Annali d'Italia 84
giunse fin sotto Ferrara, e postatasi nel borgo di sotto e sul Polesine
di Santo Antonio, cinse quella città d'assedio. Tutti i primati della
Romagna colle genti di quella provincia e di Bologna, per ordine del
legato, vennero a quell'impresa. Un grosso naviglio ancora fu spedito
per Po a' danni di quella città, che venne bersagliata dalle macchine
militari, e tentata con varii assalti per più di nove settimane.
Implorarono in tante angustie i marchesi il soccorso de' principi
confederati, i quali, perchè troppo premeva loro che non cadesse
nelle mani dell'ambizioso legato così importante città, vi spedirono
cadauno un corpo di cavalleria e fanteria. Ne mandò _Azzo Visconte_
lor cugino, ne mandarono i Gonzaghi, i Fiorentini, ma più _Mastino
dalla Scala_. Appena furono entrati in Ferrara questi rinforzi,
che, tenuto consiglio di guerra, fu risoluto di dare nel dì seguente
addosso a' nemici. Però nel felicissimo giorno 14 d'aprile il _marchese
Rinaldo_, lasciato alla guardia della città il _marchese Obizzo_ suo
fratello, fu il primo ad uscire coi coraggiosi Ferraresi, e percosse
nei nemici[1246]. Gli tennero dietro tutti gli altri campioni, e sì
vigoroso fu l'assalto, che in breve andò in rotta tutto il potente
campo pontificio con vittoria sì segnalata, che fu comparabile colle
migliori di quel secolo. Alcune migliaia di persone vi restarono uccise
od annegate, prese più di due mila, guadagnati duemila cavalli, con
immenso bottino di bagaglio, armi ed arnesi da guerra, e gran quantità
di navi. Fra i prigioni si contarono il _conte d'Armignacca_ venuto di
Francia per maresciallo dello esercito papale, due nipoti del legato,
l'uno dei quali suo camerlengo, _Malatesta_ e _Galeotto_ da Rimini,
_Ricciardo_ e _Cecchino de Manfredi_ da Faenza, _Ostasio da Polenta_
da Ravenna, _Francesco degli Ordelaffi_ da Forlì, i _conti di Cunio_
e _Bagnacavallo, Lippo degli Alidosi_ da Imola, tutti gran signori
sotto l'ubbidienza del legato, ed altri nobili di Bologna e Romagna.
L'avvocato di Trivigi conferì in sì felice giornata l'ordine della
cavalleria al marchese Rinaldo, ed egli poi fece cavalieri il marchese
Obizzo suo fratello ed altri suoi parenti. Paga doppia fu sborsata
ai soldati, e nel dì 18 di giugno le genti dei marchesi diedero una
rotta anche agli Argentani e ad altra gente del legato: del che fu gran
rumore ed urli in Argenta.
Considerabil perdita fece nella sconfitta di Ferrara il cardinal
legato; e pure peggiori ancora ne furono le conseguenze[1247]. De'
prigioni fatti, e tutti ben trattati, ritennero i marchesi estensi
il solo conte di Armignacca, che dopo trentatrè mesi di prigionia
col pagamento di cinquanta mila fiorini d'oro si riscattò. I nipoti
del legato con altri nobili guasconi furono cambiati col _marchese
Niccolò_, che era prigione in Bologna. Tutti gli altri gran signori
della Romagna ebbero da lì a non molto la libertà senza riscatto
veruno, ma con segreti patti e promesse fatte ai marchesi, che vennero
presto alla luce, benchè fingessero di essere liberati collo sborso
di molta moneta, mostrandosi poi corrucciati contro al legato, che
un soldo non volle spendere per la loro liberazione. Ora _Malatesta_
e _Galeotto_ dei Malatesti[1248], dacchè furono liberi, segretamente
fecero pace e lega con _Ferrantino_ e cogli altri della lor casa;
e nel mese d'agosto diedero principio alla ribellione contra del
cardinale legato, assistiti da varii rinforzi venuti loro da Arezzo,
dalla Marca e da Ferrara. Presero tutto il contado di Rimini, e nel dì
17 di agosto assediarono la stessa città, dove entrarono vittoriosi
nel dì 22 di settembre, con ispogliare e cacciarne il presidio del
legato. Nello stesso tempo _Francesco degli Ordelaffi_[1249] penetrato
occultamente entro un carro di fieno in Forlì, e, mossa a rumore la
terra, se ne impadronì nel dì 12, oppure 19 dello stesso settembre, e
pienamente ancora ebbe il dominio di Forlimpopoli. Parimente _Ghello
da Calisidio_ nel dì 25 del medesimo mese fece rivoltar Cesena. La
guarnigion pontificia si rifuggì nel forte castello, e lo difese sino
al giorno 4 del seguente gennaio, in cui a buoni patti lo rendè agli
assedianti. E tuttochè, il legato con un esercito di due mila cavalli
e sei mila pedoni entrasse nel territorio di Cesena, e vi prendesse
molte castella, pure niun tentativo fece per ricuperar quella città.
Poscia nel mese di ottobre _Ostasio_ e _Ramberto_ da Polenta occuparono
_Ravenna_, _Cervia_ e _Bertinoro_, ed apertamente si ribellarono
al cardinale legato. Ecco i frutti della guerra da lui mossa contro
la buona fede ai marchesi di Ferrara[1250]; i quali nel novembre di
quest'anno mandarono un grosso esercito per terra e per Po addosso
alla città d'Argenta. Perchè il ponte fabbricato da quel popolo non si
potè rompere con tutte le pruove dell'armi, il marchese Rinaldo, fatta
tagliare gran copia di salici, la lasciò andar giù per la corrente del
fiume; e questa affollata al ponte, tenendo in collo l'acqua, lo ruppe
in fine. Dopo di che si formò l'assedio di quella città, che durò sino
all'anno seguente.
Si vide sconvolta Roma in questi tempi per le nemiche fazioni de'
Colonnesi ed Orsini. Furono uccisi a tradimento Bernardo e Francesco
Orsini da Stefano dalla Colonna figlio di Sciarra[1251]. Corse
colà _Giovanni cardinale_ Orsino, legato apostolico in Toscana, ed,
abusandosi della sua autorità, fece colle forze della Chiesa, viva
guerra ai Colonnesi, del che fu ripreso da _papa Giovanni_, con
ordinargli di ritornare al suo uffizio. Una fierissima disavventura
occorse nel giorno primo di novembre alla città di Firenze, creduta da
alcuni gastigo di Dio, per l'enorme dissolutezza che regnava allora
in quella città[1252]. Essendo caduto uno smisurato diluvio d'acque,
l'Arno spaventosamente si gonfiò, ed, uscito degli argini, inondò gran
tratto di paese. Seco trasse alberi e legnami in tal copia, che fatta
rosta ai ponti di Firenze, li fracassò, ed altamente allagò la maggior
parte della città e il territorio tutto fino a Pisa. Inestimabile fu
il danno recato a quella città e a tanto paese, per la morte di molte
centinaia di persone e d'infinito bestiame, guasto di case, palagi
e magazzini; di maniera che que' popoli si crederono come giunti al
giudizio finale. Se non eguali, grandi nondimeno furono i danni recati
anche dal Tevere ai contadi di Borgo San Sepolcro, Perugia, Todi,
Orvieto, Roma ed altri luoghi: il che diede occasion di disputare
in Firenze, se tanti disordini venissero da cagion naturale, oppure
miracolosamente dalla mano di Dio. Ma questo medesimo flagello ha
patito Firenze con altri luoghi della Toscana nel principio di novembre
dell'anno 1740. Le nevi cadute troppo di buon'ora ai monti, che per non
essere dal freddo indurate, facilmente si squagliano al primo vento
caldo, quelle sono che cagionano sì fatte stravaganze. Però guardati
da nevi abbondanti fioccate sul fine d'ottobre, o sul principio di
novembre.
Nel gennaio dell'anno presente[1253] _Carlo figliuolo del re di Boemia_
andò a Lucca. Gran festa fecero i Lucchesi per la sua venuta; ma in
breve lor venne freddo, perchè egli pose loro una colta di quaranta
mila fiorini d'oro, e a gran fatica ne ricavò venticinque mila.
Tornossene presto in Lombardia, perchè il _re Giovanni_ suo padre calò
di Francia in Piemonte con ottocento cavalieri scelti di oltramonte.
Nel dì 26 di febbraio giunse il re a Parma, e di là si mosse nel
dì 10 di marzo per dare soccorso al castello di Pavia, assediato da
_Azzo Visconte_. V'introdusse egli bensì qualche vettovaglia, ma senza
poter fare sloggiare il nemico esercito, ch'era fortemente affossato
e trincierato intorno al castello[1254]. Partito ch'egli fu, seguitò
l'assedio; e finalmente o per l'esca dell'oro, o per difetto di viveri,
esso castello nel mese di giugno capitolò la resa al Visconte, salve
le persone. Restarono padroni di quella città i Beccheria, e in parte
lo stesso Visconte. _Giovanni_ suo zio, vescovo e signor di Novara,
circa questi tempi seppe così ben maneggiarsi alla corte pontificia,
che ottenne l'amministrazione dell'arcivescovato di Milano, con pagare
annualmente all'_arcivescovo Aicardo_ bandito mille e cinquecento
fiorini d'oro. Dopo di che si diede a ricuperare i diritti di quella
chiesa, a rifare il palazzo archiepiscopale, a fabbricar nuovi palagi
e case, e a tenere una magnifica corte in Milano: con che la fortuna
e grandezza de' Visconti ogni dì saliva più in alto. Ora il re di
Boemia col suo esercito, accresciuto da' Piacentini e dagli altri suoi
fedeli, cavalcò sul distretto di Milano, distrusse Landriano, e diede
il guasto a gran tratto di paese, sperando pure di tirar a battaglia
Azzo Visconte; ma questi si guardò di dargli un tal gusto. Passò il
re fino a Bergamo, dove trovò quel popolo e presidio ben preparato a
difendersi. Fecesi poi una tregua fra lui e i collegati. Nel mese di
giugno si portò a Bologna[1255], accompagnato da' suoi vicarii, cioè
da _Orlando Rosso_ di Parma, _Manfredi Pio_ di Modena, _Guglielmo
Fogliano_ di Reggio, e _Ponzino de' Ponzoni_ di Cremona, e quivi col
cardinale legato strinsero lega contra tutti i nemici del papa e del re
di Boemia. Due volte fu a Lucca, città che i figliuoli di Castruccio
tentarono in quest'anno di torgli, ma non la poterono tenere. Un buon
salasso ogni volta diede alle borse di quel popolo, ed ivi lasciò per
signore, o vicario _Marsilio_ (o piuttosto _Pietro_) _dei Rossi_, con
ricavare da lui trentacinque mila fiorini d'oro. Così avea venduto agli
altri il vicariato delle altre città. Suo costume fu ancora di alienare
con gran franchezza i beni de' comuni, e d'infeudare le castella,
perchè era liberalissimo verso i suoi uffiziali, e nello stesso tempo
assai povero, e tutto dì lo strigneva il bisogno di moneta. Giacchè
durava la tregua, nel dì 5, oppure 19 di ottobre andò a Verona[1256],
dove con sommo onore, ma non senza meraviglia di molti, fu accolto da
_Alberto_ e _Mastino_ fratelli dalla Scala, e magnificamente regalato
da essi. Da lì a due giorni, accompagnato da Marsilio da Carrara sino
alla Chiusa, passò in Germania, bastevolmente disingannato delle sue
grandiose idee di farsi qui un altro regno. Dicea di volerci ritornare,
ma non ne trovò mai più la via; e gl'Italiani non si curarono punto
di lui, giacchè non aveano riportato da lui se non aggravii e danni.
Carlo suo figliuolo l'avea preceduto nel medesimo viaggio, ed era
anch'egli verso la metà d'agosto passato per Verona, con ricever ivi
magnifici trattamenti e bei regali dagli Scaligeri. Grandi controversie
erano state fin qui fra _Carlo Uberto re_ d'Ungheria e _Roberto re_
di Napoli[1257], pretendendo il primo come suo retaggio il regno
napoletano, per essere figliuolo di _Carlo Martello_ primogenito del
_re Carlo II_, laddove Roberto era secondogenito di esso re Carlo
II. Si composero tali differenze solamente nel presente anno, perchè
Roberto non avendo di sua prole se non due nipoti, nate dal fu duca
di Calabria _Carlo_ suo figliuolo, promise in moglie la primogenita
_Giovanna_ ad _Andrea_ primogenito del suddetto re Carlo Uberto. Venne
perciò lo stesso re d'Ungheria per mare col figliuolo, di età allora
di soli sette anni, nel regno di Napoli, e quivi con dispensa del papa
seguì il magnifico loro sposalizio. Se ne tornò in Ungheria il padre, e
Andrea rimase in Napoli nella corte del re Roberto, zio e suocero suo.
NOTE:
[1244] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1245] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1246] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital, Chron. Bononiense,
tom. eodem. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[1247] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1248] Chron. Caesen., tom. 14, Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
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