2016년 6월 28일 화요일

Annali d'Italia 97

Annali d'Italia 97



eccoli sopravvenire il marchese di Brandeburgo con forze superiori di
armati, che gli diede una rotta, e il fece fuggire a Trento. Ma si mutò
in questo anno faccia alle cose; imperciocchè trovandosi _Lodovico
il Bavaro_ alla caccia nel dì 11 di ottobre[1424], sorpreso da un
colpo d'apoplessia e caduto da cavallo, spirò l'anima sua. V'ha chi
dice esser egli morto con segni di penitenza, lo niegano altri; ma è
fuor di dubbio che da niun sacerdote ebbe l'assoluzion de' peccati
e delle censure[1425], portando al mondo di là una pesante soma di
colpe principesche e private. La morte sua fu la vita di _Carlo IV
re_ dei Romani, perchè i suoi affari cominciarono immediatamente
a prosperare, con riconoscerlo per re molti principi e non poche
città della Germania, quantunque non mancassero altri che passarono
all'elezione di _Odoardo re_ d'Inghilterra, poi di _Federigo marchese_
di Misnia, e poi di _Guntero conte_ di Suarzemburgo. Con danari seppe
il re Carlo indurre i due ultimi a non accettare, o a rinunziare
l'esibita corona. Per lo contrario, in Italia si aprì un nuovo teatro
di calamità a cagione di _Lodovico re_ d'Ungheria, ansante di vendicar
la morte ignominiosa del fratello _Andrea_, ma più di conquistare il
regno di Napoli, al qual fine determinò di passare egli in persona in
Italia. Spedì innanzi i suoi ambasciatori, per aver libero il passo
da' principi italiani; e questi, giunti a Ferrara nel dì 24 d'aprile,
ebbero buon accoglimento dal _marchese Obizzo_ d'Este. Continuato
poscia il lor viaggio, arrivarono ai confini del regno, e cominciarono
dei maneggi per muovere a ribellione que' popoli. Certo è che, a
papa _Clemente VI_ non piaceva che un sì potente principe venisse a
piantar il piede nel regno di Napoli. Oltre di che, a cagione del suo
soggiorno in Provenza, terra della _regina Giovanna_, pendeva più a
favorir questa che quello. Intanto essa regina nel dì 20 d'agosto sposò
_Luigi principe_ di Taranto, uno de' Reali[1426]: matrimonio in que'
tempi disapprovato dagli zelanti cristiani. Alcuni credono ch'ella fin
d'allora ne ottenesse la dispensa dal pontefice. Il Rinaldi meritamente
la riferisce all'anno seguente. Accordossi ancora la regina Giovanna
con _Lodovico re di Sicilia_, cedendo ad ogni pretensione sua sopra
quell'isola, con patto che egli, in occasione di guerra, dovesse
mantenere al di lei servigio quindici galee. Mancò ad un tale accordo
l'approvazione del papa, diretto padrone della Sicilia.
 
Gran voglia aveva _Isabella del Fiesco_, moglie di _Luchino Visconte_,
di veder la rara e magnifica città di Venezia. Però pubblicò in
quest'anno un voto da lei fatto, allorchè fu per partorire nell'anno
addietro i due suoi gemelli, di visitare la basilica di San Marco
in quella città. L'addolciato marito non potè negarle il contento
di adempiere così santa divozione, e le formò uno splendidissimo
corteggio della primaria nobiltà delle sue città. Nella Cronica
Estense[1427] si veggono annoverati tutti i nobili scelti da Milano,
Tortona, Alessandria, Cremona, Brescia, Vercelli, Lodi, Novara,
Asti, Como, Bergamo, Piacenza e Parma, ed anche da Pavia, siccome
ancora le nobili donne destinate ad accompagnarla, oltre ai paggi,
staffieri e alla prodigiosa minor famiglia[1428]. Per una regina non
si poteva far di più. Si mosse ella da Milano nel giorno 29 d'aprile,
e grandi onori ricevè in Verona da _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_;
grandi in Padova da _Jacopo da Carrara_; maggiori poi in Venezia da
quella splendida repubblica. Soddisfatto che ebbe in Venezia alla sua
divozione, e veduta la celebre funzione dell'Ascensione, se ne tornò
per Padova, Verona e Mantova a Milano. Dove andasse poi a terminare
questo sì divoto pellegrinaggio, non istaremo molto a vederlo. Una
scena curiosa, cominciata nell'anno addietro in Roma, maggiore comparsa
fece nel presente[1429]. Per la lontananza de' papi era divenuta quella
mirabil metropoli un bosco d'ingiustizia; ognun facea a suo modo;
discordi erano i due senatori, l'uno di casa Colonna, e l'altro di casa
Orsina, con due diverse fazioni; le entrate del papa e del pubblico
divorate; le strade piene di ladri, di modo che più non s'attentavano
i pellegrini di portarsi colà alla visita dei santi luoghi. Si alzò
su un giorno, e fece popolo un certo della feccia del volgo, cioè
Niccolò figliuolo di Lorenzo Tavernaro, appellato volgarmente _Cola
di Rienzo_, giunto col suo studio ad essere notaio. Costui era uomo
fantastico; dall'un canto facea la figura di eroe, dall'altro di pazzo.
Soprattutto gli stava bene la lingua in bocca. Tanto declamò contro ai
disordini di Roma e alle prepotenze de' grandi, che indusse di popolo
a consentirgli il titolo e la balìa di tribuno. Ciò gli bastò per
cacciare di Campidoglio i senatori, e per farsi signore di Roma[1430],
con intitolarsi pomposamente: _Nicola, severo e clemente, liberator
di Roma, zelante del bene dell'Italia, amatore del mondo e tribuno
augusto_. Formò poscia de' magistrati, mettendovi degli uomini di
merito; fece giustiziar varii capi di fazione, che mantenevano quantità
di masnadieri, e assassinavano alle strade; intimò il bando ai grandi,
che solevano farla da prepotenti, se non giuravano sommessione al buon
governo, di maniera che, fuggiti i malviventi, in breve mise in quiete
la città, e si potea portar per le strade l'oro in mano. Gli venne in
testa il capriccioso disegno non solamente di riformare Roma, ma di
rimettere anche in libertà l'Italia tutta, con formare una repubblica,
di cui fosse capo Roma, come fu ne' secoli antichi. Scrisse perciò
lettere di gran magniloquenza a tutti i principi e alle città italiane,
e trovò chi prestò fede ai suoi vanti. Spedì loro degli ambasciatori,
e rispose alle lettere dei principi con graziose esibizioni: cotanto
credito s'era egli acquistato col rigore della giustizia. I Perugini,
gli Aretini ed altri si diedero a lui. In somma chi facea plauso
a queste novità, e chi ne rideva. Da Francesco Petrarca, insigne
poeta d'allora, fra gli altri, fu scritta in sua lode una suntuosa
canzone[1431], che tuttavia si legge, credendosi egli che veramente
questo uomo avesse a risuscitar la gloria di Roma e dell'Italia. Ma
altro ci volea a così vasta impresa che un cervello sì irregolare e
mancante di forze. Perchè il popolo di Viterbo gli negava ubbidienza,
si mise Cola in ordine nell'anno presente, per far guerra a quella
città; e l'avrebbe fatta, se Giovanni da Vico prefetto e signor di
Viterbo non si fosse sottomesso con rendergli varie rocche. Andò poi
tanto innanzi la bestialità d'esso tribuno, che con gran solennità si
fece far cavaliere[1432], e si bagnò nella conca di porfido, dove i
secoli barbari s'immaginarono che fosse stato battezzato l'imperador
Costantino il Grande, e si fece coronar con varie corone. Poscia citò
_papa Clemente VI_ e i cardinali che venissero a Roma. Citò anche
_Lodovico il Bavaro_ non per anche defunto, e _Carlo di Boemia_,
e gli elettori a comparire e ad allegar le ragioni, per le quali
pretendevano allo imperio. Finora avea egli rispettato il papa; si
mise in fine sotto i piedi ogni riguardo anche verso di lui e de' suoi
ministri; e però non potè più stare alle mosse il vicario pontificio,
e proruppe in proteste, delle quali niun conto fu fatto, dicendo il
vanaglorioso Cola di far tutto per ordine dello Spirito Santo, del
quale pubblicamente s'intitolava _candidato_. Non potevano digerire i
Colonnesi, gli Orsini, i Savelli ed altri grandi romani tanto sprezzo,
o, per dir meglio, strapazzo che facea di loro il tribuno, giacchè
avea fatto imprigionarne i principali, ed annunziata loro anche la
morte; se non che si placò, e li rimise in libertà. Eglino dunque con
grosse squadre di cavalli e fanti nel dì 20 di quest'anno vennero alla
porta di San Lorenzo con disegno d'entrare in Roma, e d'insegnar le
creanze al tribuno. Ma egli, messo in armi il popolo, con tal empito
il fece uscire contra di loro, che li mise in isconfitta, colla morte
di _Stefano, Giovanni_ e _Pietro dalla Colonna_, e d'altri nobili e
di molti delle loro masnade. Salì per questo in alto la gloria e la
riputazione di Cola.
 
Era già riuscito ai ministri o partigiani di _Lodovico re_ d'Ungheria
di muovere a ribellione contra della _regina Giovanna_ l'Aquila, città
benchè nata a tempi di Federigo II Augusto, pure pervenuta da lì non
molto ad un'ampia popolazione e potenza[1433]. Erano in discordia i
Reali di Napoli; ma cotante promesse furono fatte a _Carlo duca_ di
Durazzo, che s'indusse a prendere il baston del comando per procedere
contro degli Aquilani. Tenne egli coll'esercito suo assediata per
tre mesi, ma indarno, quella città. Intanto venuto in Italia il
vescovo di Cinque Chiese con ducento nobili ungheri ben in arnese e
con danaro assai, assoldò molta gente nella Romagna e nella Marca;
ebbe non pochi aiuti da _Ugolino de' Trinci_ signor di Foligno e
dai _Malatesti_ signori di Rimini, e con circa mille uomini d'armi e
numerosa fanteria andò ad unirsi con altri mille cavalli e fanti, già
assoldati nell'Abbruzzo per parte del re Lodovico d'Ungheria. Il timore
di quest'armata fece sloggiare di sotto l'Aquila gli assediatori;
e tanto più perchè succeduto nel medesimo tempo il matrimonio della
regina con _Luigi principe_ di Taranto, il duca di Durazzo deluso e mal
soddisfatto non volle più guerreggiar contra degli Ungheri. Seppero ben
prevalersi di tal discordia i capitani del re Lodovico; perchè, posto
l'assedio alla città di Sulmona, senza che alcuno ne tentasse giammai
il soccorso, se ne impadronirono nel mese di ottobre, continuando
poi le lor conquiste sino a Venafro, Tiano e Sarno. Arrivò nel mese
di novembre _Lodovico re_ d'Ungheria nel Friuli ad Udine, senza che
sicuramente si raccolga dagli scrittori ch'egli menasse con seco un
esercito potente. Forse non avea più di mille cavalli. Perchè era in
collera coi Veneziani, non accettò il loro invito[1434]. Onorevolmente
ricevuto a Cittadella da _Jacopo da Carrara_ signore di Padova, sul
principio di dicembre passò a Vicenza e Verona, dove _Alberto_ e
_Mastino dalla Scala_ splendidamente il trattarono, con dargli ancora
trecento de' loro cavalieri, acciocchè lo accompagnassero a Napoli.
Per Ostiglia venuto a Modena, fu incontrato con tutto onore da _Obizzo
marchese_ d'Este, che non fu da meno degli altri in fargli un nobile
trattamento. Fuorchè in Imola e Faenza, dove il conte della Romagna pel
papa nol lasciò entrare, ricevè somme finezze dappertutto dove passò,
in Bologna dai _Pepoli_, in Forlì dagli _Ordelaffi_, in Rimini dai
_Malatesti_, in Foligno dai _Trinci_. Con trecento cavalieri il seguitò
pel viaggio _Francesco degli Ordelaffi_. Ma essendosegli presentato in
Foligno il legato del papa per intimargli sotto pena di scomunica di
non far da padrone nel regno di Napoli senza l'assenso del papa, il re,
che già toccava con mano la pretension del pontefice in favore della
regina Giovanna, gli rispose assai bruscamente che il regno era suo per
successione dei suoi maggiori; che risponderebbe alla Chiesa pel feudo;
e che della scomunica non curava, perchè sarebbe patentemente ingiusta.
Arrivò poscia questo principe all'Aquila nella vigilia di Natale,
e quivi attese ai preparamenti per condurre a fine l'incominciata
impresa.
 
Nel ritornare nell'anno addietro _Ostasio da Polenta_ signor di Ravenna
da Milano in compagnia di _Obizzo marchese_ d'Este, nella terra di
Trezzo rimase come morto una notte a cagione del fumo di carbone acceso
nella sua camera dai famigli, perchè facea freddo. Portato a Ravenna
così malconcio, terminò i suoi giorni nel dì 14 di novembre[1435], e
gli succederono nel dominio di Ravenna _Bernardino_ suo figliuolo, e
in quello di Cervia _Pandolfo_ altro suo figliuolo. _Lamberto_, terzo
de' figliuoli, nulla possedeva. Di questo partaggio non erano contenti
i due ultimi fratelli, e però pensarono ad un tradimento. Nel dì 5
d'aprile spedirono a Ravenna un messo a Bernardino, notificandogli, che
essendo caduto gravemente infermo Pandolfo, se volea vederlo vivo, non
tardasse a venire. Venne Bernardino, e, preso, fu posto in una dura

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