Ginevra 17
Al fine di queste parole suora Geltrude tremando disparve. Io rimasi
instupidita guardando l'ultimo lembo del velo di lei che svolazzò
dietro l'uscio, e il sopracciò ch'era seduto, e i due uscieri ch'erano
in piedi, e me stessa in una spera che m'era di rimpetto. Nè credetti
di perdere suora Geltrude per sempre. Nè voi crediate, o Padre
(concedetemi la trista superiorità del dolore), che, quando alcuna
grande sventura sopravvenga, che l'uomo ne comprenda a un tratto la
immensità. Se così fosse, pochi sventurati vivrebbero; e si vede, per
l'opposto, che pochissimi muoiono. Ma fra tanta stupidità non potetti
fare a meno di non ammirare quanto mai sia grandissima la malvagità
degli uomini; che quello sciagurato godeva tanto del mio supplizio,
senza che io lo avessi pur mai veduto, o gli avessi mai fatto, o gli
potessi mai fare alcun male al mondo!
XXXIV.
Io non trovo più parole che bastino ad esprimere la grandezza de' miei
dolori; e nondimeno mi resta a dire assai. E poichè nulla di ciò che mi
viene alla penna può agguagliare la disperazione che mi vinse, quando,
ritornata un poco in me stessa, mi cominciai ad accorgere d'aver
perduta suora Geltrude, me ne passerò in silenzio.
Il sopracciò, senza mai cessare di pigliarsi giuoco di me, trasandò
insino a domandarmi delle mie condizioni con parole tanto immodeste,
che io, ch'ero l'innocenza stessa, non le compresi. Di poi scrisse in
uno di quegli scartafacci il dì e l'ora della mia, com'egli diceva,
passata per ruota, e della mia entrata nel convento. Finalmente mi
consegnò in anima e corpo a' due uscieri che mi menassero a marchiare,
e quindi mi menassero al convento. Costoro, impostomi di camminar
loro innanzi, e messami per un lungo e tenebroso corridoio, quando
credettero di non poter essere veduti da nessuno, cominciarono a
brancicarmi protervamente, a darmi scappellotti e pizzichi ed a gioire
della mia disperata confusione.
Io povera infelice, se bene non intendessi tutta l'infamia di questi
modi, pure mi parvero cosa troppo disonesta. Nè sapendo che altro mi
fare, cominciai a mettere le più acute grida che mai, ed a piangere
dirottamente. Allora quegli assassini, battendomi quanto poterono
menar le mani, cominciarono a gridar forte che s'io non voleva andare
in convento con le buone, vi sarei andata con le cattive; e che sì,
ch'essi avrebbero mandato per i soldati ch'eran giù di guardia,
e che gli ordini di sua eccellenza si volevano eseguire a ogni
modo. E tirandomi violentemente per le maniche e per il lembo della
vesticciuola, come se io non fossi voluta andare da me e facessi loro
resistenza, destarono una grande indegnazione del fatto mio in tre o
quattro ufficiali del luogo, che essendo tratti ai miei gridi, lodarono
assai il buon zelo de' due uscieri.
Mi strascinarono finalmente in quella medesima sala dov'io era stata
un'altra volta marchiata quando fui ricacciata nella buca dalla
donna di Santa Anastasia. Quivi mi apparvero le cose medesime che
già mi vennero vedute altra volta. Monache arcigne, balie sguaiate,
e il grosso rettore, e quei da' maschi occhiali che bollava, e quel
giovanaccio di pelo rossigno che scriveva; e mai non mi sarebbe parso
che fossero passati quattro lunghissimi anni. Gli uomini e le cose
spesso si cangiano in un istante, e spesso ancora durano un gran pezzo
nel medesimo stato: ed anche ciò è incostanza!
Gli uscieri baciarono religiosamente la mano al padre rettore; e mentre
io me gli accostava anch'io asciugandomi gli occhi con una mano, e
l'altra distendendo a quella del rettore, gli uscieri mi diedero un
forte spintone, quasi che io mi fossi mostrata ritrosa di baciargliene.
Poscia gli dissero ch'io era quella fanciulla del fatto dell'olio, che
sua eccellenza mandava in convento. Del che poi che tutti ebbero preso
il solito sollazzo, gli uscieri mi fecero appressare al torchio, dove
mi tolsero con molta grazia la pezzuola scempia di seta, che suora
Geltrude mi aveva appuntata al collo. Al quale, poscia ch'io ebbi la
consueta stratta di corda, i due uscieri, obbliando di rendermi la mia
pezzuola, fra gli scherni e i motteggi universali mi condussero via
dalla sala nelle scale. E quindi uscimmo nella corte.
XXXV.
S'egli è lecito alcuna volta paragonare le cose piccole alle grandi, se
mai nel lungo tempo che siete dimorato in Roma, dopo aver passeggiate
piazza del Popolo e piazza di San Pietro, vi sia venuto posto il piede
a caso in alcuna delle bocche del ghetto, e ne abbiate un istante
considerati i miserabili e puzzolentissimi tuguri, quella impressione
che voi ne avete presa, quella presi io allora delle prime chiostre
di quel singolare convento, quando dalle sale e dalle logge che vi
ho descritte mi vidi giunta, in fondo alla corte, sulla fiera entrata
di quello. L'uscio era a caso aperto; e in sulla soglia non mi parve
vedere nè uomini nè donne, ma tre nuovissimi animali, tutti a squame
verdastre, con un becco uncinato, con gli occhi tondi e rossi, col
mento aguzzo e ricurvo che quasi si congiungeva col becco, e con gli
artigli neri levati in su quasi per isforzo, ma tendenti verso la
terra come a loro sede naturale. Questi animali ivi chiamano monache;
nè di monache hanno altro che un sudicio cencio bianco in capo,
accollato alla gola con un funicello, a uso cane; e il resto del corpo
era coperto di un altro cencio, vario di colore in ciascuna, non già
appuntato in modo umano, ma gittato su alla peggio, non altrimenti
che si vede talvolta nei pubblici ridotti alcuna scimmia, ritta in sui
piedi deretani, andare attorno coperta d'uno straccio, e procacciare
la ventura del suo maestro. A questa sorta d'animali, che al primo
vedermi, digrignarono gli arsicci e rari denti, non so se arrabbiando o
ridendo un cotal riso d'inferno, mi consegnarono gli uscieri da parte
di sua eccellenza, e menando via le gambe, si rivolsero più volte a
salutarmi per istrazio.
Mi fu nota, finalmente, alla voce, l'umanità, non altrimenti
conoscibile, di questi tre animali. Perchè l'una di esse che m'era
più da presso, maravigliando la lindura del mio vestimento, ne parlò
alcuna gioiante parola alle compagne. Un'altra, che aveva ferma la mano
all'uscio, lo lasciò. Quello si riserrò da se, ch'era a saliscendi;
ed io, che venivo dalla luce viva della corte, non potetti veder più
lume in quell'oscuro laberinto. Camminavo, intanto, percuotendo ora
qua ora là la fronte, perchè le monache, già ristucche e frementi del
mio brancolare, mi spingevano oltre con le mani. L'occhio non tardò
ad assuefarsi a quella tenebría; e quando io ebbi ben veduto dove la
fortuna mi aveva precipitata, compresi quanto è mai infinito il mare
della sventura, e quanto ne avanza ancora di sconosciuto a chiunque più
si crede di averlo in tutta la sua immensità navigato.
Io non vidi nè sala nè camera nè andito alcuno di figura regolare,
ma una maniera di fossi in forma di trapezi, in solo alcuni dei
quali, non altrimenti che in fondo alle catacombe, veniva da qualche
spiracolo della volta un raggio di luce pallida e sinistra. La quale,
intromettendosi per i vani dei più tosto fori, che usci onde quei
fossi comunicavano fra loro, non bastava già a fare che in quelli che
non avevano nessuno spiracolo ci si vedesse, ma bastava solamente a
scoprirne tutto l'orrore. Lo smalto, o più tosto lo spazzo, di queste
tombe era quasi tutto tenero e smosso dall'umido, ed in più luoghi
sfondato dall'antichità, e l'intonico assai ben grossolano delle mura
e delle basse volte era d'un certo colore livido e nericcio, e tutto
grommato e impastricciato d'una muffa, che, non dico nulla dell'odore,
ma al solo vederla, causava uno svenimento. Per i canti e per le mura
di queste tombe erano certe meschine assi o tavole, quale poggiata
sopra due piccoli trespoli di legno appena asciato, e quale da una
parte poggiata sopra uno di questi trespoli, e dall'altra fitta in
una specie di fosserella operata nel traverso del muro. Sopra ciascuna
di queste tavole era o un poco di paglia coperta con un pannaccio di
canape grossissima, o un sacconcello. Sopra la paglia o il sacconcello
giaceva, il più, qualche giovinetta della mia età, quasi immobile per
debolezza: talmente che, al primo vedere tutte queste cose insieme, io
le presi per altrettante piccole bare, sopra ognuna delle quali fosse
distesa una giovinetta morta. Le tre arpie mi spinsero nell'ultima
e nella più tetra di queste tombe, e quivi mi lasciarono con altre
quindici o venti mie semivive coetanee.
Io era ancora come insensata fra una tanta e così orribile novità, nè
nulla per anche non ci sapeva raccapezzare. Mentre, rannicchiata in un
cantuccio della muraglia, contemplavo lo sbadigliare e il prosternarsi
doloroso di quelle miserabili, e udivo il pietoso lamento di alcune,
che giacevano senza quasi più poter dare volta, e le sommesse ma
disperate voci di quelle che potendosi appena tener ritte, andavano
errando per quel sepolcro, la più brutta delle tre arpie, quella
propriamente che s'era allegrata del mio vestimento, ritornò. Quelle
fra le giovinette giacenti che ebbero la forza di levarsi, si levarono
almeno a sedere sul letto, quelle che vagavano, si fermarono, ed io
mi accorsi che costei era come la reina di quell'eterno pianto. Ella
recava nella mano sinistra un pezzo non troppo grande d'un pane vecchio
e nerissimo, quale io non l'aveva mai veduto nè nel tugurio di Santa
Anastasia, nè in casa di donna Mariantonia: tanto che a un tratto io
l'ebbi preso per un ciottolo ch'ella avesse tolto per sue bisogne. E
porgendo a me quel tozzo con la sinistra, e profondando a più potere
la destra in una certa tasca a vangaiuola ch'ella aveva in sul fianco,
ne trasse una moneta di rame di cinque grani, e me la porse ancora
dicendo:
Tè, questo ti concede la Madonna. Il resto che ti facesse mestieri, te
lo procaccerai con la fatica delle tue mani, se già tu non fossi, come
il tuo volto me n'ha ben l'aria, una qualche grande scioperata.
Dettomi ciò, scomparve.
Ed io, che per quella cotale stupida vivacità, causata talvolta del
soverchio turbamento de' nervi, non era ancora tanto oppressa che,
come sempre segue allo schiavo, avessi perduta insino la facoltà di
ragionare, mi maravigliai forte d'una così importabile scarsezza.
Perchè suora Geltrude mi aveva raccontato, che, a malgrado di tutte le
antichissime ladronerie, per le quali quell'ospizio, edificato cinque
secoli fa da alcuni ricchi cavalieri napoletani, che fra i pericoli
d'una fiera guerra se ne botarono a Maria Vergine Annunziata, e di
mano in mano riccamente dotato dalla munificenza di molti principi e di
molti pontefici, fallì di così enorme somma che appena il sacrifizio di
quarantamila ducati l'anno di rendita bastò a soddisfare i creditori,
nondimeno ancora conserva l'entrata di sessantaquattromila ducati
l'anno.
XXXVI.
Non essendo sedia nè scanno alcuno da sedere in quelle grotte, ed io
non avendo più la forza di reggermi in piedi, mi sedetti per terra in
quel cantoncello dov'ero. Poscia, sentendomi mancare ogni lena, lasciai
cadermi di mano il pane e la moneta; e qualche minuto appresso ruppi
in un così dirottissimo pianto, che quasi i singhiozzi mi soffocavano.
Così mi sfogai alla fine per più di tre ore a piangere, non guardando
più in viso a nessuno, nascondendo quanto potevo le mie lacrime, e
non accusando più nè il cielo nè la terra nè gli uomini de' mali miei,
perchè avevo imparato ch'era tutto inutile.
Quando fui bene stracca di piangere, velai così un poco gli occhi di un
certo sopore che non si poteva dire propriamente sonno, ma più tosto
una oppressione e uno sfinimento di cuore. Alla fine anche da questo
sopore mi sciolsi, e potetti, bene sfogata e bene desta, considerare a mio bell'agio tutto l'orrore dello stato mio.
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