Annali d'Italia 100
Nel dì 24 di gennaio di quest'anno la morte troncò il corso alla vita
e all'ingrandimento, che tutto dì si facea maggiore, di _Luchino
Visconte_[1470]. La città di Milano gli era sommamente obbligata,
perchè magnificata oltre modo da lui in potenza, ricchezze ed impieghi
lucrosi, conservata in pace, e regolata non men essa che tutte l'altre
città a lui soggette con incorrotta giustizia. Se vogliamo stare
all'opinione di Giovanni da Bazzano[1471], egli morì di peste; ma
da altra cagione credettero altri proceduta la sua morte. Siccome
dicemmo all'anno 1347, _Isabella del Fiesco_ sua moglie, donna di
molta avvenenza, andò per cagion di voto, vero o finto, a San Marco
di Venezia. Questa libertà le diede campo di soddisfare alle sue
illecite voglie contra la fede maritale. Benvenuto Aliprando[1472] e
dopo lui Bartolomeo Platina nelle Storie di Mantova[1473], chiaramente
scrivono che essa invaghita di _Ugolino Gonzaga_, seco il condusse
a Venezia con familiarità detestabile; e perchè le dame e donne di
confidenza avrebbono potuto rivelare il segreto, ad esse ancora fu
dato agio di procacciarsi quella pastura che vollero. I malanni di
casa d'ordinario son gli ultimi a saperli i padroni e mariti, e Luchino
finalmente scoprì i proprii. Fanno i suddetti storici mantovani autore
dello scoprimento _Mastino dalla Scala_, il quale in questa maniera
attizzò lo sdegno di Luchino contra dei Gonzaghi. E certo s'egli vivea
più lungo tempo ne avrebbe procurato lo sterminio, come attesta il
Gazata[1474]. Ma non sussiste già che Luchino facesse imprigionar la
moglie, come asserisce il Platina. Secondo altri, accortasi ella essere
venuto il marito in cognizione de' suoi falli, s'affrettò a dargli il
veleno, per cui terminò i suoi giorni[1475]. Sembra nondimeno alquanto
inverisimile che la cagion della guerra contro ai Gonzaghi procedesse
da questo, perchè tanto tempo prima l'abbiam veduta incominciata,
nè intanto si scorge che Luchino facesse risentimento alcuno contra
della moglie. Pietro Azario[1476], scrittore contemporaneo, e ben
informato di quegli affari, confessa gli scandali accaduti nel divoto
pellegrinaggio d'Isabella del Fiesco e delle sue dame; ma perciocchè
l'amore e la tosse non si possono occultare, n'ebbe in fine contezza
il tradito Luchino. Gli scappò detto un dì di voler fare in breve
la maggior giustizia che mai avesse fatto in Milano. Rapportata alla
moglie questa parola, sospettò o s'accorse che la festa era preparata
per lei. L'Azario non volle dire di più, e terminò il racconto con quel
verso attribuito a Catone:
_Nam nulli tacuisse nocet. Nocet esse locutum._
Secondo lo stesso Azario, l'_arcivescovo Giovanni_ fece giurar fedeltà
a _Luchino Novello_ figliuolo del defunto suo fratello Luchino: il
che par difficile a credersi. _Bruzio_, figliuolo bastardo di Luchino,
che in addietro era stato il primo nobile della corte paterna, e come
secondo padrone di Milano, avea tiranneggiato massimamente Lodi,
della qual città era governatore (siccome persona, che dopo aver
molto applicato alle lettere, d'esse unicamente s'era poi servito
per commettere delle iniquità), se ne fuggì, e andò ramingo un pezzo,
finchè in una città de' Veneziani meschinamente morì. Succedette, se
pure non vogliam dire che continuò _Giovanni Visconte_ arcivescovo di
Milano nel dominio di Milano, Lodi, Piacenza, Borgo San Donnino, Parma,
Crema, Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria,
Tortona, Pontremoli ed altri luoghi in Piemonte. E benchè gli Astigiani
si fossero dati a Luchino solamente durante la di lui vita, pur volle
anch'egli la signoria di quella città. Una delle prime sue azioni
quella fu di richiamar dall'esilio i due suoi nipoti _Bernabò_ e
_Galeazzo_, figliuoli di Stefano suo fratello, che Luchino avea banditi
_propter opera ipsorum non bona_, siccome scrive il Gazata[1477].
Liberò ancora esso arcivescovo dalle carceri _Lodrisio Visconte_ suo
cugino[1478], imprigionato, allorchè fu sconfitto a Parabiago da _Azzo
Visconte_. Fece inoltre Giovanni arcivescovo sul fine d'aprile pace
coi _Gonzaghi_; ma fra essi Gonzaghi e _Mastino dalla Scala_ non cessò
la guerra. Ne' mesi di aprile e giugno l'esercito veronese, condotto
da _Cane Scaligero_ figliuolo di _Mastino_, venne a dare il guasto al
Mantovano, con lasciar dappertutto funesti segni dell'odio suo. Ed
essendosi poi quelle genti ritirate nel dì 3 d'agosto, l'armata de'
Mantovani, consistente in mille cavalli e gran quantità di fanteria,
passò sul Veronese per rendere la pariglia agli Scaligeri. Per
tradimento s'impadronirono del castello di Valezzo; ma sopraggiunto
_Alberto dalla Scala_ col suo sforzo, loro diede addosso, e li
sconfisse. Per un trattato che era con alcuni cittadini di Jesi[1479],
_Malatesta Unghero_, figliuolo di _Malatesta de' Malatesti_ signore di
Rimini, entrò con copia d'armati in quella città nel dì 10 di gennaio.
Allora messer _Uomo di santa Maria_, che n'era signore, colle milizie
sue e degli amici fece quanta difesa mai potè, e lungo fu il contrasto
dell'armi fra loro; ma in fine prevalse il Malatesta, e rimase
padrone della città. Nel dì primo di settembre[1480] (Matteo Villani
scrive[1481] nel dì 4 d'esso mese) un fierissimo tremuoto si fece udire
per la maggior parte d'Italia, e massimamente nella Puglia, dove le
città dell'Aquila e d'Ascoli ed altre terre patirono immenso danno.
Anche in Perugia precipitarono molte torri e case. E la terza parte del
tetto della basilica di S. Paolo fuori di Roma cadde con assai altre
chiese e fabbriche in Roma stessa. Dei danni patiti in Napoli, Aversa,
Monte Casino, San Germano, Sora ed altri luoghi parla Matteo Villani.
In questi tempi fiorivano _Bartolo da Sassoferrato_ e _Francesco
Petrarca_ Fiorentino, l'uno gran legista, e l'altro poeta celebre; e
cominciò anche a farsi conoscere _Giovanni Boccaccio_ da Certaldo. La
Sicilia era tutta sconvolta per due potenti fazioni insorte in quel
regno, giacchè il re era tuttavia di poca età ed incapace di governo,
e la morte gli avea rapito il valoroso suo zio, che col suo senno
avea tenuto in addietro que' popoli in freno; laonde infelicissima
divenne quell'isola, verificando il detto del Savio, che per lo più una
pensione della minorità de' regnanti sono i disordini.
NOTE:
[1464] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1465] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1466] Rafain., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.
[1467] Matteo Villani, lib. 12, cap. 35.
[1468] Dominicus de Gravina, tom. 12 Rer. Ital.
[1469] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1470] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.
[1471] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.
[1472] Benven. Aliprando, Cronica di Mantova, tom. 5 Antiquit. Ital.
[1473] Platin., Hist. Mant., tom. 20 Rer. Ital.
[1474] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1475] Corio, Istoria di Milano.
[1476] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.
[1477] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1478] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1479] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cronica Bolognese, tom. 18
Rer. Ital.
[1480] Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.
[1481] Matteo Villani, lib. 1, cap. 45.
Anno di CRISTO MCCCL. Indizione III.
CLEMENTE VI papa 9.
CARLO IV re de' Romani 5.
Gran celebrità diede all'anno presente il giubileo istituito in Roma
da papa _Clemente VI_[1482], il quale per le istanze de' popoli,
e massimamente de' Romani, ridusse a cinquant'anni questa piissima
funzione, adducendo tutti che troppo lungo era Io spazio di cento anni
decretato da papa _Bonifazio VIII_, perchè resterebbe da questo pio
vantaggio esclusa almeno un'intera generazion di cristiani. L'avere
il papa nell'anno precedente intimata a tutti i popoli cristiani la
concessione di tanta indulgenza e perdono, fece muovere un'infinità
di gente alla volta di Roma; e stimolo grande s'accrebbe alla lor
divozione dal terribil ceffo della morte, che per cagion della
pestilenza si era lasciato vedere per tutto, o quasi per tutte le
Provincie cristiane ne' tre anni precedenti, e tuttavia durava in
qualche paese. Maraviglia fu il vedere l'immensa quantità di gente
che da tutte le parti della cristianità concorse a questo perdono.
Piene continuamente erano le strade maestre dell'Italia di viandanti,
come nelle fiere[1483]; e Matteo Villani calcolò che in Roma, durante
la quaresima, si contasse (se pure è credibile) un milione e ducento
mila pellegrini: di modo che troppo superiore fu il concorso di questa
volta in paragone dell'altro dell'anno 1300. Tutta, per così dire, Roma
era un'osteria, e la divozione altrui mirabilmente servì all'avidità
de' Romani, che ricavarono tesori da tanta gente, guadagnando anche
sfoggiatamente per la carezza degli alloggi e de' viveri, senza volere
che i forestieri ne conducessero, per assorbir essi tutto il guadagno.
E perciocchè questo loro ingordo contegno produsse talvolta mancanza
di vettovaglia, ne nacquero tumulti, e il _cardinale Annibaldo_ da
_Ceccano_ legato apostolico corse dei pericoli[1484]. Questi poi,
prima che compiesse l'anno presente, attossicato con assai di sua
famiglia, cessò di vivere. De' tanti tesori che colarono in questa
congiuntura nelle chiese di Roma, l'una parte toccò alle chiese
medesime, e l'altra al papa, il quale impiegò poi questo danaro in
raunar milizie per far guerra in Romagna. Conte di quella provincia
era _Astorgio di Duraforte_; e trovando egli tutte le città occupate
da' signori che nella storia ecclesiastica son chiamati tiranni, si
mise in cuore di ricuperar tutto il paese. Per questo fine richiese
d'aiuto i principi di Lombardia e i comuni di Toscana, accompagnando le
richieste sue con premurose lettere del papa. L'_arcivescovo di Milano_
gl'inviò cinquecento barbute. _Mastino dalla Scala_, i _Pepoli_ signori
di Bologna ed _Obizzo Estense_ signor di Ferrara e Modena gliene
mandarono a proporzione. Non si vollero incomodare per lui i Toscani.
La prima impresa, che tentò questo ministro pontificio, fu contra di
Faenza, signoreggiata allora da _Giovanni de' Manfredi_, che dianzi ne
avea cacciate le genti del conte[1485]. Nel dì 16 di maggio imprese
l'assedio del castello di Solaruolo. Il Manfredi, che avea preveduto
il colpo, vi aveva introdotta una buona guarnigione, e questa fece
gagliarda difesa sino al dì 6, oppure 8 di luglio, in cui succedette
una strepitosa novità. Trattava _Giovanni de' Pepoli_ d'aggiustamento
fra il conte della Romagna e Giovanni Manfredi, per far rendere alla
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