Annali d'Italia 93
Già s'è veduto come _Lodrisio Visconte_ fu il primo a dar esempio ad
altri di formar delle compagnie di soldati masnadieri e ladri. La
composta da lui andò presto in fumo. Se ne formò un'altra picciola
sotto il comando di _Malerba_ capitano tedesco, il quale passò ai
servigi di _Giovanni marchese_ di Monferrato. Nell'anno presente
avvenne di peggio. Correvano i Tedeschi al soldo degl'Italiani, ed ora
a questo ora a quel principe servivano, ma con fede sempre incerta,
non mantenendo essi le promesse, se capitava un maggiore offerente. Fu
licenziata una gran frotta di costoro dal comune di Pisa. _Guarnieri,
duca_ di non so qual luogo di Germania, fecesi capo di questa gente;
molto più ne raunò da altre contrade di Italia, e vi si unirono
anche assaissimi Italiani: con che si formò una compagnia, dagli
storici toscani appellata _compagna_, di più di tre mila cavalli, e
di copiosa moltitudine di fanti, meretrici, ragazzi, ribaldi: gente
tutta bestiale, senza legge, sol volta ai saccheggi, agl'incendii,
agli stupri. Guai a quel paese dove giugnea questo flagello. Prima
degli altri a farne pruova fu il territorio di Siena[1367]. Li mandò
in pace quel popolo collo sborso di due mila e cinquecento fiorini
d'oro. Portarono il malanno sopra il distretto della Città di Castello,
d'Assisi e d'altri luoghi. Il duca d'Atene, i Perugini ed altri popoli
coll'esorcismo d'alcune migliaia di fiorini fecero passare questo mal
tempo in Romagna[1368]. Nel dì 7 di ottobre arrivò essa compagnia,
chiamata dagli scrittori la _gran compagna_, a Rimini, e gran danno
fece a quel distretto. Erasi ribellata la città di Fano a _Malatesta_
signore d'esso Rimini[1369]; e benchè vi accorresse _Pandolfo_
suo figliuolo, e pel castello, che si conservava tuttavia alla sua
divozione, uscito a battaglia coi cittadini, molti ne uccidesse;
pure non potè ricuperar la città. Il perchè Malatesta, avendo preso
al suo servigio quella bestial compagnia, verso il dì 6 di dicembre
andò all'assedio di Fano, la qual città se gli arrendè poscia nel
dì 15 di esso mese. Di gran faccende ebbero e di molti parlamenti
fecero in Ferrara _Obizzo marchese_ d'Este, _Mastino dalla Scala_ e
_Taddeo de' Pepoli_ signor di Bologna, o prevedendo o sentendo già le
minaccie che quella spietata gente volea scaricarsi sopra de' loro
Stati[1370]. Fecero essi lega insieme per questo, e v'entrarono i
signori d'Imola e Faenza, _Ostasio da Polenta_ signore di Ravenna e
Cervia. _Giovanni_ figliuolo di Taddeo Pepoli, assistito dalle suddette
amistà, con una bell'oste cavalcò a Faenza per contrastare il passo
al duca Guarnieri, se gli veniva talento di voltarsi a queste parti.
Circa tre mila e cinquecento cavalli fu detto che il Pepoli conducesse
a quell'impresa, oltre alla numerosa fanteria, ed oltre a due quartieri
del popolo di Bologna. Ma, senza far pruova dell'armi, si trovò poi
altro temperamento a questo bisogno, siccome vedremo all'anno seguente.
Secondo Galvano Fiamma[1371], essendo già morto _Aicardo arcivescovo_
di Milano, gli succedette in quell'insigne chiesa _Giovanni Visconte_,
fratello di _Luchino_, già vescovo e signor temporale di Novara, nel
dì 6 d'agosto dell'anno presente. A vele gonfie entra qui il suddetto
Fiamma nelle lodi di questo prelato, esagerando le di lui belle doti,
e specialmente la magnificenza, nel qual pregio superava tutti i
prelati d'Italia. Ma dimenticò egli di accennar anche l'estrema di lui
ambizione e i suoi troppo secolareschi pensieri, che noi vedremo saltar
fuori, andando innanzi. Aggiugne il medesimo scrittore, che macchinando
i Pavesi contra de' fratelli Visconti, cioè di _Luchino_ e d'esso
_Giovanni_, fecero questi un formidabil preparamento per terra e per
acqua affine di mettere l'assedio a Pavia. Tal fu il terrore incusso
a quel popolo, che trattarono tosto d'accordo con quelle condizioni
che vollero i Visconti, salvando bensì la libertà, ma con dipendenza
da essi. Morì nell'agosto di questo anno _Carlo Uberto_ re d'Ungheria,
e quella corona pervenne a _Lodovico_ suo figliuolo. L'altro suo
figliuolo _Andrea_ era alla corte di Napoli, sposo di _Giovanna_ nipote
del _re Roberto_, coll'espettativa della successione in quel regno.
NOTE:
[1356] Raynaldus, Annal. Eccles. Vitae Pontificum Romanorum, P. II,
tom. 3 Rer. Ital.
[1357] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.
[1358] Vitae Roman. Pontif., P. I et II, tom. 3 Rer. Ital.
[1359] Raynaldus, Annal. Ecclesiast. Vit. Nicolai Laurentii, tom. 3
Antiquit. Ital.
[1360] Petrarcha, lib. 2 Epist.
[1361] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 138.
[1362] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.
[1363] Giovanni Villani, lib. 11. Johannes de Bazano, Chron. Mutin.,
tom. 15 Rer. Ital.
[1364] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 1.
[1365] Fazell., de Reb. Sic., dec. 2, lib. 9.
[1366] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 13.
[1367] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.
[1368] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[1369] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1370] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1371] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCXLIII. Indizione XI.
CLEMENTE VI papa 2.
Imperio vacante.
Si videro in quest'anno da papa _Clemente VI_ confermate contra di
_Lodovico il Bavaro_ tutte le censure di papa _Giovanni XXII_. Cercò
questi di placarlo[1372], e, a persuasione del re di Francia, che gli
facea dell'amico, spedì ad Avignone solenni ambasciatori con facoltà
di accettare tutte le condizioni che al papa fosse piaciuto d'imporgli.
Gli fu imposto di confessar tutte le eresie che gli venivano imputate,
di deporre l'imperio, e di nol ricevere se non dalle mani del papa;
di consegnar prima nelle mani d'esso pontefice la persona sua e de'
suoi figliuoli; e finalmente di cedere alla Sede apostolica molte
terre e diritti dell'imperio. Portate in Germania queste condizioni,
nella dieta de' principi furono trovate sì esorbitanti ed ignominiose,
che tutti protestarono non potersi elle accettare, e d'essere tutti
pronti a sostenere le ragioni dell'imperio contra della prepotenza
del papa, il quale intanto cavava buon profitto dalla vacanza di esso
coi censi imposti ai vicarii del regno italico. Ma papa Clemente già
tesseva una tela per creare un altro imperadore, siccome risoluto di
non voler mai in quel grado il duca di Baviera. Presto ce ne avvedremo.
Terminò il corso di sua vita in quest'anno nel giorno 19 di gennaio
_Roberto re_ di Napoli, e signore della Provenza e d'altri Stati in
Piemonte, principe non men celebre per la sua pietà, che per la sua
letteratura, per la giustizia, saviezza e per molte altre virtù.
Dal Villani è scritto[1373] ch'egli in vecchiaia si lasciò guastare
dall'avarizia, per cui restò erede di gran tesoro sua nipote. Nè vo'
lasciar di accennare che la morte di questo re vien posta da Domenico
da Gravina[1374], autore contemporaneo, _anno domini MCCCXLII, mense
januarii, decima Indictione, XIV die mensis ejusdem_; e però sarebbe
da riferire all'anno precedente, in cui correva l'indizione decima. La
Cronica Estense[1375] e la Sanese[1376] vanno anch'esse d'accordo col
Gravina. Tuttavia non si può dipartire dal Villani, il qual mette la
morte di esso re nel 1542, seguendo l'era fiorentina, e che conduce
l'anno 1542 sino al giorno 25 di marzo del nostro 1543. Con esso
convengono Giorgio Stella negli Annali di Genova[1377], Giovanni da
Bazano[1378] e gli storici napoletani. Però, in vece dell'_Indictione
X_, si dee credere che il Gravina scrivesse _Indictione XI_. Non restò
prole maschile del re Roberto, ma bensì due sue nipoti, figliuole del
fu _Carlo duca_ di Calabria, cioè _Giovanna_ e _Maria_. Erede del regno
fu la prima, già sposata col giovinetto _Andrea_ fratello di _Lodovico
re_ d'Ungheria, la quale fu poi coronata per le mani del _cardinale
Aimerico_ legato pontificio, ma senza che al consorte Andrea fosse
conferita la medesima corona. Si accorsero in breve i Napoletani del
fulmine sopra di loro scagliato nella caduta del savio re Roberto,
perchè non tardò a sconvolgersi il regno, e poscia ad andar tutto in
rovina. Di circa sedici anni era Giovanna, che, posta in libertà,
nè discernimento avea per guardarsi da chi cercava di sedurla, nè
mettea guardia alle sue giovanili inclinazioni. Cominciò a disamare
il marito, forse anche mai non l'avea amato, perchè non s'era egli per
anche saputo spogliare della barbarie ungarica, nè mostrava abbondanza
di prudenza e di senno. Insolentivano i suoi uffiziali e cortigiani
ungheri; e, per accrescere maggiormente il fuoco della dissensione, si
trovavano allora in Napoli molti principi della real casa, appellati
perciò i Reali, cadauno de' quali aspirava al regno, o almeno al
comando. Fra gli altri furbescamente, e al dispetto degli Ungheri,
Carlo duca di Durazzo sposò Maria sorella della regina Giovanna:
matrimonio che partorì molta discordia e peggiori conseguenze in
avvenire. Io non mi dilungherò maggiormente in descrivere il disordine
in cui restò la real corte di Napoli, perchè ciò esigerebbe una
narrazion troppo diffusa. Ne andrò solamente accennando i principali
avvenimenti, secondochè il filo della storia richiederà.
Nell'anno presente ancora a' dì 4 di gennaio, essendo già mancato di
vita _Bartolomeo Gradenigo_ doge di Venezia[1379], fu eletto per quella
dignità _Andrea Dandolo_, quel medesimo a cui siam tenuti per la bella
Storia veneta, da me data alla luce. Non avea egli che 36 anni, e pure,
contra l'uso di quella saggia repubblica, ascese al trono: cotanto era
in credito la di lui prudenza, onestà, sapere e cortesia. Vegniamo ora
agli affari di Firenze. Lo studio continuo di Gualtieri duca d'Atene,
signore di quella città, era di schiantare affatto la libertà de'
Fiorentini[1380], e di assodar sè stesso in un'assoluta signoria: al
qual fine avea contratta lega co' marchesi estensi, cogli Scaligeri,
Pepoli ed altri signori, abbassando intanto in casa chi poteva opporsi
a' suoi voleri, strapazzando la nobiltà, e valendosi di ministri
crudeli ed ingiusti. A così fatto asprissimo governo non era avvezzo nè
sapeva adattarsi il popolo di Firenze; e però si cominciarono a formar
segretamente delle congiure contra di lui da varii cittadini di tutti
gli ordini, senza che l'uno sapesse dell'altro. Della principale venne
in conoscenza il duca; ma ritrovato che vi teneano mano tante grandi
e potenti famiglie, servì questo solamente a mettere lui e il popolo
in maggior gelosia e timore. Pure avea egli messi i suoi pezzi a segno
per farne una memorabil vendetta nel giorno 20 di luglio, festa di
sant'Anna, quando nel medesimo giorno si alzò universalmente a rumore
la cittadinanza, risoluta di tutto mettere a repentaglio per liberarsi
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