2016년 6월 27일 월요일

Annali d'Italia 85

Annali d'Italia 85


Fu quest'anno, in cui finalmente tracollarono affatto gli ambiziosi
disegni del cardinale _Beltrando dal Poggetto_ legato pontificio.
Continuarono sì ostinatamente i marchesi d'Este[1258] anche nel
verno l'assedio d'Argenta, che que' cittadini per mancanza di viveri
si ridussero a capitolar la resa, se nel termine di otto giorni non
venisse loro soccorso dal legato. Di ciò avvisato il cardinale, spedì
quanta gente potè a quella volta; ma il _marchese Rinaldo_ era così ben
fornito d'uomini, di macchine e d'armi per terra, e di naviglio per Po,
che non poterono i nemici accostarsi giammai ad Argenta, e disperati
se ne tornarono indietro. Perciò Argenta nel dì 8 di marzo tornò
sotto il dominio de' marchesi. Fece in quello stesso mese il legato
una bastia alla torre di Portonaro. Allora i marchesi, infastiditi di
tanta persecuzione, incominciarono un segreto trattato coi Gozzadini,
Beccadelli ed altri loro amici bolognesi contra del legato[1259], ben
consapevoli dell'odio universale ch'egli si era guadagnato in quella
città per le tante estorsioni di danari, e per tener così spesso
occupato quel popolo nelle sue spedizioni militari, e per le avanie
ed insolenze continue de' suoi uffiziali e cortigiani, dai quali non
era salvo neppure l'onor delle donne. Mentre era impegnato l'esercito
d'esso cardinale nella fabbrica della detta bastia, mandarono i
marchesi della fanteria e cavalleria a dare il guasto al Bolognese
dalla parte di Cento (cosa non mai dianzi fatta da loro per rispetto
che portavano alla Chiesa), e fecero correre il terrore più innanzi.
Allora con simulate preghiere ricorsero i Bolognesi al legato,
acciocchè spedisse alla difesa di que' luoghi le soldatesche sue
rimaste in città, giacchè in essa città assai quieta niun bisogno ve
n'era. Così fece il cardinale. Ma non sì tosto fu uscita ed allontanata
quella gente, che nel dì 17 di marzo Brandaligi de' Gozzadini levò il
rumore, gridando: _Popolo, popolo; muoiano i traditori_[1260]. Fu in
armi tutto il popolo, e prese il palazzo della biada e il vescovato,
dove era il maliscalco del legato, che fuggì con altri uffiziali.
Quanti Franzesi si trovarono per la città, tutti furono messi a fil di
spada; rotte le carceri, riacquistarono la libertà tutti i prigioni;
e poscia fu assediato il legato nel suo castello. Non si tardò a
spedirne L'avviso ai marchesi di Ferrara per averne aiuto, ed essi
immantenente vi mandarono un buon corpo di fanteria e cavalleria.
Nello stesso tempo il popolo di Ferrara corse alla bastia fabbricata
dal legato, e dopo il saccheggio interamente la distrusse. Vennero ben
verso Bologna i soldati del legato per soccorrerlo, ed uccisero anche
molti Bolognesi; ma non poterono mutare il sistema delle cose. Durante
questo fier movimento, benchè i Fiorentini ne sguazzassero[1261],
siccome consapevoli del mal animo e dei disegni d'esso legato anche
contra di loro; pure, credendo di farsi onore col papa, inviarono senza
indugio a Bologna quattro ambasciatori con trecento cavalieri ed alcune
schiere di fanti, i quali con preghiere e lusinghe indussero il popolo
bolognese ed il legato alla concordia, con che egli se ne andasse
libero con tutti i suoi e con tutto il suo avere. Nella seconda festa
di Pasqua grande, cioè nel dì 28 di marzo, s'inviò il legato con gran
tesoro nelle some e con sua famiglia, scortato da' Fiorentini, alla
volta di Firenze; ma accompagnato ancora dalle fischiate e villanie
sonore della plebe bolognese. In Firenze fu accolto coll'onore dovuto
ad un pari suo; ma non accettò il regalo di due mila fiorini che
volle fargli quel comune. Passò dipoi a Pisa, e per mare in Provenza,
dove disse, per ricompensa del buon servigio, quanto male seppe de'
Fiorentini, attribuendo loro il mal successo dell'impresa di Ferrara;
dal che erano tutte procedute l'altre pessime conseguenze. Circa i
medesimi tempi giunse ad Avignone anche _Giovanni cardinale degli
Orsini_, altro legato del papa, il quale non raccontò se non guai della
sua legazione. Intanto il popolo di Bologna, continuato l'assedio
del castello del legato, lo ridusse alla resa nel mese di aprile, e
corse a furore a smantellarlo, senza lasciarvi pietra sopra pietra.
La Romagna tutta restò in ribellione, e in gran terrore le poche città
che tenevano per la Chiesa e pel _re Giovanni_. Ed ecco dove andarono a
terminar le tante guerre fatte da papa _Giovanni XXII_ per servire alle
politiche idee di _Roberto re_ di Napoli, che mirava a stendere l'ali
dappertutto: guerre sostenute colla spesa di più milioni, tutto sangue
del clero dei regni cristiani, impiegato in che? in guerre che recarono
per corso sì lungo la desolazione e infiniti affanni all'Italia tutta.
Egli non conquistò l'altrui, e perdè molto del proprio, lasciando
intanto in somma confusione Roma e il resto degli Stati della Chiesa,
per la sua sempre deplorabil residenza di là da' monti, e lungi dalla
particolar greggia a lui commessa da Dio.
 
Restavano tuttavia fedeli al _re Giovanni_ in Lombardia le città di
Cremona, Parma, Reggio e Modena, perchè governate da chi si professava
vicario di lui. Laonde i principi collegati si mossero per effettuare
interamente il partaggio fatto fra loro di esse città[1262]. Già
_Mastino dalla Scala_ avea mossa guerra a Parma, che dovea essere sua.
Erano confederati seco i Correggeschi fuorusciti di quella città, e
questi, coll'aiuto delle genti di Mastino, presero Brescello, e lo
fortificarono nel dì 18, oppure 20 di gennaio[1263]. Ma essendo essi
nel dì 23 di febbraio venuti a danneggiare il Reggiano, i Fogliani,
signori della città, usciti colle lor forze, li posero in rotta, con
far bottino per più di dieci mila fiorini, e condurre prigionieri
Gotifredo e Niccolò da Sesso, Ettore conte di Panigo, Giovanni de'
Manfredi ed altri nobili, che poi furono riscattati da Mastino collo
sborso di sei mila e secento fiorini d'oro. Nel dì 7 di marzo[1264]
la città di Vercelli per ispontanea dedizione di quel popolo venne in
potere di _Azzo Visconte_. Poscia nel dì 22 d'aprile esso Visconte unì
le sue armi con quelle de' marchesi estensi[1265], de' signori dalla
Scala e de' Gonzaghi, e formato un esercito di trenta mila combattenti
tra cavalleria e fanteria, con sei mila carra, passò all'assedio di
Cremona. Signore di quella città era _Ponzino de' Ponzoni_, che fece
gagliarda difesa; ma veggendo egli oramai guastato tutto il paese,
e crescendo le angustie della città, capitolò una tregua, per cui
prometteva di rendere Cremona ad Azzo Visconte, se nello spazio di due
mesi e mezzo non veniva esercito del re di Boemia, capace di rimuovere
quell'assedio; e diede buoni ostaggi per questo. Finì poi il tempo
della tregua, senza che comparisse aiuto alcuno del re Giovanni; e
però Cremona pacificamente nel dì 15 di luglio si sottomise al dominio
del Visconte. Mentre durava la tregua suddetta, nel dì 7 di maggio
venne l'esercito de' collegati a dare il guasto al Reggiano sino alle
porte della città, e stette in quelle contrade sino al dì 20, facendo
immensi mali. Altrettanto poi fecero al contado di Modena. Nel dì
primo di giugno tornarono sul Reggiano, e di là sul Parmigiano a dì
6 d'esso mese, desolando dappertutto con quella spietata forma di
guerra che era in uso a quei tempi, e fa orrore oggidì al solo udirla.
Intanto _Marsilio dei Rossi_ sotto mano a forza d'oro avea tramato
un tradimento colle brigate tedesche de' collegati[1266], gente senza
fede: il che vien confermato da Giovanni Villani[1267], con aggiugnere
che il trattato fu incominciato dal _cardinal Beltrando_, legato il
quale avea depositati dieci mila fiorini d'oro da pagare, se que'
ribaldi prendevano i capi della armata, e massimamente Mastino dalla
Scala; del che fu egli avvertito a tempo. Ora certo è che nel dì 7 di
giugno suddetto nacque gran rumore nel campo collegato, e di gravissimi
sospetti insorsero: laonde si divise quell'esercito, ed ognuno tornò
con paura alle sue case; e ventotto bandiere d'essi Tedeschi vennero
allora in Parma al servigio de' Rossi. Poscia nel dì 12 d'agosto le
genti dello Scaligero assediarono Colorno, terra del Parmigiano, e se
ne impadronirono nel dì 25 d'ottobre; essendo ben usciti i Rossi con
grande sforzo per soccorrerlo, ma senza poterlo effettuare, perchè
v'era Mastino dalla Scala in persona con tutte le sue forze, che ben
munito di fosse e steccati non volle azzardar la battaglia. Nè si dee
tacere che la città di Bologna, la qual dopo la cacciata del legato si
credea di dover godere giorni felici, perchè ridotta in libertà[1268],
si trovò in istato peggiore di prima; e ciò per ambizione dei più
potenti cittadini, e la rinata discordia fra quelle famiglie. Taddeo
Pepoli e Brandaligi dei Gozzadini voleano dominar sopra gli altri.
Però nel dì 8 d'aprile si venne all'armi in quella città, e molti
furono confinati. Ma peggio accadde nel dì 2 di giugno, perchè le due
fazioni principali, cioè la Scacchese dei Pepoli, e la Maltraversa de'
Sabbattini, Beccadelli, Boatieri ed altri, vennero a battaglia fra
loro, e gli ultimi rimasero sconfitti. Furono, secondo il Villani,
mandate ai confini circa mille e cinquecento persone; ed era quella
città in pericolo di disfarsi, se i Fiorentini non avessero mandato
colà ambasciatori e genti d'arme che rimediarono alla loro vacillante
fortuna.
 
Infermossi nell'autunno di questo anno papa _Giovanni XXII_ in
Avignone, ed arrivò al fine di sua vita nel dì 4 di dicembre, in età
di circa novanta anni, con molta divozione e compunzion di cuore.
Lasciò egli una memoria assai svantaggiosa di sè stesso presso i
Tedeschi, ma più presso gl'Italiani. L'aver egli mostrata della
pendenza a negare la vision beatifica de' santi prima del finale
giudizio, fece molto sparlare di lui. La verità è, ch'egli prima di
morire chiaramente protestò di non tener tale opinione, anzi dichiarò
il contrario; siccome ancora è fuor di dubbio ch'egli non incorse in
errore nella quistione della povertà de' frati minori, per la quale
tanti d'essi, infatuati del loro scolastico sapere, si rivoltarono
empiamente contra di lui insieme col loro generale Michele da Cesena.
Ma per quel che riguarda il governo economico della Chiesa di Dio,
dei gran conti egli ebbe da fare con chi giudica indispensabilmente
ciascuno. Un papa sì dedito per tutta la sua vita alle guerre e alle
conquiste di stati temporali, rallegrandosi oltre modo dell'uccision
de' nemici, davanti a Cristo sì grande amator della pace, e che non
cercò mai regni terreni, dovette far pure la brutta comparsa. E tanto
più per la gran sete ch'egli ebbe di raunar tesori, e per vie che
non possono mai lodarsi, ed è da desiderare che più non trovino degli
imitatori. Giovanni Villani, informatissimo della corte pontificia, ci
assicura[1269] ch'egli, se vacava pingue arcivescovato o benefizio,
non badava ad elezione alcuna; ma promoveva ad esso un arcivescovo
o vescovo men grasso, e a quest'altro vescovato un altro; in maniera
che sovente la vacanza d'una chiesa si tirava dietro la permutazione
di cinque o sei chiese: tutto per cavar danari da tante collazioni.
Ed ha ben tuttavia l'Italia (per tacere degli altri paesi) di che
lagnarsi di questo pontefice. Per lo spazio di mille e trecento anni
il clero e popolo delle città, oppure il solo clero avea eletto ed
eleggeva i sacri pastori. Quanto operasse san Gregorio VII papa nel
secolo undecimo, per restituire ai medesimi questo diritto, l'abbiamo
già veduto. Lo tolse loro papa Giovanni XXII, con riservare a sè tali
elezioni, sotto pretesto di levar le simonie: laddove tanti altri
pontefici, e pontefici santi, contenti di detestare e proibire quel
vizio, non aveano nel resto voluto pregiudicare all'antichissima
disciplina della Chiesa. Inoltre fu egli il primo ad inventar le
annate, che tuttavia durano, e fecero allora gridar molto le ignoranti,
ma più le dotte persone. Parve ancora che eccedesse nel ridurre in
commende tanti monisteri e chiese. In somma tra per questi ed altri
mezzi _trasse e ragunò infinito tesoro_; ed oltre alle tante somme da
lui spese in guerre, per attestato del suddetto Villani, si trovarono
nel suo erario _diciotto milioni di fiorini d'oro_ in contanti; e

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