2016년 6월 27일 월요일

Annali d'Italia 89

Annali d'Italia 89



entrarono ne' borghi di Vicenza, e quivi si afforzarono; colpo che fece
disperare Mastino, e più che mai applicarsi ad un trattato di pace,
siccome diremo all'anno seguente.
 
Giacchè in Sicilia regnavano delle dissensioni, e al valente _re
Federigo_ era succeduto il _re Pietro_, persona di mente assai
debole[1312], stimò _Roberto re_ di Napoli che fosse giunto il
sospirato giorno da poter ricuperar quell'isola. Nel mese dunque di
maggio spedì colà una flotta di sessanta tra galee e legni da trasporto
con mille e cinquecento cavalieri e molta fanteria. Un'altra parimente,
ed anche maggiore, ne inviò a quella volta nel mese di giugno sotto
il comando di _Carlo duca_ di Durazzo suo nipote. Ognuno si credeva
che tante forze ingoierebbero senza fallo la Sicilia tutta; ma appena,
dopo lungo assedio, presero Termole, e intanto entrata la peste, ossia
una forte epidemia, in quell'armata, bisognò sloggiare, e tornarsene
con perdita di molta gente a Napoli. Riuscirono inutili tutti i
tentativi, umiliazioni ed esibizioni fatte da _Lodovico il Bavaro_ per
riacquistare la grazia del papa[1313]. Colpa non fu del buon pontefice,
che inclinava alla pace, e chiaramente dicea che compativa gli eccessi
commessi dal Bavaro, perchè il suo predecessore _Giovanni XXII_, col
non volergli fare giustizia, l'avea come spinto nel precipizio. Disse
anche all'orecchio agli ambasciatori di Lodovico, quasi piangendo,
d'essere dispostissimo a favorire il lor principe; ma aver lettere
di _Filippo re_ di Francia, colle quali il minacciava di trattarlo
peggio di quel che _Filippo il Bello_ avea trattato _papa Bonifazio
VIII_, qualora assolvesse il Bavaro dalle scomuniche. Ecco se è vero
che i romani pontefici furono in una babilonica schiavitù, finchè
vollero tener ferma la loro residenza di là da' monti. So che questo è
negato da alcuni; se poi con buone ragioni, nol so. Ora cotali durezze
della corte pontificia, benchè cagionate dalla prepotenza altrui,
diedero occasione al Bavaro e agli elettori dell'imperio (eccettuatone
_Giovanni_ re di _Boemia_) di unire una dieta nel territorio di
Magonza, in cui nel dì quindici di luglio formarono un decreto[1314],
che chiunque è eletto dai principi elettorali concordi, o dalla maggior
parte di essi, re de' Romani, non ha bisogno d'approvazione e consenso
della santa Sede per prendere il titolo di re e per amministrare i
diritti dell'imperio: il che fu una gran ferita all'autorità e agli
antichi diritti della santa Sede. Tanto è poi andata innanzi la
faccenda, che laddove gli antichi principi eletti prendevano il titolo
solamente di re di Germania e d'Italia, oppure de' Romani, senza
giammai usar quello d'imperadori de' Romani, se non dopo la coronazione
romana, cominciarono ad intitolarsi, anche senza essere coronati dal
papa, imperadori de' Romani: il che è divenuto uso stabile. Intorno a
questi punti disputano gli eruditi politici: lasciamoli noi disputare,
e andiamo avanti. Venne in quest'anno a morte nel dì 21 d'aprile
_Teodoro marchese di Monferrato_[1315], che avea portato in Italia
il sangue de' greci imperadori, ed ebbe per successore _Giovanni_ suo
unico figliuolo, che superò in valore e fortuna il padre.
 
NOTE:
 
[1308] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
 
[1309] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital.
 
[1310] Chron. Patav., tom. 8 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer.
Ital.
 
[1311] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
 
[1312] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 78.
 
[1313] Albertus Argent., Chron.
 
 
 
 
Anno di CRISTO MCCCXXXIX. Indiz. VII.
 
BENEDETTO XII papa 6.
Imperio vacante.
 
 
A mal partito, e in gran pericolo di perdere il resto, oramai si
trovava _Mastino dalla Scala_ per la forza e superiorità di tanti
suoi nemici; e però più che mai si diede all'ingegno per uscir fuori
di questa troppo ostinata tempesta. Studiossi dunque di guadagnare
(il Villani dice[1316] col potente segreto della moneta) alcuni
maggiorenti di Venezia, e segretamente trattò di pace particolare co'
Veneziani, rimettendosi tutto in loro, e pregandoli nello stesso tempo
di non volerlo disfare. Fece anche correr voce che se non seguiva
aggiustamento, sarebbe calato _Lodovico il Bavaro_ in Italia con sei
mila barbute: il che potè influire a far accettare le proposizioni
d'accordo nel senato veneto. Non mancarono i Veneziani d'avvisare per
tempo i Fiorentini ch'era in piedi questo trattato; ma perchè loro
si esibivano solamente alcune castella, e non già la città di Lucca,
che, secondo i patti della lega, si dovea cedere al loro comune, se ne
sdegnarono forte, parendo lor questo un tradimento. Inviarono pertanto
a Venezia i loro ambasciatori, acciocchè disturbassero l'accordo,
oppure insistessero per la cessione di Lucca. Di più non poterono
ottenere. Adunque nel dì 24 di gennaio del presente anno[1317] si
conchiuse la pace in Venezia, le cui condizioni si veggono riferite dal
Cortusi. In vigor di essa ai _Veneziani_ fu ceduta la città di Trivigi;
ad _Ubertino da Carrara_ Bassano e Castelbaldo; ai _Fiorentini_ Pescia,
Buggiano ed Altopascio, oltre ad altre terre prese innanzi da loro
al territorio di Lucca. _Alberto dalla Scala_ coi Fogliani di Reggio
ed altri prigioni fu liberato dalle carceri, e nel dì 14 di febbraio
arrivò a Verona, incontrato da Mastino suo fratello a Legnago. Grandi
schiamazzi fecero per questo accordo i Fiorentini; ma a che servirono?
Certo fu mirabil cosa che Mastino in mezzo a sì fiero incendio potesse
conservare le città di Verona, Vicenza, Parma e Lucca; la qual ultima
andò egli a visitare nel primo giorno di aprile, con dar buon ordine
alla guardia d'essa, ben persuaso che i Fiorentini, se si fosse
presentata l'occasione, avrebbono dimenticata ben tosto la pace fatta
con lui. Volle dal popolo di Lucca venti mila fiorini d'oro, perchè ne
avea gran bisogno. In Parma lasciò a quel governo Azzo da Correggio
suo zio materno, che il servì di proposito, per quanto vedremo. Un
altro assai strepitoso avvenimento appartiene all'anno presente,
che si vede riferito fuor di sito non solamente dal Corio[1318], ma
anche da Bonincontro Morigia[1319] e da Galvano Fiamma[1320], autori
contemporanei, narrandolo gli uni all'anno 1337, e l'altro al 1339.
Forse son guasti i loro testi, o la diversità dell'era cristiana
produsse questo imbroglio; certo essendo che il fatto, ch'io son per
narrare, accadde in quest'anno, come s'ha da Giovanni Villani[1321],
dal Gazata[1322], dai Cortusi[1323] e da altri storici[1324]. Appena
fu stabilita la pace suddetta, che a Mastino parve un'ora mille anni
di sgravarsi del troppo pesante fardello di tante milizie che erano
al suo soldo, per esser egli restato co' suoi sudditi smunto affatto
di moneta. Specialmente gli era a carico la cavalleria tedesca, che in
gran numero era stata a' suoi servigi.
 
Usava in corte di Mastino _Lodrisio Visconte_, figliuolo di un fratello
di Matteo Magno, cioè quel medesimo che nell'anno 1327 unito con
_Marco Visconte_ procurò più degli altri la depressione di _Galeazzo
Visconte_, e la prigionia di lui, di _Azzo, Luchino_ e _Giovanni
Visconti_. Dacchè il giovane Azzo ricuperò il dominio di Milano,
Lodrisio o spontaneamente se n'andò, o fu cacciato da quella città.
Gli venne in pensiero di valersi di questa congiuntura per riavere
il contado del Seprio, di cui fu ne' tempi addietro investito; anzi
di occupar Milano, se gli veniva fatto. Ne trattò con Mastino. Bella
occasione parve a lui questa di vendicarsi d'Azzo Visconte, che gli
avea tolta Brescia. Diede lo Scaligero le paghe ai soldati, mostrando
di licenziarli, e Lodrisio di assoldarli in servigio proprio. Circa
tre mila e cinquecento uomini d'armi raunò egli, e gran copia di
fanti: alla quale armata diede il nome di _compagnia di s. Giorgio_.
S'ingrossò questa dipoi, perchè si trattava di andare a bottinare in
paese grasso e ricco. E fu essa (il che è da notare) la prima compagnia
di soldati masnadieri, e ladri che si formò in Italia, e servì poi
d'esempio a tante altre, che vedremo insorgere a' danni degli Italiani,
e vengono chiamate _compagnie_ dagli storici fiorentini. S'inviò
Lodrisio Visconte con quest'armata di ferrabuti pel Bresciano, dando
il sacco dappertutto, e, passato il fiume Oglio, afflisse le campagne
del Bergamasco. Nel dì 9 di febbraio valicò l'Adda, senza che potessero
impedirgli il passo le soldatesche postate alle ripe; e andò a riposare
a Legnano, mettendo intanto a sacco e fuoco quelle contrade. Colà
convocò quanti amici potè[1325], e vi concorsero a furia i ribaldi,
dimodochè già pensava di marciare a dirittura verso Milano. A questo
non mai pensato accidente si trovava mal provveduto _Azzo Visconte_;
affrettossi dunque di chiamare da tutte le sue città le milizie, e
dimandò soccorso a tutte le sue amistà. Era allora la terra coperta
d'alta neve e di ghiaccio: contuttociò i _marchesi Estensi_ cugini
d'Azzo[1326] immediatamente gl'inviarono alcune centinaia di cavalli
sotto il comando di Brandaligi da Marano. Altri combattenti gli vennero
da _Tommaso marchese_ di Saluzzo suo cognato, da _Lodovico di Savoja_
suocero suo, dal conte di Savoja, da _Jacopo_ signor di Piemonte, da
_Taddeo de' Pepoli_, dai _Gonzaghi_ e da _Genova_. Altri aiuti ancora
erano per viaggio, ma senza poter giugnere a tempo alla fiera danza che
si fece. Fu commessa la guardia di Milano a _Giovanni Visconte_, zio
d'Azzo e vescovo di Novara, con ottocento cavalli. Fu dato il comando
dell'armata a _Luchino Visconte_, altro zio del medesimo Azzo. Uscito
dunque Luchino con più di tre mila e cinquecento cavalli, duemila
balestrieri, e quattordici mila fanti, andò ad accamparsi a Nerviano
col grosso di sua gente, compartendo il restante in Parabiago e nelle
ville circonvicine. _Lodrisio_, che già cominciava a penuriar di viveri
e foraggi, non volle maggiormente differir la battaglia; e tanto più
perchè sapeva che l'esercito de' Visconti di giorno in giorno s'andava
più ingrossando per l'arrivo di nuove truppe. Era il dì 21 di febbraio,
festa di s. Agnese, e fioccava la neve a furia. Uscito prima del far
del giorno da Legnano, andò ad assalir quella parte dell'esercito
milanese che era a Parabiago. Dormiva tuttavia la buona gente. Lodrisio
li svegliò ben tosto, e cominciò a farne macello. Quei che poterono
prendere l'armi e saltare a cavallo, bravamente si diedero anch'essi
a menar le mani; ma molti ne perirono, e vi andava il resto, se non
giugneva Luchino Visconte col suo corpo di gente. Allora si diede
principio ad una terribile e sanguinosa battaglia, e si fecero di gran
prodezze da ambe le parli, cedendo ora gli uni ed ora gli altri. La
presa della città di Milano, che si faceva da Lodrisio sperar vicina
alla sua gente, animava i suoi al forte combattimento, e sprone era
agli altri la difesa della patria e l'amor della gloria. Prevalsero
dopo molte ore di ostinata contesa cotanto l'armi di Lodrisio[1327],
che _Giovanni del Fiesco_, cognato di Luchino, poco fa fatto cavaliere,
fu ucciso, e lo stesso _Luchino_ generale rimase prigione.
 
Già la vittoria parea dichiarata in favor di Lodrisio, quando
arrivarono freschi alla battaglia trecento cavalieri savoiardi, ed
Ettore conte di Panago o Panigo, con altra gente che, trovando i

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