2015년 6월 19일 금요일

Ginevra 20

Ginevra 20


Suora Rachele faceva le lustre di balenare come se la tonacella fosse
valuta assai meno dei trenta grani. Ma io, spogliandomela senza più,
gliene diedi, e mi rimasi in gonnelletta, che quasi a un tratto ebbi
scorno di me stessa. E vedendomi parte del seno ignudo, mi ristrinsi ed
appuntai con frettolosa e tremante mano la camicia al collo, come seppi
il meglio, con quello spilletto d'acciaio che a fatica avevo recuperato
dagli uscieri, quando mi spuntarono la pezzuola, che poi non mi
rendettero. Suora Rachele piegò studiosamente la tonacella, e ripiegata
se la messe in seno. Ed io, ingegnandomi anch'io di accoccolarmi in
quel foltissimo cerchio, soddisfeci di qualche cucchiaiata di ceci
all'imperiosa necessità della natura.
 
 
 
 
XL.
 
 
Ma già sono io stessa troppo sazia di andarmi ravvolgendo fra tante
e sì inaudite meschinità. Le quali s'io mi sono potuta risolvere
a raccontarvi tutte così com'elle furono, io spero che prima Iddio
e poscia voi, o padre, me ne avrete qualche conto nel ponderare la
giusta espiazione delle mie colpe. Non è piccolo rinnegamento di se,
nè piccolo trionfo sopra l'orgoglio concreato dell'uomo, il raccontare
tutta la verità d'una vita oscura e tribolata. Perchè gli uomini, e
leggendo e scrivendo, cercano il nobile e il maraviglioso, in fine,
il poetico, ed abborrono sopra ogni cosa il prosaico; cioè, cercano
l'ideale e il fantastico, in fine, il falso, ed abborrono sopra ogni
cosa il vero. Questo annullerà sempre ogni utilità delle vite e delle
memorie che altri scriverà di se stesso. Perchè la vita è il vero, e il
vero è prosa; e di Giovanni Iacopi ve ne fu un solo.
 
Per non moltiplicare in più parole, vi dirò brevemente che quelle
vecchiarde, non già, come loro malamente è detto monache, perchè non
hanno fatta professione alcuna, ma in sostanza converse ovvero oblate,
sono, per così dire, il rifiuto di molte generazioni d'uomini e di
cose. Sono il rifiuto de' loro genitori, perchè sono anch'esse degli
esposti; sono il rifiuto di tutta quella canaglia, uomini e donne che
vanno a torsi i bambini alla Nunziata per tutte le ragioni che già vi
dissi; sono il rifiuto della Nunziata medesima, che le caccia nelle sue
più fiere spelonche; e ultimamente sono il rifiuto di tutti i vecchi
o giovani che per voto vengono a menarsi a moglie qualche fanciulla
di quel convento. E così di rifiuto in rifiuto, pervenute a una età
assai ben provetta, si offeriscono a Dio, che non sappiamo in quanto
grado abbia la loro offerta, ma senza professare, e non desiderando
nessun'altra cosa al mondo tanto, quanto l'occasione, qualunque ella
sia, di cavarsi quella pezzuola di testa.
 
Tali essendo quelle suore, per vivere con un poco meno di disagio,
s'industriano sottilissimamente di fare alcun negoziuccio; nè avendo
alle mani altra merce, che il mangiare o il dormire o il vederci delle
fanciulle, trafficano, come meglio loro vien fatto, la lucerna, i
paglioni e la minestra.
 
Pigliano, oltracciò, a lavorare, di calze o d'altro, da chi possono,
e in vece di lavorar esse, fanno lavorare le fanciulle; cui quel
pochettino che danno di fattura lo pagano in olio o in paglia o in
ceci, o per meglio dire, fingono di pagarlo così ed in effetto non lo
pagano. Perchè ritenendo, in conto di quel nonnulla che somministrano
giornalmente, i cinque grani per testa che l'ospizio paga a tutte
le abitatrici di quella chiostra, si può dire francamente che nè
pure quei cinque grani li spendono tutti. Esse poi dalla gente di
fuori riscuotono per la fattura quel ch'ella veramente vale, e se ne
avvantaggiano di non poco.
 
Spesso non v'è da lavorare per tutte. Allora le mercatantesse danno da
lavorare alle più svelte, e l'altre per quel grano il dì che non hanno
da dar loro beccare di più, rodono quel tozzo, e si struggono, anzi si
svengono di voglia alla vista e all'odore della fatale minestra, cui le
arpie non consentono loro di approssimarsi.
 
Esercitano, in oltre, un'altra specie di onesto commercio: ed è il
seguente. V'è alcuni santocci, che per ogni menomo accidente, per ogni
più lieve malattia o qualunque vogliuzza si ficcano in capo di cavarsi,
di subito si botano alla Beata Vergine, che se o quell'accidente si
risolva nel modo che loro torna il meglio, o guariscano di quella
malattia, o si cavino quella vogliuzza, di sposarsi una sua figliuola;
che con questo bello e troppo poco osservato nome siamo noi altre
esposte domandate. E come piuttosto, o quell'accidente è risoluto in
loro pro, o sono risanati di quella malattia, o è loro venuto fatto di
cavarsi quella vogliuzza, ecco traggono all'entrata di quella chiostra,
e si raccomandano alle suore di scegliere loro la più bella fanciulla.
Le suore patteggiano e vendono la futura bellezza delle costoro mogli;
e in quello scambio, per serbarsi le meno brutte a migliore ventura,
menano loro per l'ordinario le più orrende.
 
Io non so se dirvi o tacervi, che poco di poi il mio felicissimo
arrivo, un dì io vedeva quelle suore entrare e riuscire non so quante
volte dalla grotta ove io era, menandone sempre con loro qualcuna delle
mie compagne, e poi tornando con quella, rimenarne via un'altra. E
mentre piena di maraviglia non mi sapevo risolvere di quella novità,
ed ecco la badessa in persona che con piglio meno arcigno del solito,
mi prende per la mano e mi conduce presso all'entrata. Quivi era un
brutto vecchiardo, piccolo, scrignuto e mal fatto, con un naso lungo
un braccio, con due stecchi di gambe, e con un giubboncello assai ben
sudicio indosso, e tutto orlato d'un nastro bianco, per segno del voto,
com'è qui il costume. Per non allungarvela, questi era uno di quei
cotali, e, dispregiato da molte, mostrandosi a vicenda di non facile
contentatura, molte egli stesso ne dispregiò delle non brutte; ed alla
fine, o per la mia nudità che me lo facesse pietoso, o ch'io avessi la
sventura di sembrargli bella, scelse me, avvicinandomisi protervamente,
e volendomi già accarezzare come sua moglie. Io mi messi a gridare come
se il diavolo m'avesse brancata, e la badessa mi teneva forte ghermita:
e credo che m'avrebbe senz'altro sacrificata, se quell'opera di sposare
quel ceffo si fosse potuta condurre senza l'intesa di tutto l'ospizio e
del duca stesso. Ultimamente a malissima pena me ne sciolsi, e fuggendo
alle mie compagne, e raccontando loro il caso, ebbi da loro, che quegli
era un lordo vecchio che s'era botato di sposarsi una di noi, se mai,
sudo a dirlo, fosse guerito d'una cavernosa fistola ch'avea non so
dove.
 
 
 
 
XLI.
 
 
Mi pare quasi inutile di dirvi, che non sapendo io lavorar nulla da
principio, ne anche far la calza o filare, e poscia che l'imparai,
spesso a bello studio non essendomi dato lavoro da quelle streghe, nè
trovandomi io altro modo di soddisfare a quel grano di più il giorno,
ch'era mestieri per aver la minestra, nè dandomi il cuore, così
cagionevole com'ero, di rosicchiarmi quel vituperevole tozzo; che,
quando il mese della tonacella fu finito, io mi lasciai scroccare in
simigliante guisa quel misero spillo d'acciaio, e quel paio di calze
ch'avevo; rimanendone a gambe e piedi nudi, e ultimamente quel paio
di scarpette, in iscambio delle quali, per non lasciarmi al tutto
scalza, fui provveduta d'un paio di zoccoli assai ben vecchi. Nè
fu una sola quella settimana o quel mese, ch'io dovetti per filo, a
malgrado dell'orrore che ne avevo, contentarmi di quel nefando tozzo di
pane. Mi pare inutile ancora di dirvi che suora Geltrude, come poscia
riseppi, quel dì medesimo ch'io fui strascinata in quelle grotte, mi
aveva mandato per la sua donnicciuola l'altro paio di calze, l'altra
sottana, l'altra camicia, e di più di ciò che già mi aveva donato, due
moccichini di refe; e tutto mi fu rapito dalle suore, se non che, in
quello scambio e in nome di suora Geltrude, mi fu recata una camicia,
non veramente quella donatami da lei, ma un'altra di tela più grossa
e già assai ben logora; e che non avendo ottenuta la licenza chiesta
al duca (il quale, acciocchè dalla partita di lei non rimanesse offesa
la sua ducale maestà nella opinione degli ufficiali dell'ospizio,
bravandola in pubblico e mitigandola in privato, la riteneva), non
lasciava passare mai nè mese nè settimana, ch'ella non mi mandasse
qualche soccorso in roba o in danari, ch'era tutto rubato dalle suore.
 
Questa vita strascinai io per ben undici mesi, morendomi ora di caldo,
ora di freddo e sempre di fame; non vedendo anima nata, fuorchè
le orride vecchiarde, e le cattivelle e malcondotte giovanette; ed
essendo, solo i dì di festa, menata, come pecora insieme con tutta la
mandria, in certe paurose buche, donde per fittissime gelosie si udiva
la messa nella magnifica chiesa dell'Annunziata. Quella chiesa, udiva
dire io, che per instinto naturale ebbi sempre un'ardentissima cupidità
di sapere, bruciò nell'anno mille settecento cinquantasette, e dal
sessanta all'ottantadue fu rifatta, con assai lode, dal Vanvitelli.
Quarantaquattro grandi e belle colonne corintie di marmo bianco
facevano un vivo contrasto ai miseri occhi miei con quelle tetre
spelonche alle quali erano assuefatti. Ma il contrasto più grande era
fra i visi di uomini e di donne ch'io vedeva nella chiesa, e quelli
ch'ero solita di vedere. Quelli e quegli altri non mi pareva possibile
che appartenessero alla medesima specie. E non potendo dubitare che
quelli che m'erano da presso non fossero stati visi di femmine, quegli
altri ch'io vedeva nella chiesa mi parevano visi d'angeli; e di tutti
io m'innamorava come di qualcosa di superiore a me. Ah padre! dove
troverò io le parole per esprimervi la gioia, il dolore, la speranza,
la disperazione ch'io provai un dì, che vi scorsi suora Geltrude?...
 
Ell'era appoggiata ginocchioni a uno scanno innanzi all'immagine di
Maria Vergine, e pareva profondata in una preghiera ferventissima. A
un tratto sollevò gli occhi al cielo tutti rilucenti di speranza; poi
gl'inchinò serenati, come se la sua preghiera fosse stata esaudita. Ed,
inchinandoli, li sostenne mollemente qualche istante sulle gelosie che
me le nascondevano, come se m'avesse cercata. Poi li ritornò alla cara
immagine, in cui li tenea fissi quand'io la scorsi.
 
Ah padre! e non è favola; v'ha qualcosa al mondo ch'è più sublime
dell'amore. Il piacere di beneficare, la gratitudine d'essere stato
beneficato; ah! questi due soli sentimenti rammentano l'origine divina
dell'uomo, e rendono la somiglianza del suo Fattore! E però, credo,
sdegnano di albergare questa terra e solo nel cielo si può sperare di
ritrovarli.
 
 
 
 
XLII.
 
 
I rei e lordi costumi di quelle bolgie erano stati ab antico cagione,
che, per legge immutabile dell'ospizio, le maestre e le discepole di
esse non potessero avere commercio di sorte alcuna col resto della
comunità! Questa legge io imparai ben presto, per avere, insino dai
primi dì, chiesto indarno per grazia alla badessa di vedere una volta
sola suora Geltrude. Laonde, quando la rividi, e vidi gli occhi suoi
soffermarsi sulle gelosie che me le celavano, m'indovinai tutto il
desiderio che l'era rimasto di me, dopo il materno amore che m'avea posto.

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