2016년 6월 28일 화요일

Annali d'Italia 98

Annali d'Italia 98



fazione, co' suoi aderenti, e di prendere il dominio della terra: e
qui cominciò l'ascendente della famiglia Gambacorta. Secondo la Cronica
Estense[1441], in quest'anno _Luchino Visconte_ coll'aiuto di _Giovanni
marchese_ di Monferrato acquistò le città di Tortona e d'Alba. Anche
il marchese guadagnò per sè la terra di Valenza[1442]. E perciocchè
i continuati progressi di Luchino in Piemonte non potevano piacere
al _conte di Savoia Amedeo VI_, nè a _Jacopo di Savoia_ principe
della Morea, questi si collegarono col duca di Borgogna e col conte
di Ginevra contra di Luchino e del marchese di Monferrato. Guerra fu
fatta, e nel mese di luglio si venne ad un crudele combattimento, in
cui perì dall'una parte e dall'altra gran copia d'uomini e di cavalli;
ma in fine se ne andò sconfitto il marchese di Monferrato. Di questo
fatto d'armi non ebbero notizia nè Benvenuto da San Giorgio, nè il
Guichenone nella Storia della real casa di Savoia.
 
NOTE:
 
[1422] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
 
[1423] Chron. Estense, tom. 15 Rer Italic. Giovanni Villani, lib. 11,
cap. 84.
 
[1424] Albert. Argentin., Chron. Rebdorf., Annal.
 
[1425] Raynaldus, Annal. Eccles.
 
[1426] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 98.
 
[1427] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
 
[1428] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.
 
[1429] Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital., tom. 3.
 
[1430] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. eod.
 
[1431] Petrarca, Rime.
 
[1432] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 89. Johan. de Bazano, tom. 15
Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
 
[1433] Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni
Villani, lib. 12, cap. 88.
 
[1434] Johan. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. eodem.
Giovanni Villani, lib. 12, cap. 106.
 
[1435] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
 
[1436] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital.
 
[1437] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
 
[1438] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12,
cap. 104.
 
[1439] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
 
[1440] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 118.
 
[1441] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
 
[1442] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.
 
 
 
 
Anno di CRISTO MCCCXLVIII. Indizione I.
 
CLEMENTE VI papa 7.
CARLO IV re de' Romani 3.
 
 
Di funestissima memoria fu e sarà sempre l'anno presente a cagion
della furiosa peste che spogliò l'Italia, e a cui altra simile dianzi
non si era veduta, nè si vide dappoi. Portata essa di Levante dalle
galee genovesi nell'anno precedente[1443], fece di molta strage in
Firenze ed altre terre di Toscana, e più in Bologna e nella Romagna,
in Provenza ed in altre parti. Parve che nel novembre cessasse questo
micidial malore; ma siccome i popoli d'allora viveano molto alla
spartana, senza usar diligenza per tenerlo lungi, e venuto ch'era, per
liberarsene: così tornò egli più rigoroso e feroce di prima nell'anno
presente ad assalir il più delle città dell'Italia, e fu inesplicabile
la mortalità della gente dappertutto, fuorchè in Milano e in Piemonte.
Matteo Villani attesta[1444] che in Firenze e nel suo distretto dei
cinque uomini di ogni sesso ed età ne morivano i tre e più. Fra gli
altri vi lasciò la vita _Giovanni Villani_ suo fratello, autore di una
celebre storia, di cui han profittato finora gli Annali presenti. In
Bologna[1445] delle tre parti del popolo due rimasero prive di vita;
ed Agniolo di Tura scrive[1446] che nella città e borghi di Siena vi
perirono ottanta mila persone: il che par troppo. Passò poi questo
flagello in Francia, Alemagna, Inghilterra ed altri paesi, lasciando
dappertutto una non mai più udita desolazione. Non v'ha scrittore che
non ne parli con incredibil orrore: ed allora fu che i popoli rimasti
in vita cominciarono ad usar qualche diligenza per guardarsi da lì
innanzi da questo morbo distruggitore delle città: la qual cautela è
maggiormente dipoi andata crescendo in guisa, che se la pestilenza
è entrata in qualche contrada d'Italia, non ha fatto progresso
nell'altre, come poco fa s'è provato in quella dell'infelice Messina, a
cui si son posti buoni argini che durano tuttavia. Per tali precauzioni
e rigori corrono già circa cento quattordici anni che la Lombardia
non ha provata la terribile sferza di quel malore. Eransi postate al
fiume Volturno verso Capua le milizie della regina Giovanna[1447],
per contrastare il passo al re d'Ungheria, sotto il comando di _Luigi
principe_ di Taranto, e marito d'essa regina, che cogli altri Reali
era accorsa colà. Ma il re unghero, senza voler mettersi a passar
quivi il fiume, per la strada già tenuta dal _re Carlo I_ tirò alla
volta di Benevento, dove arrivò nel dì 11 di gennaio. Quivi, unito il
suo esercito, si trovò avere più di sei mila cavalli e un'infinità di
fanti; e concorsero a fargli riverenza ed omaggio tutti i baroni del
paese e gli ambasciatori di Napoli. A questo avviso i Reali, che erano
a Capoa, abbandonato Luigi principe di Taranto, si ritirarono a Napoli.
La stessa _regina Giovanna_, che s'era ridotta in un de' castelli,
udendo che già l'Unghero s'inviava a quella volta, nascostamente una
notte[1448], con quel poco tesoro che potè raunare, s'imbarcò in una
preparata galea, e fece dirizzar la prora verso Provenza. Arrivò poscia
il principe suo marito, ed anch'egli con Niccolò Acciaiuoli Fiorentino,
suo fidato consigliere, preso un picciolo legno, andò a sbarcare
nella Maremma di Siena. Giunse il re Lodovico nel dì 17 di gennaio ad
Aversa[1449]. Colà tutta la nobiltà di Napoli fu a fargli riverenza.
In un fiero imbroglio si trovarono allora i principi reali, egualmente
apprendendo il fuggire che il presentarsi al re. Furono assicurati con
salvocondotto, purchè non avessero tenuta mano all'assassinio del _duca
Andrea_. Pertanto vennero ad Aversa _Carlo duca_ di Durazzo, _Luigi_
e _Roberto_ fratelli, e _Roberto_ e _Filippo_ principi di Taranto,
fratelli di _Lodovico_ marito della regina Giovanna. Furono accolti con
allegrezza ed onore, e desinarono nella sala, dove era anche la tavola
del re.
 
Dopo il desinare, messa il re in armi tutta la sua gente, mostrando
di voler cavalcare a Napoli, volle vedere il verone, onde fu gittato
nel giardino il corpo dello strangolalo suo fratello. Quivi rivolto
al _duca di Durazzo_, l'accusò di quel misfatto, e dicono che il
convinse con lettere; e quantunque il duca si scusasse ed implorasse
misericordia[1450], gli Ungheri se gli avventarono addosso, e, feritolo
di più colpi, lo stesero morto a terra, e dipoi nel giardino medesimo
lanciarono il corpo suo. Gli altri Reali furono presi, messi nel
castello d'Aversa, e poscia con buona scorta inviati in Ungheria,
dove gran tempo dimorarono carcerati. Gran dire che vi fu per questa
barbarica giustizia. Molti la biasimarono, perchè fatta senza ordine
giudiciario, e perchè esso Carlo duca di Durazzo, oltre all'essere il
più compiuto e valoroso di quei principi, veniva creduto innocente;
altri poi giudicarono ben dovuta ai peccati di lui e degli altri Reali
la morte e prigionia suddetta. Entrò poscia il re Lodovico in Napoli,
ma senza volere il baldacchino preparatogli, e vestito di tutte armi
colla barbuta in capo, attendendo dipoi a far processi, a mutar gli
uffizii e a riformar la città, come a lui piacque. Avea la regina
Giovanna partorito un figliuolo, per nome _Carlo Martello_, creduto,
secondo le presunzioni, figliuolo del fu suo marito Andrea. Il re,
fattoselo condurre davanti, graziosamente il vide, e creollo duca di
Calabria, ma poi coi Reali prigioni l'inviò in Ungheria, acciocchè
fosse ivi educato. Fece poi istanze alla corte pontificia per ottener
la corona ed investitura di Napoli; ma _papa Clemente VI_ se ne mostrò
ben alieno, adducendo che non era provato per anche alcun reato nella
regina Giovanna; e che in ogni caso il regno era dovuto al fanciullo
Carlo Martello, con altre ragioni pubblicate dal Rinaldi[1451]. Tentò
parimente il re unghero d'impetrare l'investitura della Sicilia, e su
questo ancora riportò una bella negativa dal papa. Non si può negare,
molta fu la felicità del re Lodovico in conquistare un sì bel regno
in sì pochi giorni e senza colpo di spada; ma uguale non fu già la
prudenza di lui. Si pensò egli d'aver fatto tutto, dacchè niuno vi era
in quel regno che ricalcitrasse, e non gli avesse prestato omaggio;
nè si avvisò che più difficile era il conservare che l'acquistare
un paese, dove l'instabilità dei popoli e il desio continuo di cose
nuove sono malattie abituali di quelle contrade. Però licenziò tosto
buona parte dell'esercito suo; e perciocchè la pestilenza entrata in
quel regno vi facea gran macello[1452], non fidandosi egli di stare
in mezzo a sì fatti pericoli, determinò di ritornarsene in Ungheria.
Appena dunque passati quattro mesi dopo l'arrivo suo andò ad imbarcarsi
a Barletta, con aver deputato per suo vicario Corrado Lupo con altri
uffiziali e gente che governasse e difendesse il regno. Lasciò il re
mal soddisfatti i baroni napoletani colle sue asprezze e coll'aver
tolto a moltissimi i loro lucrosi uffizii. Si aggiunse il duro comando
e procedere dei ministri di lui, giacchè gli Ungheri ne' lor costumi
allora spiravano troppa barbarie, benchè Matteo Villani asserisca[1453]
che facevano buona giustizia, nè recavano danno o villania ad alcuno.
Comunque sia, si risvegliò ben tosto in quella nobiltà e in molti il
desiderio di riavere la _regina Giovanna_, sotto il cui governo, e
colle corti di tanti Reali, l'allegria e l'opulenza mai non mancavano
a quella insigne metropoli. Ne corsero le voci, e ne andarono anche gli inviti alla regina medesima in Provenza.  

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