2016년 6월 27일 월요일

Annali d'Italia 90

Annali d'Italia 90


E, tornando il vittorioso Luchino a Milano, sconfisse ancora Malerba
capitano di settecento cavalieri, che Lodrisio avea mandati al passo
verso Milano, per dare addosso a chi scappasse a quella volta. Più di
settecento cavalli vi furono uccisi, e di quei di Lodrisio ne furono
presentati due mila e cento presi, senza gli altri rubati e trafugati.
Insomma non v'era memoria di una battaglia sì fiera e pertinace,
fatta in mezzo alla grossa neve, come fu questa. Corse voce, nata
probabilmente dall'immaginazion della buona gente, che s'era veduto
in aria s. Ambrosio col flagello percuotere i nemici, e perciò da lì
innanzi si cominciò a dipignere quel santo arcivescovo, ed anche a
coniarlo nelle monete, col flagello in mano, e non già per qualche
vittoria riportata contro i Francesi, come crede il volgo. Perchè poi
la clemenza fu una delle virtù principali d'_Azzo Visconte_, la fece
ben egli risplendere anche in questa congiuntura. Quantunque degni di
morte fossero que' masnadieri per tante ruberie ed incendii commessi,
pure a tutti diede la libertà col sol giuramento di non più militare
contra di lui. Neppur volle infierire contra dello stesso Lodrisio,
autore di sì dolorosa tragedia. Contentossi di confinarlo insieme con
due suoi figliuoli nella fortezza di San Colombano, dove sopravvisse
alcuni anni, e fu poi rimesso in libertà. Restò dovunque Azzo Visconte
pacifico signore di Milano, Como, Vercelli, Lodi, Piacenza, Cremona,
Crema, Borgo S. Donnino, Bergamo, Brescia e di altri luoghi. Teneva
parte di dominio in Pavia; essendo mancata di vita _Giovanna_ figliuola
del _conte Nino_ pisano, sua sorella uterina, perchè nata da _Beatrice
Estense_ sua madre nel primo matrimonio, per testamento d'essa ebbe
tutta la di lui pingue eredità in Pisa, e le ragioni d'essa sopra
il giudicato di Gallura, cioè sopra la terza parte della Sardegna.
Però nell'anno presente prese la cittadinanza di Pisa, e mosse le sue
pretensioni contra del _re d'Aragona_, occupatore della Sardegna.
Aggiugne Galvano Fiamma[1330], che dalle civili fazioni di Genova
gli fu anche esibito il dominio di quella città, e che per la sua
morte andò in nulla questo trattato. Giorgio Stella negli Annali di
Genova di ciò non dice parola. Ma che? in tanta gloria, in si grande
innalzamento della casa de' Visconti, ecco la morte che rapisce nel
dì 14 o 16 d'agosto dell'anno presente _Azzo Visconte_ in età di soli
trentasette anni. Non si saziano Buonincontro Morigia[1331] e Galvano
Fiamma, scrittori contemporanei, di descrivere le insigni doti e virtù
di questo principe, che non avea allora pari in Italia, trattone il
_re Roberto_. Era egli l'amore di Milano perchè pio, perchè giusto e
clemente, perchè egualmente amava e favoriva Guelfi e Ghibellini, e
per tutte le sue città voleva la pace fra i cittadini. Somma fu la sua
magnificenza in fabbricar palagi, fortezze, ponti e delizie; grande la
sua gloria per le vittorie ottenute, per tante città conquistate, e per
avere risuscitata e cotanto accresciuta la potenza della sua casa. Nè
è maraviglia se i popoli sì facilmente si accordassero in volerlo per
padrone, perchè egli era padre de' religiosi, amator della concordia,
affabilissimo, inclinato sempre a far grazie, geloso della castità,
e ornato d'altre nobili virtù. Di _Caterina_ figliuola di _Lorenzo di
Savoja_ non ebbe prole, e però l'eredità dei suoi Stati e beni, o per
testamento, per succession legale, pervenne ai due suoi zii paterni
_Luchino_ e _Giovanni_, tuttavia solamente vescovo di Novara. Ossia che
Giovanni spontaneamente lasciasse al fratello la sua parte del dominio,
oppure, siccome io vo sospettando che Luchino maggior di età ed uomo
fiero non volesse compagni nel governo: sappiam di certo che il solo
Luchino da lì innanzi fu principe di Milano e dell'altre città, che
prima ubbidivano al nipote Azzo.
 
Novità furono in Genova nell'anno presente[1332]. Parendo al popolo
di quella città di non essere assai ben trattati dai nobili, nè dai
capitani della terra, che in questi tempi erane _Raffaello Doria_ e
_Galeotto Spinola_, fecero istanza di avere un nuovo abbate, che così
chiamavano quel magistrato che presso gli antichi Romani si appellava
tribuno della plebe. Vi acconsentirono mal volentieri nondimeno i due
capitani. Ora nel dì 25 di settembre unitosi il popolo e i mercatanti
per crear l'abbate, non sapevano accordarsi. Capitato nell'adunanza
_Simone_ o _Simonino Boccanegra_ (fu creduto per altri fini) fu
proposto costui per abate da uno scimunito. I più gridarono di sì, e
per forza gli misero in mano lo stocco. Ebbe egli un bel dire che i
suoi maggiori, stante il lor essere nobili, non erano mai stati abbati,
e che li pregava di eleggere un altro. Gran tumulto si fece, ed uscì
una voce che dicea _signore_, e tutti a gara gridarono _signore_.
Allora fu consigliato il Boccanegra da uno degli stessi capitani e
dal vecchio abbate di accettare l'elezione per paura di peggio; e
però rispose che era pronto ad essere _abbate, signore_, e tutto quel
che loro piacesse. Allora si rinforzò la voce di _signore_, e non
finì la lite, che il crearono loro _doge_ ossia _duce_, o _duca_,
con piena balìa e con alcuni del popolo per suoi consiglieri. Però
i due capitani, l'un dopo l'altro, uscirono dalla città; e questo fu
il primo doge che avesse quella città. Era Simone Boccanegra uomo di
petto e di molto senno: laonde diede principio con molto vigore al suo
dominio, ed ebbe ubbidienza dalla maggior parte delle terre delle due
riviere. Per anni parecchi avea il _re Roberto_ tenuta la signoria
della città d'Asti[1333]. _Giovanni marchese di Monferrato_ gliela
tolse nel giorno 26 di settembre dell'anno presente, con iscacciarne
i Solari e gli altri Guelfi, e introdurvi i Gottuari e i Rotari cogli
altri Ghibellini. Niuna difesa fece il presidio di esso re, perchè
si trovò aver impegnate armi e cavalli per difetto di paghe. Di gran
danno fu questa perdita a Roberto a cagion delle altre sue terre di
Piemonte, e ne esultò forte la fazion ghibellina di Lombardia. Leggesi
nella storia di Benvenuto da San Giorgio[1334] lo strumento, con cui
il popolo d'Asti prende per suo signore il marchese Giovanni. Fece
ancora in quest'anno guerra alla Sicilia il re Roberto, e vi prese
l'isola di Lipari. Era generale della sua flotta _Giufredi di Marzano_
conte di Squillaci. Mentr'egli assediava il castello di quell'isola,
venne il _conte di Chiaramonte_ colla flotta de' Messinesi a dargli
battaglia nel giorno 17 di novembre; ma sconfitto restò egli prigione.
Per l'uccisione del vescovo di Verona era _Mastino dalla Scala_ sotto
le scomuniche[1335]. Per rimettersi in grazia del papa, e inoltre per
aver la di lui protezione, e salvar le città sue attorniate da potenti
avversarli, dopo aver fatto maneggio alla corte di Avignone, prese
nel giorno primo di settembre il vicariato di Verona, Parma e Vicenza
(Lucca non v'è nominata) dal pontefice, _vacante imperio_, con obbligo
di pagare annualmente al papa cinque mila fiorini d'oro, e mantenere
dugento cavalli e trecento pedoni al servigio della Chiesa. Ed ecco
come il buon pontefice _Benedetto XII_ amichevolmente ottenne ciò che
il gran caporale de' Guelfi _Giovanni XXII_ con tante guerre non avea
mai potuto ottenere. Mancò di vita in questo anno nel giorno ultimo
di ottobre _Francesco Dandolo_ doge di Venezia[1336], ed ebbe per
successore _Bartolomeo Gradenigo_, eletto nel dì 9 di novembre.
 
NOTE:
 
[1314] Rebdorf., Histor. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
Raynaldus, Annal. Eccles.
 
[1315] Benven. da S. Giorg., Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
 
[1316] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 89.
 
[1317] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens.,
tom. 18 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
 
[1318] Corio, Istor. di Milano.
 
[1319] Bonincont. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.
 
[1320] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.
 
[1321] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.
 
[1322] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
 
[1323] Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.
 
[1324] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
 
[1325] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.
Bonincontrus Morigia, Chron., tom. eod.
 
[1326] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Italic.
 
[1327] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
 
[1328] Cortusior. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
 
[1329] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.
 
[1330] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.
 
[1331] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.
 
[1332] Georgius Stella, Annal. Genuens. tom. 17 Rer. Ital. Annal.
Mediol., tom. 18 Rer. Italic.
 
[1333] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 113.
 
[1334] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrat., tom. 23 Rer.
Italic.
 
[1335] Raynald., Annal. Eccles.
 
 
 
 
Anno di CRISTO MCCCXL. Indizione VIII.
 
BENEDETTO XII papa 7.
Imperio vacante.
 
 
Cessata la guerra, sopravvennero in quest'anno all'Italia altre
calamità, cioè la carestia e la peste, portate da oltramare[1337].
Vivevano allora alla buona gli Italiani; specialmente i Veneziani
e Genovesi, per cagion della mercatura, frequentavano le coste
dell'Egitto, della Soria e dell'imperio greco, trafficando fino al mar
Nero. Erano anche in guerra queste due nazioni nei tempi presenti. Se
in quei paesi regnava la peste (e va ella sempre saltellando dall'un
paese all'altro), facilmente la portavano in Italia le navi cristiane.
Siccome allora non vi erano lazaretti, nè si faceano spurghi, nè si
usavano altre diligenze e cautele che inventò poi la saggia provvidenza
de' posteri per impedire l'ingresso a questo terribil malore, o per
estinguerlo venuto; così a man salva veniva esso a metter piede nelle
nostre contrade. Cominciò dunque nell'anno presente ad infierire la
pestilenza in Italia, e ci durò gran tempo, siccome diremo[1338]. Nella
sola città di Firenze morirono dodici mila persone. Siena anch'essa
perdè gran copia de' suoi migliori cittadini. Giunto poi all'eccesso
il prezzo de' viveri, perchè o la gran neve caduta nel verno, che
non si sciolse se non verso il fine di marzo, o altra cagione guastò
i raccolti. E fu questo solo malanno bastante a generar malattie, e
a popolar di cadaveri i sepolcri. Avea già dato principio _Luchino
Visconte_ al suo governo di Milano e degli altri suoi Stati con
vigore[1339]; ma i Milanesi, avvezzi a quello del sa                         

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