2015년 6월 19일 금요일

Ginevra 18

Ginevra 18


Erano oramai le ventiquattro, e già da meglio che un'ora non si vedeva
più lume nel luogo ove io era. E pure tardò di molto ancora a venire
una di quelle tre streghe, ma non già la reina, con una lucernuzza
di terra in mano con solo un lume già mezzo morto. Venuta in fondo
della bolgia, levò lo scarno braccio che pareva una negromantessa nel
solenne esercizio dell'arte sua, e la posò in sur una specie di mensola
di legno che sporgeva del muro ov'era stata confitta. Di poi tornava
indietro, e in andandosene, mi guardò un momento e fece sceda di me
verso le mie compagne, che avevo fatto sgabello del sinistro braccio al
mio capo stanco. E senza pure far segno d'avvertire com'era piaciuta la
sua sceda, s'andò con Dio.
 
Al fioco lume di quella lucernuzza io vedeva gli occhi delle mie
compagne tutti spalancati e fissi su quel tozzo che m'era da presso.
Ed il famelico luccicare di quegli occhi mi messe nel cuore tanta
pietà del fatto loro, che al tutto dimentica di me stessa, raccolsi
il tozzo di terra, e levando a gran fatica il mio destro braccio,
volontieri ne feci loro servigio. In un baleno il tozzo volò di mano
in mano e di bocca in bocca; e più d'una si rammaricò gravemente di
qualche arrabbiato morso avuto nella mischia su le mani o sul mento.
Alla fine una più ardita fra loro, avvicinandosi a me, mi disse, quasi
all'orecchio, ma in modo che le altre compagne udirono:
 
Poichè sei tanto generosa, che non ci regali tu quella moneta ch'è in
terra? Certo per oggi la t'è inutile, perchè di nutrimento nè, come
veggo, hai bisogno, nè potresti ormai procacciartene, ch'è già notte.
Così stasera darai la buona ventura a noi, che prima al sommo Iddio e
poi a te ne renderemo grazie infinite; e dimane con una simile che tu
n'avrai, potrai cavarti ogni tua voglia.
 
Io che all'aspetto dell'altrui miseria non pensai mai alla mia propria,
di subito gliene diedi. Ma io non vidi mai mastini allora sciolti
uscire addosso al poverello con quel furore e con quella tempesta, che
quasi tutte quelle sciagurate, insino quelle che per fiacchezza erano
giaciute tutto il dì su i lettucci, precipitarono addosso a colei che
aveva già tolta la moneta. I gridi, i pugni, i calci, lo stracciarsi
a ciocca a ciocca i capelli, il tirarsi contro a vicende i trespoli e
le tavole dei letticciuoli, e il rompersi tutte a sangue, furono cose
non più udite o vedute. Finalmente comparvero le tre maliarde, e con
voce ch'io non avrei mai creduto che ne avessero tanta nella gola,
minacciarono pene sterminatissime se quel tafferuglio non si chetava.
E chetatosi il tafferuglio, e inteso il fatto come stava, la reina
strappò la moneta a quella prima cui io l'aveva data, e, volgendo le
spalle con le altre due sue vecchiarde, se l'appropriò come cosa a lei
debita per legge.
 
 
 
 
XXXVII.
 
 
Io rimasi immobile in quel mio canto mentre durò quella nuova commedia.
Ma non sorrisi, perchè non ne avevo la forza, e perchè in tutto
lo spettacolo, il ridicolo era di gran lunga vinto dall'osceno e
dall'atroce. Intanto era già notte ferma, ed alcune delle più malconce
fra quelle dolorose, già si andavano posando in su i letticelli, dico
a due a due e insino a tre a tre per letticello; mezzo spogliandosi
quei cenci ch'avevano indosso e mezzo no, e ricoprendosi malamente
con qualche altro straccio. Ed io, che avrei mille volte tolto di
giacermi tutta la notte in terra più tosto che di contaminarmi di
tutte le brutture onde quei lettucciacci parevano ed erano veramente
ripieni, nondimeno, non ne potendo più dalla fiera umidità di quello
smalto e del muro ov'ero appoggiata, che quasi tutto grondava gocciole
freddissime, feci una gran prova di levarmi in piedi, e d'accostarmi
a un letticciuolo che m'era più da presso, nel quale mi parve che ci
dovesse poter esser luogo per me non vedendovi su che una sola di
quelle tribolate. Balzò colei dal lettuccio, come se la tarantola
l'avesse morsa, e balzando, mise un tale spaventevole grido e così
storse gli occhi e così aprì le fauci, che quando lessi d'Aletto, del
cui fischio spaurì tutta Italia, prestai sempre a questa furia il gesto
e la sembianza di colei.
 
Accorsero al terribile segno le tre fattucchiere, alle quali quella
loro ancella del grido fece palese ch'io voleva coricarmi nei loro
letti senza pagare. Allora la graziosa badessa, come sforzandosi
d'inchinare al benigno quella sua cera ferina:
 
Povera la mia ragazza, mi disse; tu non sai ancora bene le nostre
costumanze. Sappi, dunque, che la Madonna non somministra letto nè
altro, ma, come già mi pareva di averti detto, quindici once di pane
e cinque grani il giorno; e tu hai già avuto tutto per oggi; e vedi
che non è poco; e si può dire che non ti spettava, che quando ci sei
venuta era valico di molto il mezzodì: ma io non ho mai avuto il mal
dello stitico. Il pane, ch'era del buono, credo l'avrai già mangiato,
che non se ne vede orlicciuzzo di residuo. E se dei cinque ottimi grani
ch'io t'ho annoverati, tu ne hai voluto far limosina, per rimedio forse
dell'anima tua e de' tuoi parenti, tu ben facesti, nè io te ne saprei
dare altro che lode. Ma per istanotte tu non ti ci coricherai. Perchè
il posto del letto costa tre grani per notte; e tu al certo non li hai.
O li avresti per disgrazia?... ed allora ti ci potresti coricare.
 
Io non li ho, rispos'io con un fremito di sì ferale rabbia, ch'io non
avrei mai creduto che tanta me ne potesse scoppiare dal cuore, che
fu pure albergo perenne di umanità e di dolcezza. E guardandomi come
forsennata le mani e le dita e l'ugne, tutte convulsivamente rattratte,
se mai bastassero a fendermi il petto e squarciarmi le viscere e porre
una volta in terra queste membra, e pure vedendo che non bastavano, con
ambo i pugni stretti mi percossi disperatamente la fronte, di sorte che
la pezzuola di seta, di cui quell'angelo di suora Geltrude me l'aveva
fasciata, si sollevò e cadde in terra, ancora annodata a tondo come un
piccolo turbante. Immantinente la raccolse la badessa, e sciogliendola
e gualcendola e poi sciorinandola verso la lucerna:
 
Or vedi, mi disse, e' ci saria pure il modo che tu non passassi una
così fiera notte, com'è quella che ti s'apparecchia. Questa pezzuola
come già tu déi conoscere, vale meno che nulla, e se tu la vedi tesa
avanti il lume, vedrai come ride tutta. E nondimeno io, per fartene
servigio, la torrei pe' cinque grani; e ti migliorerei di tre grani,
perchè veramente la non vale più di due. E pure mi peggiorerei di tre
grani per non vederti morire stanotte su la nuda terra. Tu poi dei
cinque grani ne daresti tre a me, che con le mie suore do a nolo questi
letti, per non vedervi patire; e Dio sa se ce ne disertiamo: dormiresti
accanto a questa mia ancella, che ora mi ha chiamata, e, per giunta, ti
rimarresti ricca degli altri due grani.
 
E mentre mi diceva queste parole con assai ungimento, e come se non
avesse avvertita la mia orribile disperazione, stendeva la mano quasi
per porgermi il fazzoletto, e come veramente pentita della troppo larga
profferta. Io, già tutta indolenzita la persona per la mortale umidità
di quel suolo, già stracca e rifinita dal digiuno, e più dalle orrende
afflizioni della giornata, non potendo più tenere il capo levato,
che già la tomba e le streghe e la lucerna cominciavano a vacillarmi
e rotearmi intorno, ebbi appena la forza di spingere un tal sì fuori
della bocca, che la strega stette un momento sopra di se, incerta della
mia deliberazione. Poi, vedendo ch'io, già barcollando, cercava il
tettuccio a tentoni, quella sua fida ancella, sostenendomi alcun poco
il fianco, mi v'accompagnò; e mi vi compose su alla meglio così come
stavo, senza spogliarmi, ed ella medesima mi vi s'appiattò allato. Le
vecchiarde disparvero col fazzoletto, non si ricordando, come il dì
seguente me n'addiedi, di darmi i due grani. Ed io, guardando fiso il
moribondo lume della lucerna, perchè non mi avanzava nè pure la forza
di distorne gli occhi addolorati, li chiusi finalmente al morire di
quello, come s'io mi morissi anch'io; e chiudendoli mi parve che, da
che avevo veduta l'ultima volta suora Geltrude, io avessi camminati
dieci lunghi anni di sciagure.
 
 
 
 
XXXVIII.
 
 
Non fu sonno quello ch'io dormii, ma una certa sonnolenza o litargia di
relassamento. E quale sonnolenza! Il volgo ha sempre sulle labbra mille
dettati e proverbii, che accennano di felicità sognate da infelici. Ma
io credo e so per esperienza che lo sventurato sogna sventure; e che il
fato, insieme col vero bene, gli dinega anche il finto.
 
L'ora ch'io giacqui risupina su quel duro paglione, io non sognai già
gli accidenti della giornata, come il più delle volte interviene. Ma
non è in questo vero mondo che ci è dintorno, o in quell'altro che ha
vita solo nella fantasia degli uomini, nessuna o cosa o ombra, o brutta
o terribile, ch'io non sognassi quella notte. Cadaveri, becchini,
feretri, mortori, sepolture, scheletri che mi minacciavano, e, volendo
io gridare, m'imponevano silenzio accostando l'ossa del dito al cavo
del teschio, assassini coi pugnali nudi che m'erano sopra e già mi
sgozzavano, l'oceano furibondo in una notte caliginosa ed io sola sur
un battello e intorno a me mare e cielo da per tutto. Mi fu veduta alla
fine una larva squallidissima, ed avea le sembianze della massima fra
le tre maliarde. Mi s'appressava lenta e minacciosa da prima, ma quando
mi fu vicino, aprì la bocca per mordermi. Gli occhi si fecero fuoco
e le uscirono della fronte, ed ella ingigantendo, toccò la volta col
capo che ripercosso tornò sul mio. Ed io volli gridare e non potevo, e
mi destai; e mi trovai sulla fronte il pugno della fida ancella che mi
dormiva a fianco.
 
Tu non ci lascerai dormire persona stanotte, mi disse l'ancella,
con cotesto tuo sordo gemito; che m'hai già rotto il capo. E se vuoi
piangere, piangi il giorno, e la notte farai bene a farci dormire.
 
E levandosi a sedere sul letto, io non so donde si togliesse quegli
arnesi: ch'io le vidi, a una sola percossa di fucile, trarre il
fuoco della pietra, e accenderne l'esca e il zolfino, ed all'ultimo
un piccolo moccolino, che appiccò così com'era acceso all'estremità
del trespolo che le sporgeva da capo, e vi ripose accanto gli altri
arnesi. Come più tosto ci si potè vedere, mi fece un gran cipiglio
adirato, e sollevando quello straccio che le serviva di coltre, vi
si asciugò il pugno bagnato del freddissimo sudore onde tutta la
fronte mi gocciolava. Di poi scese nuda del letto, e grattandosi, anzi
graffiandosi per tutta la persona in un certo modo assai sconcio e
plebeo, si gittò in dosso quello straccio; e tolto di sotto il letto,
ove, si vede, lo aveva preparato, un bicchieruolo di vetro tutto
rotto agli orli, nel cui fondo aveva qualche gocciolo d'olio, andò a
rifornire ed a riaccendere la lucerna.
 
Poscia che il mortifero incubo o la villana percossa della donna
m'ebbero destata, io non potetti più chiudere le palpebre. L'ancella
mi si ricoricò allato tuttavia borbottando; e il suo borbottío, e
il passeggiare che facevano la grotta e i letti topi grossissimi,
piattoloni e lucertole verminare, e lo scrosciare dell'acqua che
veniva giù a furia dalle grondaie prossime al finestrucolo di quella
prigione per una gran pioggia che s'era messa, mi tennero desta tutto
il rimanente della notte.
 
Non andò guari che un raggio di luce si fu messo per quel foro
ingraticolato di ferro, e cominciò a farmi la rete sul lettuccio.
Questo raggio di luce non m'arrecò speranza e salute, come il dì
dinanzi; ma disperazione e languore di morte. Versai qualche altra
lacrima, ma presto mi racchetai per debolezza estrema. Fino che non
vidi la luce del dì, non avendo tocco nulla di cibo da trentasei ore,
sentii qualche stimolo di fame. Ma il primo raggio che mi ferì gli
occhi, m'estinse quello stimolo, e non mi conoscendo più la forza
di alzare un solo dito, nè avendo nessuna cagione di sperare la mia
liberazione, mi risolsi di morirmi di fame. Ed avendo non una volta
udito dire, che chi si muore o di sua mano o per qualunque altra
operazione della sua propria volontà, cade fra le bocche di Lucifero
per giudizio inesorabile di Dio, che non consente che l'uomo repugni
all'ordinamento di Lui quando per suoi imperscrutabili fini destina
alcun mortale a una lunga agonia su questa terra; ne prendevo un grande
spavento. E nondimeno, acquetandomi nella mia assoluta impossibilità
di poter vivere in quelle eterne tenebre, fra quelle anime già in vita
dannate, mi parve finalmente che niente di peggio io avrei potuto mai
trovare nel vero inferno. E parte, non troppo buona loica, ignorando
che non si può volere e pentere al tempo stesso, mi confortavo di
poter ottenere già prima di morire il perdono da Dio della mia morte.
E raccolte tutte le forze dell'anima mia nel profondo di me stessa,
e volta la mente a Dio, lo pregai con ferventi preci a rivolgere un
istante sopra di me il suo divino sguardo, ed a considerare se non
gli paresse che il calice della mia passione fosse già consumato. 

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