2016년 6월 27일 월요일

Annali d'Italia 88

Annali d'Italia 88


chi volesse muovere un dito per lui, perchè erano tutti disgustati
della di lui poca fede e smoderata ambizione. Per lo contrario, da
lì a qualche tempo si collegarono tutti contra di lui. Intanto venti
bandiere di Tedeschi, che erano al soldo di Mastino, passarono nel
campo veneto. Ribellaronsi ancora agli Scaligeri Cittadella, Asolo,
Conigliano, ed altre terre del Padovano e Trevisano. Nel giugno
si raunarono in Mantova le genti di Azzo Visconte, degli Estensi e
de' Gonzaghi, e con esso loro venne ad accoppiarsi l'esercito de'
Veneziani e Fiorentini, condotto da Marsilio Rosso, essendo rimasto in
Bovolenta Pietro suo fratello con mille e cinquecento cavalli e molta
fanteria. _Luchino Visconte_, zio d'Azzo, fu creato capitan generale
dell'armata collegata, e tutti entrarono sul Veronese, facendo gran
guasto. Mastino, che, oltre all'essere uomo prode in guerra, aveva
anch'egli un poderoso esercito, arditamente venne loro incontro, e
li sfidò a battaglia nel dì 26 dì giugno. Ossia che Luchino Visconte
fosse un codardo, come alcun vuole; oppure, come altri scrivono[1300],
che i Tedeschi dell'armata collegata avessero ordito un tradimento (e
molti di essi in fatti, siccome persone venali e date a chi più loro
offeriva, andarono a' servigi di Mastino): certo è che i collegati
pieni di spavento sgarbatamente si ritirarono a Mantova, lasciando
indietro tende ed arnesi da guerra, e si separarono. Allora Mastino
corse colle sue genti sino alle porte di Mantova, mettendo tutto
a sacco e fuoco. Tentò poscia d'impedir la riunione dell'armata di
Marsilio Rosso con quella di Pietro suo fratello; ma non gli venne
fatto, siccome neppur di tirare ad una battaglia i due fratelli Rossi,
perchè furono d'avviso i Veneziani di stancare piuttosto Mastino, sul
supposto ch'egli non potesse sostener lungo tempo l'eccessiva spesa
del mantenimento di tante soldatesche, fra le quali erano quattro
mila lancie tedesche. Dimorava intanto in Padova _Alberto dalla
Scala_, fratello maggiore di Mastino, uomo di pace e non di guerra,
quanto dedito ai piaceri, altrettanto nemico delle fatiche. I suoi
due principali consiglieri erano _Marsilio_ ed _Ubertino da Carrara_.
Grande zelo, siccome dissi, aveva in addietro mostrato Marsilio per
gl'interessi degli Scaligeri; ma più gli premevano i proprii. Non
dimenticava egli di essere già stato signore di Padova; e siccome avea
data quella città a Cane dalla Scala, così non si faceva scrupolo di
ritorla ai di lui nipoti, essendo massimamente quel popolo ridotto alla
disperazione per le tante contribuzioni e insolenze che giornalmente
si faceano in quella città. Segretamente perciò Marsilio se l'intese
coi Veneziani. Se è vero ciò che narrano i Gatari[1301], avendo Mastino
avuto sentore del tradimento, scrisse più d'una volta ad Alberto che
si assicurasse de' due Carraresi, e li levasse dal mondo. Alberto
scioccamente loro mostrava gli ordini del fratello. Se n'ebbe bene
a pentire. Veggendosi dunque Marsilio come scoperto, si affrettò a
compiere il premeditato disegno. Due volte era venuto Pietro dei Rossi
sino ai borghi di Padova, ma s'era poi ritirato. Vi tornò la terza
volta nel dì 3 d'agosto[1302], e allora gli fu aperta la porta di Ponte
Corvo da Marsilio. Vi entrò egli colle sue genti; fece prigione e mandò
poi alle carceri di Venezia il mal accorto Alberto dalla Scala; spogliò
d'armi e cavalli la guarnigion di Mastino, e cinquecento ne fece
prigionieri. Nel dì 6 d'agosto fu data dal popolo la signoria di Padova
a _Marsilio da Carrara_. Gran festa si fece in Venezia e Firenze per
questo felice colpo, da cui, all'incontro, restò sommamente sbalordito
Mastino. Non perdè tempo il valoroso Pietro de' Rossi a passar
coll'armata sotto Monselice, e cominciò a dar dei furiosi assalti a
quella forte terra. Ma nel dì 7 d'agosto colpito da una lancia manesca
con ferita mortale, nel dì seguente morì, mostrando un'esemplare pietà
e un'eroica intrepidezza nel prendere commiato dal mondo. Perderono
i Veneziani un gran generale d'armata, e un personaggio di somma
liberalità, che non passava l'età di anni trentaquattro, e dai più
de' Lombardi fu compianta la sua morte. Erasi prima condotto a Venezia
_Marsilio de' Rossi_ suo fratello, uomo di non minor sapere e coraggio
nelle cose di guerra; ma, preso da mortal malattia, anche egli finì di
vivere in quella città nel dì 14 del suddetto agosto. Orlando Rosso fu
scelto pel comando dell'armata.
 
Non fu men riguardevole l'altra perdita che fece Mastino nel dì 8 di
ottobre[1303]. Ebbe _Azzo Visconte_ un trattato con alcuni cittadini
bresciani, che, forate le mura, introdussero nel dì suddetto le di
lui genti nella città vecchia, e poi presero la nuova, di modo che
tutta la città, da cui fuggì Bonetto de' Malvicini governatore ivi
per Mastino col suo presidio, venne in potere del Visconte. Si difese
il castello sino al dì 13 di novembre, ed allora capitolò la resa.
Gran gioia parimente fu in quella nobil città per essere caduta in
mano di un miglior signore, il quale richiamò colà tutti gli usciti,
e vi fece fiorir la pace. Profittò ancora della decadenza, in cui si
trovarono gli Scaligeri, _Carlo figliuolo di Giovanni_ re di Boemia.
Era egli divenuto signore della Carintia, ed entrato in lega coi
Veneziani, nel mese di luglio o di agosto s'impossessò di Feltre, e
nell'anno seguente di Belluno, smembrando ancor quelle città dalla
signoria degli Scaligeri. Provarono medesimamente felice quest'anno
in Toscana i Fiorentini[1304]. Unitisi essi coi Perugini, aveano
fatta lunga guerra alla città d'Arezzo. _Pier Saccone de' Tarlati_
da Pietramala, signore di quella città, coi suoi consorti, trovandosi
oramai al verde e senza maniera di poter resistere a tante forze, badò
alle proposizioni di accordo che segretamente gli fece fare il comune
di Firenze, di pagargli venticinque mila fiorini d'oro, con altri
privilegii e vantaggi facili allora a promettersi in tali occasioni,
ma che facilmente ancora svanivano nel progresso del tempo. Compiuto
il trattato, nel dì 10 di marzo presero i Fiorentini il possesso
d'Arezzo; e Pier Saccone venuto a Firenze, non vi fu carezza ed onore
che egli non ricevesse qual gran benefattore da que' cittadini. Ma i
Fiorentini, che tanto rumore aveano alzato contra di Mastino, perchè,
senza attendere i patti della lega, avea ritenuta per sè la città di
Lucca, dimenticarono anch'essi che nella lega contratta co' Perugini
ogni conquisto che si facesse sopra gli Aretini avea da esser comune.
Eppur eglino vollero tutta per sè la città di Arezzo: del che gran
querele fece, e restò forte amareggiato il comune di Perugia: tanto
è vero che a noi sembrano sol giuste le bilance favorevoli ai nostri
interessi, difettose quelle che sono ad essi contrarie. Fecero poscia
i Fiorentini oste contra di Lucca, e un fiero guasto diedero a Pescia,
Buggiano ed altri luoghi. Anche in Bologna nell'anno presente seguì
mutazione[1305]. Pareano amicissimi _Taddeo de' Pepoli_ e _Brandaligi
de' Gozzadini_, amendue gran caporali e potenti giratori del governo
di Bologna. Ma cadaun dal suo canto andava studiando la maniera di
scavalcare il compagno. Nel dì 3 di luglio vennero alle mani _Jacopo_
e _Giovanni_ figliuoli di Taddeo Pepoli col suddetto Brandaligi;
ed essendosi ingrossata la gente da ambe le parti, ne seguì gran
battaglia. Sopraggiunse Taddeo dei Pepoli, che fece fermar la mischia,
e seco prese Brandaligi, il menò a casa sua, dove con belle parole
l'indusse a disarmarsi. Ma eccoti quei da Loiano, i Bentivogli, i
Bianchi ed altri amici de' Pepoli con gran seguito, che violentemente
entrati in casa di Brandaligi, la mettono a sacco, e le attaccano il
fuoco. Se ne fuggì egli di Bologna, nè mai più vi tornò. Stette quella
città fluttuante, venendo intanto mandati molti a' confini, sino al dì
28 d'agosto, in cui i soldati diedero alle armi in piazza, gridando:
_Viva messer Taddeo de' Pepoli_. Per forza esso Taddeo fu creato
capitan generale e signor di Bologna, città che era allora in lega co'
Veneziani e Fiorentini. In quest'anno di lunga infermità nel dì 25 di
giugno terminò i suoi giorni _Federigo re_ di Sicilia[1306], principe
di gran senno e valore, che per tanti anni seppe sostenersi in capo la
corona contro tutti gli sforzi del _re Roberto_. Restarono di lui tre
maschi, cioè _Pietro II re_, _Guglielmo duca_ e _Giovanni marchese_. Ma
non ereditò[1307] il re Pietro nè l'ingegno nè il coraggio del padre;
e però cominciossi sotto di lui a scompigliare la buona armonia de'
Siciliani, e si ribellarono i conti di Ventimiglia e di Lentino.
 
NOTE:
 
[1298] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
 
[1299] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
 
[1300] Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.
Chron. Estense, tom. eod. Gazata, Chron, Regiens., tom. 18 Rer. Ital.,
Bonincontrus Morigia, Chronic. Modoet., tom. 12 Rer. Ital. Gualvan.
Flamma, de Gest. Azonis, tom. eod.
 
[1301] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital.
 
[1302] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer.
Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Veronense, tom. eod.
 
[1303] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.
 
[1304] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 69.
 
[1305] Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Chron.
Bononiens., tom. eodem.
 
[1306] Nicolaus Specialis, lib. 8, cap. 8.
 
[1307] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 70.
 
 
 
 
Anno di CRISTO MCCCXXXVIII. Indiz. VI.
 
BENEDETTO XII papa 5.
Imperio vacante.
 
 
Per le tante perdite dell'anno precedente in grandi affanni e sospiri
si trovava _Mastino dalla Scala_, nè sapea a qual partito volgersi per
ottenere soccorso[1308]. Avea nel dicembre scorso mosse proposizioni
di pace a Venezia, e per trattarne colà si portarono _Obizzo marchese_
d'Este, _Marsilio da Carrara_ signore di Padova, _Guido da Gonzaga_,
_Giovanni_ figliuolo di _Taddeo Pepoli_, gli ambasciatori d'_Azzo
Visconte_, de' Fiorentini e dello stesso Mastino. Sì alte erano
tuttavia le pretensioni de' Veneziani, perchè esigevano che egli
dimettesse Trivigi, Lucca e Parma, che andò a terra ogni speranza di
aggiustamento. Vivamente si raccomandò poscia Mastino a _Lodovico
il Bavaro_, per aver gente ed altri aiuti da lui, con dargli in
ostaggio Francesco Cane suo figliuolo ed altri nobili per sicurezza
de' pagamenti; ma restò burlato da lui. Poco poi potè godere del
nuovo suo principato _Marsilio da Carrara_ signore di Padova, perchè,
infermatosi, nel dì 21 di marzo dell'anno presente mancò di vita.
Non lasciando egli figliuoli proprii, prima di morire, coll'assenso
della repubblica veneta, fece eleggere suo successore nella signoria
di Padova _Ubertino da Carrara_ suo cugino, che stato nella gioventù
discolo e malvivente, cominciò a governare il suo popolo, più
procurando di farsi temere che amare[1309]. Per altro fu uomo di gran
senno, e tenne in molta riputazione il nome suo e di sua casa. La
prima impresa di lui quella fu di portarsi all'assedio di Monselice,
per affrettarne il più tosto possibile l'acquisto. Ma dentro vi era

댓글 없음: