiniti
nastri, ricami e ciondoli rappresentanti o pianeti e costellazioni
celesti, o animali terrestri, o cose altre pellegrine. Sua eccellenza
era presso al muro destro della sala, che con un leggiadro spazzolino
di piume spolverava la cornice d'un gran quadro di Raffaello, e, per
conseguente, si trovò alquanto rivolto verso di noi, quando l'usciere
ci mise dentro. Ma noi non avevamo appena avuto il tempo d'inchinarci,
quando sua eccellenza, dilatatasi e rigonfiatasi un istante verso di
noi, per tema forse che noi non perdessimo alcun micolino di ciò che
gli ornava la parte sinistra del petto, senza credere convenevole
di rispondere al nostro inchino, ci volse in un attimo il suo pingue
groppone.
 
Era nel fondo della sala una gran tavola tonda ricoperta d'un bel
drappo verde, ed accanto a quella sopra una gran sedia d'appoggio
era sdraiato un giovane di forse venticinque anni, tutto vestito da
cavalleggiere pollacco, con un morione o caschetto quadrangolare
in testa, da un lato del quale sorgeva un superbo pennacchio
bianco di penne di colomba, che pareva simbolo a un tempo di pace,
d'innocenza e di snellezza. Gli scendevano insino al petto due neri
e lunghissimi mustacchi alla cinese: i quali mentre si carezzava e
palpava e allungava con la sinistra, con la destra impugnava o più
tosto palleggiava e percoteva a quando a quando in terra un'immensa
scimitarra, che, non già nuda, ma nascosa in un largo fodero d'acciaio,
urtandosi in quello ad ogni scossa, pareva fremere della sua ignobile
prigionia. Ed alle percosse ed al fremito della scimitarra rispondendo
i colpi degli stivali e dei risonanti sproni contro la terra e contro
le spranghe di sotto della tavola, ne veniva tutto insieme un cotale
strepito o rimbombio di guerra, che l'eco della capace volta fedelmente
ripeteva. Dall'altra parte della tavola, era un uomo di mezzana età,
con assai libri e carte innanzi a se sulla tavola, e una seggiola
molto modesta di dietro, ma era levato in piè, si vede perchè sua
eccellenza s'era levata. In conclusione, questi era il segretario del
duca, e l'altro il figliuolo, al quale il duca, quando ci volse così
amabilmente il tergo, disse ridendo, ma sforzandosi di reprimere il
riso per conservare il decoro ducale:
 
Buchino, ecco quella ragazza di cui si rise tanto pochi dì sono con la
duchessa e con la duchessina.
 
Uh! Uh! Uh! Uh!
 
Cominciò a grugnire del riso il duchino, pure guardandomi con certi
occhi fra sciocchi e pazzi, e pure affaticando della sciabla e degli
sproni il pavimento e la tavola.
 
Uh! Uh! Uh!... ma come è possibile!...
 
Seguitava spalancando sghangheratamente la bocca, digrignando i denti,
ritirando in dentro il labbro di sopra, e sporgendo in fuori quel di
sotto e il mento: moda di ridere che poscia intesi avere il duchino
apparato dai droghieri inglesi, quando nei teatri e nei giardini
d'Italia vanno faccendo beffe degl'Italiani, che li tollerano.
 
Poscia che lo sghignazzío del duchino si fu alcun poco chetato, il
duca passando dietro la seggiola del figliuolo, andò ad assidersi alla
gran sedia curule ch'era dietro la tavola, nel mezzo, fra il duchino e
il segretario. Quando sua eccellenza si fu seduta, tossi, sornacchiò
e sputò un gran farfallone in su un bel tappeto turco di velluto
cangiante ch'era disteso sul pavimento sotto la tavola. Poscia, senza
mai degnare d'uno sguardo nè suora Geltrude nè molto meno me, volto al
segretario, disse:
 
Don Cristofano, vedete se il numero delle alunne dell'opera è compito.
 
Don Cristofano squadernò un gran libro; e veduto non so che in quello,
e richiusolo, piegò le braccia e si volse al duca in quella attitudine,
io credo, che lo schiavo romano si rivolgeva al suo padrone, dicendo:
 
Eccellenza sì, è compito.
 
Dunque non ho che farvi, disse il duca, a suora Geltrude, avendo sempre
gli occhi raccolti in giù sulla tavola. È mestieri ch'ella vada in
convento. Nè troppo me ne duole, a dirvela fuor de' denti; perchè di
simile sorta canagliaccia non vorrei in alunnato.
 
Suora Geltrude volle umilmente rispondere al duca. Ma sua eccellenza
non aveva appena terminato di profferire l'ultima sillaba, quando tutti
gli uscieri, che avevamo veduti di fuori, i quali, entrati nella sala
appresso a noi, ci si erano di qua e di là schierati intorno, divenuti
tutti banditori:
 
Uscite, Uscite:
 
Gridarono con una voce così orrendamente strepitosa, ch'io credo che ne
tremasse Vicaria e Porta Capuana, e che tutte le madri stringessero al
petto i loro figliuoli. E datoci subito di piglio al lembo dei vestiti,
e condotteci fuori poco meno che per forza, ci serrarono l'uscio
addosso che ancora quel gran tuono muggiva.
 
 
 
 
XXXIII.
 
 
Convento si domandano colà quelle tane di cui poco innanzi vi toccai.
Alle quali per volermi menare senz'altra formalità, non ci si era
appena riserrato dietro quel grande uscio, che in un canto di quella
prima sala vedemmo aprirsi un usciolino ch'io non aveva scorto dianzi,
e due uscieri di quelli che ci avevano cacciate fuori, ci furono sopra
come due veltri. Uno di questi due era quel medesimo ch'era venuto in
prima a chiamarci nella loggia; e faceva con quell'altro assai cenni
e sogghigni. Ed io che non aveva per anche imparato che gl'infelici
appaiono sempre ridicoli alla gente, mi guardava stupefatta per tutta
la persona, se mai avessi nulla indosso che fosse cosa da far ridere.
 
Intanto, se bene, come intendete, non al tutto selvaggia di
quell'ospizio, nondimeno io ignorava compiutamente gli andari che quivi
si tenevano per le fanciulle di età già provetta: e però non mi sapevo
ancora risolvere della fiera disperazione che scoppiò nel viso di suora
Geltrude dopo le ultime parole del duca. Ma quando que' due uscieri,
per interminabile immensità d'andirivieni, c'ebbero condotte in una
lontana stanza, tutta intorno intorno scaffali di grossissimi volumi,
la quale io riconobbi essere quella stessa dove in uno di quegli
scartabelli era stata registrata la mia consegna alla coppia Volpe,
io fui ben chiarita del tutto. Perchè alla tavola ch'era nel mezzo
della stanza sedeva quel medesimo sopracciò sui passati per ruota,
ch'era venuto primieramente a domandarci ed a sbeffarmi il primo dì
che, nella cameretta a mezzo le scale, suora Geltrude era tutta intesa
a richiamarmi dalla morte alla vita. Il quale, poi che gli uscieri
gli ebbero notificata la sentenza del duca, fece di me quello strazio
che si conveniva alla sua viltà, ridendo anche di suora Geltrude,
alla quale, dopo infiniti altri amarissimi motteggi, finalmente,
smascellandosi delle risa:
 
In fè di presso ch'io nol dissi! soggiunse; voi v'eravate presupposta
che per abbigliarla così da nuova sposina, che il duca volesse
rimettere della sua giustissima austerità. Ma come san Dionigi nè san
Martino non v'impetrarono tanto lume di grazia da farvi accorgere che
simile rifiuto di plebaglia non istava bene in alunnato?
 
Suora Geltrude gli diede del manigoldo e del facchino; e reprimendo
a crudissima forza, per non crescerne gioia a quel furfante, le calde
lacrime che già le rompevano dagli occhi, gl'impose, come la padrona
al suo domestico, di recare al duca, che quando non le fosse presto
riparato l'infame torto che se le faceva, acconciandomi fra le alunne,
ch'ella intendeva d'aver dimandata la sua licenza e di restituirsi al
suo monastero di Regina Coeli, donde si era creduta chiamata a meno
ingiurie, ed a vivere fra gente meno discortese e meno salvatica. Nè
le villanissime parole, che ne seguitarono contro a me meschinella,
del sopracciò e degli uscieri, nè l'incredibile turbamento di suora
Geltrude, che già più non bastava a rattenere il pianto, potettero
impedire ch'io non raccogliessi da tutto quel dialogo, che suora
Geltrude era una delle bennate e gentili religiose francesi, invitate
dall'ospizio a reggere e ad educare un centinaio di sue fanciulle
nominate alunne dell'opera, le quali, per avere avuti più propizi i
santi, non erano state balestrate nelle fiere gole ov'io n'andava; che
il numero di queste alunne non era fatalmente di cento, ma si allargava
o restringeva a beneplacito del duca; che negli undici dì ch'io era
stata come in bilico della vita in quella stanzetta, suora Geltrude
aveva fatto ogni estrema opera d'avermi seco fra le alunne; e che, dopo
averne avute mille promesse e mille riscontri da tutti gli ufficiali
dell'ospizio e dal duca stesso, finalmente i suoi pietosi sforzi erano
riusciti al felice fine che avete letto.
 
Poscia che suora Geltrude ebbe ridotto al silenzio quel mio carnefice,
discostatasi un tantino da me, come se volesse fare a poco a poco
quello che non era bastante a fare tutto insieme, ed asciugatisi gli
occhi con la sua pezzuola bianca in modo, quanto era possibile, ch'io
non me ne avvedessi, rivoltasi a me:
 
Addio, angeletta mia, mi disse con una soprabbondanza di tenerezza che
ancora mi sforza al pianto, addio. Tu non meritavi di nascere dalla
miseria o dalla colpa, o almeno meritavi di nascere fra un popolo meno
barbaro o meno reo. Ma non t'avvilire. Io t'annunzio dolore e pianto
e spietata morte su questa terra. Ma Iddio, quell'Iddio al quale non
mi è nè pure conceduto d'indirizzarti con quella vivissima fede che
m'infiamma, certo non t'inspirò un'anima celeste se non perchè dovevi
adornare il cielo del tuo martirio. Segui dunque il tuo alto destino,
e levando la mente a Dio calpesta e copri dell'orrore stesso delle tue miserie quegli scellerati che te n'hanno coperta.

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