2015년 6월 19일 금요일

Ginevra 19

Ginevra 19


Eperdonando con intensa volontà a chiunque mi avesse fatto male sulla
terra, ed a' miei ignoti genitori, ed alle balie, ed alla donna
di Sant'Anastasia, ed a donna Mariantonia, ed al duca; di tutti i
sentimenti amari ch'io conservava nel cuore contro agli uomini feci
olocausto a Dio in redenzione di quel peccato nel quale avevo a cadere.
E pregandolo, alla fine, ad aver misericordia dell'anima mia, ed a
riguardare con giusti occhi quella mia operazione, compostami con
gravosa pena sul letticciuolo, tutta mi disposi ad attendervi la morte,
che non mi pareva troppo lontana, tanto mi sentivo esausta e rifinita.
 
 
 
 
XXXIX.
 
 
In questo mezzo l'ancella, levatasi, andò a letto per letto gridando
in capo a quelle malarrivate, che si levassero. Ma in capo a me gridò
indarno. Io a gran fatica la udii, e per nulla non mi curai della sua
intimazione.
 
Erano, credo, le quindici ore, quando sopravvenne la badessa con le
due suore del dì dinanzi, ed altre suore assai; e tutte, ai vaghi
lineamenti dei loro volti, pareva che si rendessero l'aria l'une
all'altre maravigliosamente. Mi si posero tutte a considerare; e veduto
ch'io m'incamminava a gran passi per quella via che tutti dobbiamo
correre ultimamente, non si diedero più nessun pensiero del fatto mio.
Ma cavata di molta stoppa dalle loro profondissime tasche, l'andarono
distribuendo a molte fra quella giovanaglia, acciocchè la filassero
e ne facessero parecchie paia di lunghe e grosse calze. E la badessa,
incorandole al nobile lavorío:
 
Orsù, giovani valorose, diceva; così oggimai conviene che voi vi
spoltroniate. Questa bella stoppa, acciocchè voi sappiate, è di alcune
egregie donne di Caserta, e me l'hanno recata acciocchè io ne faccia
fare di belle e di morbide calze, chi ai mariti e chi ai fratelli,
che stanno espiando nelle pubbliche galere qualche lieve colpa di
gioventù, come d'essersi gittati alla strada o cose altre. Voi già
sapete ch'io ve ne pagava un grano il paio di fattura; ma ora ve ne
pagherò solamente un tornese: e Dio sa s'è troppo! che di ciò che vi
do pei lavorii, mai non ne ricolgo la metà. E mai nessuno non si pentì
tanto del fatto suo, quanto io d'essermi messa in questo ginepraio. Ma
i fatti son maschi e le parole femmine, dice il proverbio. Ed io, come
femmina, non so far altro che parole; e sempre mi lascio vincere dal
mio buon naturale.
 
Dopo una sì eloquente diceria, ch'ella profferì con tal enfasi,
ch'io, temendo d'esserne io il subbietto, mi riscossi palpitando,
la badessa andò via con l'altre suore. Le elette fra quelle giovani
donne si messero all'affannoso mestiere, che, a lavorar tutto l'anno,
prometteva loro un sei grani di guadagno; e l'altre se ne stettero,
chi a dondolarsi immodestamente su i lettucci, chi a vagare con le
mani spenzolate per la chiostra, chi a cantarellare goffamente, che il
cervello me ne scoppiava fuori della fronte, e chi a rampicarsi, con
ogni più strano argomento, sulla muraglia, per tentare, afferrandosi
all'ingraticolato del finestrello, di veder qualche viso d'uomo di
fuori.
 
Io era in quella prima età, in cui tutto, insino la sventura, insino
la morte, è poesia. Allora l'uomo, ignaro della fatale tenacità onde
la natura, provvedendo alla conservazione delle specie, inchioda
l'animale nella vita, immagina che il torsela sia cosa facile. Forse
è questo un benigno risguardo della Provvidenza. Perchè, come egli
avviene che l'uomo più agevolmente sopporti quei mali da cui crede di
potersi sciogliere a suo libito, e sia poi impazientissimo di quelli
ai quali si crede inevitabilmente soggetto, così in quel primo mare di
dolore in cui affatichiamo in sull'uscire della puerizia, l'inganno
che ci tiene tutti, di poterne uscire a riva sempre che la tempesta
infierisca troppo, ci mena, come per un sogno, di giorno in giorno,
e quasi ci addormenta in seno all'onde. Sopravviene poi l'età del
disinganno di tutto, anche del potersi torre così agevolmente la vita.
Ma ci trova già da lungo tempo battuti e fatti alla scuola del dolore;
e già accomodati, quel che ci parve impossibile nelle prime lezioni, a
sopportare e ad esercitare il tristo e difficile mestiere della vita.
 
Battette il mezzodì all'oriuolo dell'ospizio, ed apparvero nella
cameraccia due di quelle oscene suore, se già non vi paia ch'io troppo
contamini questo nome; ma non la badessa, nè quell'altre due sue
fedeli segretarie. L'una portava con ambo le mani una larga e fumante
pentolaccia, con entro qualcosa che gittava intorno intorno un grande
odore. L'altra portava un monte di scodelle di creta rozzissima, e
sulla scodella ch'era in cima del monte erano molti cucchiai di piombo.
L'una e l'altra posarono in terra la pentola e le scodelle. Quella
delle scodelle tolse la scodella ch'era in cima e la pose anche in
terra accanto al monte delle altre, e cavatisi di tasca assai pezzi di
quel buon pane della sera dinanzi, ne distribuì uno per testa a tutte
quelle tapine. Allora queste, in meno assai che non lo dico, quale
levandosi del letticciuolo e quale deponendo in qualche cantuccio la
rocca col pennecchio o la calza, togliendo ognuna una scodella e un
cucchiaio si assisero in terra a cerchio intorno alla pignatta, con le
gambe incrocicchiate sotto le cosce, perchè altrimenti non sarebbero
potuto capir tutte intorno a un'olla sola; nè in altra guisa, che
vediamo talvolta, in qualche stampa di costumi orientali, stare i
Turchi a quel loro strano desco, se non che quivi, in luogo di tappeti
e di piumacci, v'era quello smalto umido e sfondato.
 
Questo fatto dell'acchiocciolarsi tutte a tondo fu operato con rara
speditezza. Le due maestre si accovacciarono nel modo stesso alle due
estremità del diametro; e profondando elleno le prime il cucchiaio in
quel capace pentolone, diedero le mosse a quei barberi, che di poco
avevan mestieri a giungere al palio.
 
Forse avete veduto, padre mio, fra i vostri villerecci diporti, se
talvolta la contadinella in sul mezzodì, con un catino di crusca sotto
il braccio, s'avvia dalla casetta nel giardino, gridando, ti ti, ti ti;
che tutti i polli le corrono appresso a stormo, e come più tosto ella
ha posato in terra il catino, tutti sono intorno intorno a quello, e
non vi capendo entro tutte le loro testoline, i più piccini ficcano il
loro picciol collo di sotto quello dei più altetti, e se taluno leva il
capolino per raccogliere lo spirito o per ingozzare il beccato, ed ecco
un altro, che non aveva potuto rompere l'ordinanza, porre immantinente
il capo donde quello l'ha tolto. Questa immagine mi rendette quel
ghiotto e saporito desinare. Eran ceci soffritti nell'olio, e me ne
veniva alle nari un così aguzzo e appetitivo odore, ch'io non so com'io
abbia a fare a discacciare la vergogna o a trovare le parole per dirvi
che quell'odore mi vinse.
 
Di subito mi ricorsero al pensiero tutti i diavoli e tutti i martorii
dell'inferno, e così come pur dianzi mi erano sembrati nulli a quelli
che mi s'apparecchiavano sulla terra, così allora mi parvero troppo
più insopportabili. Nessun oratore, nessun dialettico seppe mai trovare
tanti sillogismi per persuadere ad altri l'assunto suo, quanti ne trovò
in un baleno la mente mia per persuadermi ch'io dovessi continuare a
vivere, e per conseguente, mangiare di quella vivanda. Incontanente
mi ritrovai la forza di levarmi a sedere sul letto, e per insino di
scenderne, e tenermi ritta, e camminare; e facendomi dal posto dove
quelle così esquisitamente mangiavano, dissi con quel filo di voce che
m'avanzava:
 
O sorelle, darestene un cucchiaio anche a me, acciocchè io non mi muoia
al tutto di fame?
 
Perchè no, rispose quella che pareva la più benigna fra le due suore.
Se tu hai, non dic'altro, un altro solo grano in tasca, tu ne potrai
torre una buona satolla.
 
Come, soggiuns'io, non è cotesto il nutrimento comune di tutte le mie
compagne?
 
Povera la mia bimba, ella mi rispose con amara e velenosa ironia. Io
non so se tu non intenda, o se veramente tu non voglia intendere,
quello che hai già bastantemente udito. La madonna non dà nè ceci,
nè olio, nè letto, ma quindici once di pane il dì, e cinque grani. Il
pane gli è questo, (e ne cavò della tasca, che n'era piena, un tozzo
simile a quello del dì davanti). Dei cinque grani, tre ne vengono a noi
per il letto, se già tu non volessi dormire in terra stanotte. Restano
due, che non bastano, perchè questa vivanda costa tre grani per testa.
Abbimi dunque per iscusata, ed eccoti i due grani che t'avanzano.
 
O come! dissi io, respingendo con un poco di sdegno la mano ch'ella
già mi stendeva per darmi i due grani; o chi dà l'altro grano il dì
all'altre fanciulle?... Quegli lo darà anche a me.
 
Senti! disse la suora. All'altre fanciulle lo danno le loro mani. O
non vedi tu com'esse hanno lavorata la calza e filata la stoppa tutta
la mattina, tanto che la carne s'è loro spiccata dall'ugna? Tu sai
solamente levarti a ora di desinare, e trarre all'odore. Ma se tu
guardi un poco più in là, tu t'accorgerai che questi ceci, chi non se
l'è faticati, non li mangia.
 
Io mi volsi dov'ella m'additò, e vidi in su certi lettucci in
fondo della spelonca non poche di quelle cattivelle, e, il più, le
fanciulle; delle quali, perchè m'erano alle spalle quand'io giaceva
sul letto, non m'era punto avvisata che non avessero fatto cerchio alla
pignatta. Queste, non altrimenti che il cane rode l'osso, si rodevano
quell'orribile pane, e pure guatando di traverso alla pignatta ed al
fummo che ne usciva, e col capo all'insù quasi bevendo col naso l'odore
ch'ella gittava, mi messero nel cuore una gran pietà del fatto loro,
benchè io cominciassi ad averne una non minore di me medesima. E non
irricordevole in quel punto de' due grani non rendutimi la sera innanzi
da quella loro badessa:
 
Or bè, le dissi; due grani avete già; e due ne ha la badessa di miei,
che non me li rendette iersera, ed ecco un grano più dei tre che voi
dite. E lasciatemi, per pietà, torre un boccone di questi ceci, ch'io
non mi muoia. Ed abbiatevi anche il pane; ch'io non avrei la forza di
masticarne nè d'inghiottirne un solo boccone, tanto mi dolgono i denti
e le gengive, e tanto ho arida e risecca la gola.
 
O Vergine Maria, rispose la strega adirata. Quanto mai è lungo e noioso
il noviziatico di questa fanciulla; e com'è perfidiosa e linguacciuta.
Sì signora, si ritennero i due grani per la lucerna che v'avete goduta
iersera e stanotte; e costa due grani per testa la settimana. E se
tu l'hai tu il capo di zucca, che ti possa far lume la notte, noi
non l'abbiamo già noi. A tempo di carestia pan veccioso, disse il
proverbio. Se tu hai fame, e tu mangiati questo pane, ch'è buono. E non
mi rompere più il capo.
 
E così detto, e gittatomi quel tozzo nel viso, si rimesse alla danza
del cucchiaio, visto che, perchè ella non l'avesse menata mentre aveva
parole con me, non però era stata punto intermessa dall'altre.
 
Allora l'altra buona suora, che l'era al dirimpetto, non ignara, io
credo, della pezzuola della sera innanzi:
 
Ascoltate, suora Rachele, le disse. Voi siete umanissima fra tutte le
suore, e so che assai v'incresce di questa povera fanciulla, comunque,
per ben educarla, vi sforziate di parere brusca nel viso. Ma udite.
Insino ch'ella non possa togliere a lavorare alla volta sua, ella vi
darà quella sua tonacella di merino di Francia; e poichè la benigna
stagione lo consente, si rimarrà con sola quella sottana che ha di
sotto, che veggo ch'è assai recipiente. Io voglio aver detto insino
ch'ella ne avrà per un mese di buon desinare. Che ne dite, eh!;
sarebb'egli troppo a pagargliene tre carlini?... E se la tonacella non
vale tanto, voglio più tosto avervi a rifar di mio. Ma, a dirvela, non
mi regge più il cuore di vederla languire a quel modo.

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